Sul significato di consenso possono essere scritte molte pagine, ma, in pratica, essere consenziente significa essere d’accordo e dire di sì. Un con la maiuscola, voluto, sentito, consapevole.

Da poco meno di un anno ho pubblicato con Silvio Montanaro e Luisa Montalto per Momo Edizioni un libricino di educazione sessuale per bambini che si chiama Cos’è il sesso?  e che affronta il tema del consenso in forma molto semplice e dice più o meno così:

“L’importante è piacere a chi ci piace ed essere completamente d’accordo e convinti a voler fare l’amore insieme. IL SESSO NON SI FA MAI CONTROVOGLIA!” 

Un’affermazione del genere accende pensieri sul consenso dei bambini e su come facilitare l’educazione al consenso.

“…mai controvoglia…”. Chiaro, semplice, lineare… qualcuno potrebbe dire che messa in questi termini lo è anche un po’ troppo.

Sappiamo bene che se fosse così semplice non ci si affannerebbe a dibattere in materia, non ci sarebbero aggressioni sessuali e stupri e i legislatori non si prenderebbero la briga di modificare le leggi basandole sul criterio della consensualità. Il consenso non è ancora patrimonio dell’umanità, lo sappiamo.

Come facciamo, quindi, a far si che il principio del consenso sessuale si affermi e sia valido per la maggior parte degli individui?

Uno dei temi su cui si dibatte è l’affermazione del principio tramite la legge (come hanno cercato di fare in Svezia e non solo). 

Ma davvero pensiamo che la tutela legale del consenso sia il modo più efficace? Che firmare un contrattino prima di avere un rapporto sessuale, garantisca il regolamentare  e  corretto svolgimento della pratica? E che in questo modo i meno rispettosi (per usare un eufemismo) e i detrattori del consenso si convincano dell’importanza del parere altrui e comincino a comportarsi diversamente?

E se poi, nel bel mezzo di un rapporto sessuale, dopo aver detto sì, firmato il contratto, flaggato il riquadro sulla app, etc, etc etc…mi passa la voglia? Che si fa? (La risposta è efficacemente spiegata in questo video). 

Senza nulla togliere all’importanza della modifica delle norme, credo che il ragionamento sia più ampio. La premessa (teorica) è che di fronte ad una proposta sessuale, di qualsiasi natura essa sia, ci possa e ci debba essere una comunicazione chiara ed efficace.

Questa premessa incontra almeno due ordini di problemi che riguardano i contenuti della proposta e la relazione tra gli attori.

Le relazioni tra le persone, tanto più le relazioni sentimental-sessuali sono sempre relazioni di potere, la comunicazione in questo tipo di relazioni non è mai una comunicazione paritaria, la questione del potere nella comunicazione sul sesso è centrale ed è retaggio antico, che non possiamo fingere di ignorare e che, se non riusciamo ad evitare, dobbiamo almeno avere il buon senso di inserire nel ragionamento sul consenso.

Che tipo di potere metto in campo quando chiedo sesso? E quando acconsento? E quando dissento? E quando me ne frego del dissenso, quale tipo di educazione, di ruolo, di status sociale ed economico mi dice che me ne posso fregare?

Questo è un nodo critico.

L’altro nodo critico riguarda il contenuto: il sesso. Parlare di sesso non è  facile, se fosse facile avremmo, ad esempio in Italia, una legge che segue le linee guida dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e rende obbligatoria l’educazione sessuale in tutte le scuole di ogni ordine e grado, a partire da quella dell’infanzia. E invece non è così. Non c’è tanta abitudine a parlare di sesso neanche nelle famiglie, nè in altri contesti educativi. C’è tanta ignoranza sul sesso e c’è ancora tanta inconsapevolezza.

Sì, per parlare di sessualità è necessario essere consapevoli di cosa si parla, di quale messaggio si trasmette agli interlocutori, soprattutto se ci si rivolge ai più piccoli. Prima ancora di conoscere le informazioni corrette (che pure sono fondamentali perchè aiutano ad uscire dai pregiudizi e ad abbattere i tabù) bisogna sapere cosa ognuno di noi pensa del sesso e di sè come essere sessuale, bisogna avere un’idea piuttosto chiara dei propri pregiudizi e tabù e sapere che il modo in cui parleremo (o non parleremo) di sessualità ai bambini influenzerà il loro modo di vivere la sessualità.

Per navigare fiduciosi verso l’universale rispetto del consenso bisogna quindi liberare il discorso sul sesso, perchè diventi consueto e normale, usando le parole giuste (no api, fiori e cavolfiori, please) ed evitando di infarcirlo di inutili fronzoli (la favoletta dell’amore romantico e tutte le sue derivazioni).

Appare chiaro che c’è ancora del lavoro da fare.

Non ultime si aprono alcune questioni che hanno a che fare con la società in cui viviamo, ne cito brevemente un paio, che non hanno soluzione immediata e che necessiterebbero proprio di una rivoluzione del sistema in cui viviamo.

Incapacità di accettare il rifiuto

L’incapacità di accogliere un rifiuto è attualmente una delle più dolorose ferite che si possano infliggere a un essere umano, sembra un incidente inammissibile nell’economia dell’esistenza, da evitare accuratamente, fino ad arrivare, in alcuni casi tristemente documentati, ad eliminarne l’artefice. Come si può pensare che sia facile quindi dire di NO?

Mercificazione del sesso

Il sesso è una merce (non da oggi) che ha un valore sempre più alto quanto più l’offerta è bassa e perde di valore se è facile procurarsene (in questo senso l’ingiunzione alle donne di non buttarsi via è l’espressione di questo tipo di contrattazione). Va da sè che l’espressione chiara dei propri desideri e bisogni sia inibita, soprattutto alle donne, e che crei dei fraintendimenti comunicativi enormi.

In questo quadro per nulla entusiasmante pensiamo all’educazione al consenso dei bambini e forse troviamo qualche appiglio per essere fiduciosi. Non credo che sia necessario educare i bambini al consenso in materia sessuale, ma al rispetto di sè e degli altri. E’ questa la base del consenso, il rispetto delle proprie scelte, dei propri spazi e delle proprie esigenze e di quelle degli altri.

E’ un lavoro complesso, che obbliga gli educatori ad essere coerenti, rispettosi e a scardinare una serie di luoghi comuni e di soluzioni facili. Si tratta di insegnare la differenza tra piacere e dispiacere e verbalizzarla, di rispettare la privacy dei bambini anche quando questa genera ansie, di rispondere a domande spinose e di insegnare a motivare i propri e i propri no (il che obbliga anche noi adulti a farlo senza usare scorciatoie rese lecite dal potere che esercitiamo), si tratta di rassicurare sul fatto che un no non significa rifiutare una persona, ma rifiutare una proposta, esattamente come quando ci offrono una tazza di tè e poi cambiamo idea.

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