La speranza come tratto di sopravvivenza
Ne "Il libro della speranza", Jane Goodall risponde alle domande di Douglas Abrams e quello che compongono è un invito a sperare.

Ne "Il libro della speranza", Jane Goodall risponde alle domande di Douglas Abrams e quello che compongono è un invito a sperare.

Questo è il modo con cui Jane Goodall pensa alla speranza. Nel suo libro, intitolato proprio Il libro della speranza, Jane Goodall risponde alle domande di Douglas Abrams e quello che compongono è un invito a sperare, a trovare conforto all’angoscia che gli scenari messi in atto da Homo Sapiens sono in grado di suscitare.
Sono parole potenti. Una potenza che viene dall’impegno di tutta una vita dedicata a conoscere e far conoscere le meraviglie che ci circondano. Gli scimpanzè, in particolare, da sempre amati. Ma non solo, la Terra intesa come una Grande Madre, gli alberi capaci di infondere benessere, gli animali domestici, capaci di dare amore incondizionato, e così via, toccando ogni forma di vita e affermando che ciascuna di essa possiede una forma di intelligenza.

Il messaggio di Jane Goodall è molto chiaro:
“è ciò che ci permette di andare avanti a dispetto delle avversità. E’ ciò che vorremmo accadesse, ma dobbiamo essere preparati a lavorare sodo perché succeda”.
Sperare ci aiuta a sopravvivere ma non è un’azione passiva, tutto il contrario. L’invito è proprio quello di assumere la responsabilità del cambiamento e dei progetti che desideriamo, almeno in tutte quelle situazioni in cui agire è possibile. La vita stessa della studiosa è stata assai difficile, affermarsi come ricercatrice e scienziata nel panorama di allora non è stata una facile impresa, era una donna e credeva che gli animali provassero emozioni e avessero una rispettabilissima forma di intelligenza, a differenza di quanto si dichiarava nel panorama scientifico. Ha avuto ragione, non ha perso mai la speranza di trovare e documentare le prove e ha lasciato a noi in eredità la forza della sua personalità. Un modello per tanti giovani che hanno voglia di partecipare in modo attivo al cambiamento che chiedono. Una novantenne grintosa, che gira il mondo per parlare ai gruppi di studenti, ragazzi e ragazze che non vogliono arrendersi alle logiche egoistiche e predatorie che sembrano avere la meglio.
Il requisito dell’intelligenza non sembra sufficiente a garantire benessere e prosperità. E’ il modo in cui Homo Sapiens sceglie di utilizzare la sua intelligenza il punto cruciale. A questo proposito, una notazione dell’autrice ricorda che nonostante abbiamo definito “saggia” la nostra specie, proprio con l’appellativo di “Sapiens”, non sembra esserci abbastanza saggezza nel mondo di oggi. Un animale intelligente non distruggerebbe la sua unica casa, come invece stiamo facendo già da diverso tempo.
E quindi? Abbiamo delle capacità cognitive che ci rendono migliori o peggiori delle altre specie animali? La risposta di Jane Goodall scioglie questo dilemma facendo riferimento alla capacità di scegliere tra le due opzioni: possiamo essere peggiori e migliori allo stesso tempo, proprio perché abbiamo questa possibilità di scelta. In qualche modo, così come siamo in grado di essere veramente malvagi siamo altrettanto in grado di essere veramente altruisti.Non è solo l’intelligenza che dovrebbe guidare le scelte che facciamo, senza le emozioni, l’etica, l’empatia, rimane l’egoismo, l’avidità, il pensare a sé stessi e al tempo ristretto che ci riguarda, con una mancanza di compassione e di interesse per le generazioni future, per il benessere del pianeta che ci ospita, una logica di vantaggio a breve termine a totale svantaggio del futuro. In fondo è un po’ questa l’accusa che alcuni movimenti di giovani muovono ai governanti, ai politici, ai ricchi: questa logica gli sta rubando il futuro.
Ma il punto su cui porre attenzione è la speranza, ecco dunque che può farci davvero bene leggere tra le pagine di questo libro/intervista, forse meglio definito come “testimonianza”, racconti e descrizioni di progetti che hanno davvero cambiato le cose, invertendo la rotta della distruzione, esempi di resilienza della natura che ci dimostra come sia possibile resistere alla furia degli esseri umani. Per esempio la scoperta di un albero, un pero Chanticleer, chiamato Surivor Tree, trovato un mese dopo il crollo delle Torri Gemelle a New York, era solo un pezzo di tronco carbonizzato con le radici rotte, c’era solo un ramo ancora vivo. La donna che lo ha trovato ha chiesto di dargli una possibilità e così è stato portato in un vivaio nel Bronx. Dopo un lungo periodo di cure e di dubbi sulla possibilità di sopravvivenza alla fine la vita ha vinto e l’albero si è salvato. Lo hanno riportato indietro e piantato dove ora c’è il 9/11 Memorial & Museum e ogni primavera si riempie di boccioli.
Anche due alberi di canfora, alberi che avevano cinquecento anni, sono sopravvissuti all’esplosione nucleare di Nagasaki. Erano stati mutilati brutalmente ma vivi.
Certamente non può essere questa resilienza della natura che può alleggerire il dolore della morte e della inaudita violenza di queste azioni, però un briciolo di speranza può darla.
E poi tanti altri racconti di una Natura che sa riprendere vita dopo devastanti incendi, dopo immani catastrofi dovute all’impronta antropica, dal potere di cura che viene, al contrario, da un’autentica e rispettosa connessione con le sue creature.
A proposito di connessione e di rispetto ci sono bellissime testimonianze di progetti rivolti proprio a valorizzare i risultati di interazioni virtuose tra popolazioni e ambiente. Alcune popolazioni ridotte a povertà estrema o a sfruttamenti senza scrupoli da parte dei ricchi del pianeta, potrebbero non avere altra scelta che depredare e distruggere il proprio habitat, almeno per garantirsi una minima sopravvivenza. Non basta dire non vanno tagliati gli alberi, non vanno usate colture che impoveriscono la terra, non vanno uccisi gli animali con il bracconaggio a chi non ha alternative, vanno proposti progetti in grado di offrire sostentamento e sopravvivenza invertendo la rotta predatoria.
“I nostri tentativi di proteggere le specie in via di estinzione aiutano a preservare la biodiversità sulla Terra e quando proteggiamo la vita, qualunque vita, intrinsecamente proteggiamo anche noi stessi”.
Con questo motto Jane Goodall ha portato in tutto il mondo, nelle parti più povere del mondo, progetti di vita, di preservazione e custodia dell’ambiente coinvolgendo gli abitanti di questi luoghi, sostenendo e sviluppando iniziative a vantaggio di entrambi e aiutandoli a traghettare verso una qualità di vita migliore. E, ancor di più. Ha coinvolto i giovani in progetti di sostentamento e tutela ambientale che ha chiamato Roots & Shoots, creando una rete di solidarietà e di reciproco vantaggio: quando i giovani danno vita ad azioni concrete di salvaguardia ambientale, ma anche del proprio ambiente sociale povero e degradato, iniziano a credere in sé stessi, nel proprio valore e nelle proprie capacità. Il messaggio principale che da questa iniziativa si diffonde è questo:
“ogni individuo conta, ha un ruolo da giocare, e ha un impatto sul pianeta, ogni singolo giorno. E possiamo scegliere che tipo di impatto avere”.
Torna il tema della scelta, tanto caro alla Goodall. La scelta può fare la differenza tra una logica predatoria e una logica di custodia. Ma è necessario che sia possibile davvero scegliere, creare la possibilità di alternative per quelle popolazioni che ne sono state private. Mi ricordo di un viaggio in Indonesia, in un centro di recupero degli Oranghi, a cui i grandi interessi economici delle multinazionali stanno facendo sparire il loro habitat mettendo a serio rischio la loro stessa sopravvivenza. Ho incontrato diverse associazioni impegnate sul territorio per contrastare questi scempi e tutte avevano chiaro che per vincere questa battaglia era necessario aiutare le popolazioni indigene a non svendere per pochi spicci il loro inestimabile patrimonio. Creare progetti in grado di offrire un modo diverso per guadagnare il necessario per vivere, progetti rispettosi dell’ambiente e dignitosamente remunerativi. Una delle maggiori difficoltà che incontravano era la paura per le minacce e in molti casi addirittura le violenze subite da chi tentava di sganciarsi da questo controllo e da questa logica predatoria. Scegliere per loro significava rischiare la vita stessa. Eppure questa è la strada, rinsaldare il profondo e prezioso legame tra l’essere umano e il suo ambiente, ricordando che se perdiamo la terra perdiamo noi stessi.
Jane Goodall descrive questo legame in modo deciso e poetico al tempo stesso:
“Ogni volta che una specie si estingue è come se si formasse un buco in quello splendido arazzo che è la vita. E più buchi ci sono più l’ecosistema si indebolisce. Sono sempre di più i punti in cui l’arazzo è così danneggiato che si è vicini al crollo dell’ecosistema. Ed è qui che diventa importante riuscire a riaggiustare le cose”.
Quando è stato pubblicato questo libro mancavano all’appello le ultime desolanti e sconvolgenti guerre che ci hanno fatto fare tanti passi indietro rispetto alla speranza, ma forse proprio per questo vale la pena di ritornare a sperare e credere, come ci insegna questa coraggiosa e meravigliosa donna, che ogni azione conta per combattere la logica distruttiva di un Homo Sapiens che ha perso la saggezza.
