Per la rubrica “Buone idee per la mente”, un incontro con il fotoreporter Valerio Bispuri sull’arte di raccontare storie, sulla differenza tra “bella” e “buona” fotografia e sulla necessità di un approccio fisico per comprendere il mondo.

Che cos’è, davvero, raccontare una storia? E cosa significa farlo per immagini, spogliando la narrazione dal velo delle parole per arrivare a una verità più cruda, quasi carnale? Cosa spinge un autore a non limitarsi a osservare le realtà ai margini, ma a immergersi in esse, a viverle con tutto il corpo? Nell’odierna bulimia visiva, è fin troppo facile realizzare una bella fotografia. Uno scatto tecnicamente impeccabile, esteticamente gradevole, perfetto per un veloce scorrere di dita su uno schermo. Ma è immensamente più difficile creare una buona fotografia: un’immagine che abbia un peso, che porti con sé un nucleo informativo ed emotivo, che non si accontenti della superficie ma scavi in profondità.

Ma chi è Valerio Bispuri?

E cosa spinge un fotoreporter a dedicare la propria vita a raccontare storie di marginalità, a cercare il volto degli invisibili? Nato a Roma e fotografo professionista dal 2001, Bispuri ha fatto di questa missione la sua cifra stilistica. Sebbene abbia viaggiato tra Africa e Asia, è nel cuore pulsante e contraddittorio dell’America Latina che ha trovato la sua vera dimensione, eleggendo l’Argentina a sua seconda patria.

«Io mi sento un po’ fotografo, un po’ giornalista, un po’ antropologo», spiega. «Penso che le tre cose non possano essere scisse. Io vado contro quello che è la velocità di oggi, contro l’idea del “tutto e subito”. Anche quando insegno, cerco di trasmettere questa idea: non bisogna correre, ma fare le cose con calma e cercare di capire. Perché passa tutto da là. Se non parti da una base di conoscenza, quello che fai è solamente estetica, una bella foto, ma non c’è un discorso dietro. Oggi è molto facile fare una bella foto, ma è molto più difficile fare una foto profonda, una foto che ha una sua dimensione narrativa. Per arrivare a questo ci vuole tempo».

Un tempo lungo che trasforma la cronaca in antropologia, creando lavori che, come sottolinea, “rimangono nel tempo”.
«Quando ho raccontato del paco in Sudamerica, una droga terribile fatta con i residui della cocaina», scrive nel suo libro, «ho cercato prima di tutto di capire cosa stesse intorno a questa sostanza. Sarebbe stato forse più facile fotografare due ragazzi con la faccia consumata dalla droga, mentre fumano una pipa di paco. Ma una singola foto, per quanto possa essere straordinaria dal punto di vista estetico, non può da sola far intendere quello che veramente c’è dietro un contesto così complesso. Ho trascorso tante notti nelle favelas […] perché ho sempre pensato che le immagini siano un processo di conoscenza e arrivano nel momento in cui riusciamo a entrare in contatto con quello che vogliamo raccontare.»

Le radici dello sguardo

Ma da dove nasce questa urgenza di puntare l’obiettivo sulle realtà marginali, sugli angoli dimenticati del mondo?
«Non lo so», ammette con sincerità. «Ho sempre sentito l’esigenza di raccontare i marginali, questa parte dimenticata del mondo.

Ho cominciato a scrivere a fare il giornalista, prima di fare il fotografo. Fino ai 28-29 anni ho scritto, ho fatto una scuola di giornalismo. Parallelamente facevo fotografia come hobby. Poi, invece, ho capito che era la fotografia quella che doveva parlare».

A questa pulsione innata si è unita un’altra esigenza: quella del movimento.
«Ho sempre amato viaggiare. A 23 anni ho girato l’India in autostop, sono andato fino in Egitto e Israele senza soldi. Inventavo viaggi perché non avevo soldi, ma pur di partire facevo di tutto. In questi viaggi c’era sempre la fotografia o il poter scrivere, anche se non ci lavoravo».

La svolta arriva a 29 anni, durante un viaggio di quattro mesi in Sud America.
«Da lì ho pensato: “Io voglio fare il fotoreporter e voglio vivere in Sud America”. Poi ho scelto l’Argentina per caso, e ci sono rimasto dieci anni.

Non è una scelta passeggera. L’Argentina, incontrata quasi per caso, diventa la sua casa per dieci anni. Questo non è solo un dettaglio biografico, ma il contesto fondamentale da cui scaturisce tutta la sua opera.

Come nasce lo sguardo di un autore? E come si raggiunge l’essenza di una storia? Forse, allenando la propria vista in quelle “realtà del Sud”, terre ricche di contrasti non soltanto sociali, ma anche di luce.

“Encerrados” © Valerio Bispuri

È in questa immersione totale, e non da semplice visitatore, che nascono i suoi lavori più potenti, a cominciare da Encerrados. Il Sud America diventa la sua palestra, una realtà ricca di contrasti non solo sociali ma anche di luce, essenziali per chi vive di immagini.

Scolpire il tempo, bilanciare l’emozione

Ma una fotografia non è solo un viaggio, non è mai solo estetica.

È una emozione ma anche una memoria che viene a galla, e come si gestisce il rapporto tra l’emozione e la realtà?

La vera sfida, forse, è frenare l’istinto, l’impulso iniziale, quello della novità che spinge a scattare compulsivamente.Superare quella che e in realtà è solo una mancanza di conoscenza, per rimanere fino all’estremo, fino a quando lo sguardo non ha davvero visto.

I racconti più potenti nascono non dall’istinto puro, ma da una profonda consapevolezza, non dall’eccitazione della novità ma dalla noia.

«Riuscire a raccontare con le immagini vuol dire unire le proprie emozioni alla realtà, senza che le une prevalgano sull’altra: unire quello che sentiamo e quello che vediamo in una dimensione dove la scena di fronte a noi batte con il nostro cuore e crea la magia dello scatto. Un racconto, quindi, nasce prima di tutto dallo studio e dalla consapevolezza: più si conosce quello che si fotografa più possiamo essere istintivi e autoriali.»

“Encerrados” © Valerio Bispuri

«La sfida», continua, «è sempre riuscire a bilanciare questo aspetto». Modulare il tono di voce, trovare il punto di equilibrio tra sé e il mondo.

E cosa spinge un fotografo a continuare questa ricerca? La risposta è la più semplice e potente: la curiosità. La fotografia diventa allora il linguaggio prediletto, lo strumento per connettersi a quelle realtà che si ha l’urgenza di raccontare.

Ma chi sono i maestri che hanno indicato questa via? Per Bispuri figure che lo hanno aiutato a formare la sua idea di racconto. «Sono stato molto influenzato da un fotografo che si chiama James Nachtwey, per me il più grande di tutti. Ma anche dal regista Krzysztof Kieślowski e, in parte, da Andrej Tarkovskij. Hanno tutti questa idea del tempo, della dimensione, di un’immagine che va, come scriveva Tarkovskij, a scolpire il tempo, a dargli spessore»

Una domanda mai fatta e un messaggio di Valerio Bispuri per i “Rewriters”

Concludiamo l’intervista chiedendo a Valerio quale sia il messaggio che vorrebbe lasciare ai lettori di Rewriters e se c’è una domanda che non gli hanno mai fatto.

Più che una domanda mai ricevuta, Valerio ricorda una domanda che invece gli è stata posta da una persona che ha saputo cogliere un punto essenziale del suo lavoro. La domanda, spiega, verteva su un argomento chiave per chiunque racconti storie per immagini: la vicinanza fisica.

“È un punto fondamentale,” sottolinea Valerio, “perché la fotografia, soprattutto quella documentaria, si nutre di prossimità. Non puoi pensare di comprendere una realtà, specialmente se ai margini, mantenendoti a distanza di sicurezza.” 

Racconta di come questo approccio sia un modo per essere dentro le storie non solo con l’obiettivo, ma con tutto se stesso, bilanciando lo sguardo dell’autore con la necessità di essere fisicamente presente.

La fotografia di Valerio Bispuri è questo: un atto fisico, un corpo che entra in un altro spazio, che sente gli odori, i suoni, che si mette in gioco. Un’immersione che diventa l’unico modo per capire e, quindi, per raccontare.

In conclusione, gli chiedo di lasciare un messaggio per la nostra testata, per i “riscrittori della realtà”.

Riguardo al messaggio per chi, come lui, si sente un “riscrittore della realtà”, Valerio Bispuri distilla il suo pensiero in due parole che sono il pilastro del suo lavoro e un tema ricorrente in tutti i suoi scritti.

Per la fotografia, quella che cerca di andare in profondità e non resta in superficie, ci vuole pazienza e coraggio. Pazienza per aspettare, per capire, per andare oltre la prima impressione. E coraggio per entrare fisicamente ed emotivamente in quei luoghi da cui gli altri si tengono alla larga. Senza queste due cose, un’immagine è solo un’immagine. Con queste due cose, può diventare una testimonianza.

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