Vorrei impostare questo articolo come un breve commento a uno studio scientifico sul tema dello stoccaggio della CO2 tramite la piantumazione di nuovi alberi. Poiché l’argomento è estremamente complesso, lasciamo la possibilità a ciascuno di approfondire e di farsi un’idea propria sul tema; in questa sede si intende dare un semplice contributo alla discussione, in modo che il mio scrivere sia fonte di conoscenza per me stesso e per chiunque legga.

Partiamo dal dire che tutti gli alberi, nel senso comune, sono riconosciuti come fonte di assorbimento di CO2. Oltre ad aprire una grossa parentesi sui processi chimici e naturali che tale affermazione porta con sé, diamo per assodato che ciò sia vero e assoluto. Se volessimo recuperare più CO2 possibile dall’atmosfera, che ormai ha raggiunto, a maggio, il livello di 417,9 ppm (parti per milione), record degli ultimi 800.000 mila anni, sorge spontanea una domanda, tanto legittima quanto banale: perché ogni paese e cittadino non si scapicolla per piantare alberi, compensando le emissioni di gas serra?

Come affermato nello studio The Global Tree Restoration Potential (2019), abbiamo nel pianeta Terra circa 900 milioni di ettari disponibili, potenzialmente. Questi equivalgono a una probabile piantumazione di 500 milioni di miliardi di alberi che significano 205 miliardi di tonnellate di CO2 sequestrate. Ora, questi numeri sono difficili da immaginare e riconosco ancor di più la complessità di questi temi, ai quali bisogna approcciarsi con umiltà.

Ad ogni modo, l’atto della piantumazione potrebbe attivare risorse incredibili. È un atto necessario, utile, è la riappropriazione della natura sull’abuso antropogenico in atto da secoli.
Da un punto di vista naturalistico e geografico: l’albero è una presenza necessaria, generosa, viva. Ogni porzione di territorio chiede alberi; ciò significherebbe natura, memoria, evoluzione, così come resilienza e sostenibilità (due parole tanto abusate negli spot pubblicitari e da mezzo mondo istituzionale quando si fa del greenwashing, ovvero quella pratica ingannevole usata da alcune aziende per dare di sé un’immagine “verde”). Il punto è che un albero può essere un riferimento di raccolta di storie e significati; negli spazi pubblici, dei quali dovremmo riappropriarci tramite il verde, vi si riuniscono cittadine e cittadini, si tessono storie e relazioni, che sono la base della società umana. È facilmente dimostrabile che attorno alla piantumazione di un albero si addensano dinamiche di costruzione di una comunità. Anche una semplice scelta arborea può attivare competenze e soggettività: si sceglie la sua tipologia, si verifica che il terreno sia adatto, che la sua crescita possa avvenire in modo equilibrato in ragione dell’architettura già presente, tutto ciò in ottica di una rinnovata creatività dei progetti e delle ambizioni delle comunità.

Una piantumazione massiva

Eppure, ci sono molte altre cose da soppesare rispetto al mero tema del riscaldamento globale. Riallacciandoci ai numeri precedentemente forniti, una piantumazione massiva ridurrebbe l’anidride carbonica in atmosfera del 25%. Certo, una riduzione cospicua, ma ancora insufficiente rispetto ai principali obiettivi mondiali. Un’intera foresta, piantumata da zero, senza controllo costante e adeguato, sarebbe nuovamente esposta ad agenti patogeni e a stress climatici, come gli incendi. Sebbene le foreste facciano un muro contro frane e piogge intense, preservando la biodiversità, non sono immuni da nuove siccità e desertificazioni. Creare zone riforestate vorrebbe dire creare nuovi ecosistemi che non possiamo più permetterci di sfruttare. Abbiamo bisogno di ecosistemi da preservare senza il rischio che tali zone possano essere sfruttate scriteriatamente per fare legname (un esempio su tutti) in un ciclo infinito di ricostruzione e distruzione di un ecosistema attorno alle città. Perché tanto sono solo animali e foglie, cosa vuoi che succeda?

Una piantumazione intelligente

Certamente possiamo concordare su alcuni punti focali, su pratiche che possano aiutare nel breve-medio periodo:

  • 1) Evitare di deforestare: ridurre la deforestazione, che si stima cancelli 7 milioni di ettari di foresta all’anno (tantissimi in Amazzonia per far spazio ad allevamenti intensivi), in modo che anche indigeni e popolazioni locali non trovino espropriato il territorio dove vivono. A questo è correlato un discorso di giustizia sociale, rispetto al tema di appropriazione delle risorse da parte dell’uomo bianco occidentale.
  • 2) Attivare comunità per piantare alberi nelle zone adatte, col supporto delle giuste maestranze, del pubblico e dei privati cittadini, restando consapevoli che è solo un modo di mitigare il riscaldamento. Ma un ottimo modo per rinverdire i territori, per riappropriarsi dei luoghi cittadini, per rinfrescare le città roventi. Rendere conto di tutte queste tematiche farebbe da guida per l’uso delle foreste come naturali soluzioni climatiche e ambientali, sia nella stima del potenziale di stoccaggio del carbonio che nella stima dei rischi collegati.

di Marzio Chirico per conto di Valeria Belardelli

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