“Portobello”: il lato disumano della giustizia
"Portobello" racconta il caso Tortora come ferita civile: quando la giustizia diventa spettacolo, a essere colpita è l’intera democrazia.

"Portobello" racconta il caso Tortora come ferita civile: quando la giustizia diventa spettacolo, a essere colpita è l’intera democrazia.

Portobello è una miniserie italo-francese ideata, diretta e co-scritta da Marco Bellocchio, con Fabrizio Gifuni nel ruolo di Enzo Tortora. Nel cast figurano anche Lino Musella, Romana Maggiora Vergano, Barbora Bobuľová, Alessandro Preziosi e Fausto Russo Alesi.
La serie, articolata in sei episodi, è stata presentata alla Mostra di Venezia 2025 e distribuita su HBO Max dal 20 febbraio 2026. Portobello interessa soprattutto per quello che riapre: non solo una vicenda giudiziaria, ma una ferita civile. Bellocchio non riporta semplicemente in primo piano il “caso Tortora”; costringe lo spettatore a misurarsi con una domanda scomoda e attualissima: che cosa accade a una democrazia quando il suo sistema giudiziario smette di proteggere il cittadino e finisce invece per schiacciarlo?
È qui che la serie trova la sua vera forza sociale: nel mostrare come il potere, quando si salda con il clamore pubblico, possa produrre non giustizia ma esposizione, non verità ma devastazione. Anche Bellocchio ha definito la vicenda come un incubo senza risveglio, legandola non solo alla magistratura ma anche al rapporto fra media, politica e opinione pubblica.
Per comprendere fino in fondo la portata della serie bisogna tornare a Enzo Tortora. Non a un semplice conduttore televisivo, ma a una figura popolarissima dell’Italia degli anni Ottanta, resa celebre proprio da Portobello, programma capace di unire intrattenimento, partecipazione popolare e immaginario nazionale.
Quando Tortora viene arrestato il 17 giugno 1983 con l’accusa di associazione camorristica e traffico di droga, il trauma non riguarda soltanto lui: colpisce l’idea stessa di affidabilità delle istituzioni e quella, quasi ingenua, di una televisione ancora percepita come spazio familiare. La vicenda è nota, ma resta ogni volta sconvolgente: accuse fondate sulle dichiarazioni di pentiti, carcerazione, gogna mediatica, condanna in primo grado, assoluzione in appello nel 1986 e assoluzione definitiva in Cassazione nel 1987. Tortora tornò in televisione nello stesso anno, ma morì nel 1988. Quella assoluzione non cancellò il danno: arrivò quando la sua immagine pubblica, il suo corpo e la sua vita erano già stati consumati da anni di esposizione giudiziaria e mediatica.

ll punto più duro che la serie costringe ad affrontare è questo: la giustizia non è infallibile, e quando sbaglia non produce solo errore, ma violenza. Il caso Tortora è rimasto nella memoria italiana come uno dei più clamorosi errori giudiziari del dopoguerra. Non soltanto per l’esito processuale, ma per il modo in cui l’accusa si è trasformata in spettacolo pubblico. L’arresto di Tortora avvenne nel quadro del maxi-blitz del 17 giugno 1983; il suo nome divenne subito il centro simbolico di un’operazione che, proprio grazie alla sua notorietà, otteneva una risonanza enorme.
È qui che Portobello diventa un’opera politica nel senso più alto. Non perché faccia propaganda, ma perché mostra il cortocircuito tra giustizia, ambizione, visibilità e potere. La serie suggerisce che il successo di un uomo possa essere usato contro di lui: la visibilità di Tortora diventa il carburante della visibilità altrui. E allora il punto non è soltanto la fragilità della legge, ma la fragilità dell’individuo quando entra dentro una macchina interpretativa che decide di leggerlo come colpevole. Dove l’interpretazione si sgancia dalla prova, subentra la prevaricazione. Dove il diritto cede al bisogno di esibire forza, la democrazia mostra il proprio limite più inquietante.

La vera amarezza del caso Tortora non sta soltanto nell’ingiustizia subita, ma nel fatto che l’assoluzione, pur necessaria, non abbia restituito interamente ciò che era stato distrutto. La pace giudiziaria non coincide con la riparazione umana. È questo il lascito più forte della serie di Bellocchio: ricordarci che una sentenza giusta, quando arriva troppo tardi, non annulla la violenza subita.
Tortora fu assolto, tornò in televisione, ma morì pochi mesi dopo. La cronologia dei fatti basta da sola a mostrare quanto il prezzo pagato sia stato irreversibile. Per questo Portobello non parla solo del passato. Parla del presente di ogni società che voglia dirsi democratica. Parla del rapporto tra Stato e cittadino, tra verità e narrazione, tra presunzione di innocenza e fame pubblica di colpevoli. E parla anche di noi: della facilità con cui una comunità può accettare che un individuo venga sacrificato in nome dell’ordine, dell’emergenza, della notizia. In questo senso, la serie di Bellocchio non è semplicemente il racconto di un’ingiustizia: è il promemoria doloroso che quando la giustizia sbaglia, non ferisce soltanto un uomo, ma incrina l’intera fiducia civile.

Infine, vi consiglio di guardare Portobello per acquisire una maggiore consapevolezza della fragilità della giustizia e dell’essere umano. Non è soltanto una serie, ma un’esperienza che costringe a interrogarsi sul rapporto tra verità, potere e responsabilità. È, soprattutto, un invito a riscoprire l’umanità là dove rischia di essere dimenticata.
