Zoom zoom zoom. Mettete una torrida giornata d’estate. Il sole picchia forte. La sabbia scotta sotto i piedi. L’unico desiderio è il suono rinfrescante delle onde del mare, ma quel suono sembra essersi evaporato. Zoom zoom zoom. Dalle casse del lido si propaga un ronzio innaturale. Un flusso acustico piatto, alienante, sintetico. Le tracce sono identiche. Hanno lo stesso basso. Hanno lo stesso sound di plastica.

Non è una playlist di tormentoni (!). Sono brani generati direttamente dall’intelligenza artificiale.

Quanto ci manca il grido sguaiato di “Cocco bello” a questo punto? O il bambino frignante sul bagnasciuga? O, peggio ancora, la mamma che grida dietro al bambino?

© Ljdia Musso, Arco Felice, Luglio 2022

A me, francamente, dopo dieci minuti di questo supplizio algoritmico, mancavano moltissimo. Mentre mi pongo queste domande, il ronzio sintetico continua a martellare e qualcuno vicino a me sospira: “Mi sta venendo un mal di testa… sembra musica fatta con l’intelligenza artificiale.”

All’improvviso vengo folgorata da una associazione di parole: Stuoia Musicale.

Sì. Questo sottofondo non è arte.

È un tappeto di plastica acustica. È ruvido. È usa-e-getta. Lo stendiamo sopra la nostra mente per non pensare.

© Ljdia Musso, Arco Felice, Luglio 2022

Questa situazione scatena interrogativi inevitabili. Perché subiamo passivamente queste violenze acustiche? Perché il nostro piacere è diventato dominio dell’algoritmo?

Ascoltare della musica dovrebbe farci stare bene. Produrre musica è un’attività creativa profonda.Eppure, abbiamo abdicato. Come mai lasciamo che i software decidano cosa dobbiamo ascoltare? Perché affidiamo alle macchine il sound dei nostri ambienti?

La perversione dell’«ascolto tutto» e la perdita dell’identità sonora

«Ascolto tutto».

Quante volte lo abbiamo sentito dire nel quotidiano?

In realtà, quell’«ascolto tutto» è la vera perversione del nostro secolo.

Di fronte alla possibilità teorica di accedere a qualunque cosa, scegliamo il nulla: consumiamo solo ciò che l’algoritmo o il nostro ambiente socio-culturale di riferimento hanno già selezionato e approvato per noi. Deleghiamo a un codice matematico la gestione della nostra sfera più intima. Le aziende e le piattaforme non si limitano a offrirci contenuti, ma modificano il nostro immaginario profondo.

L’ascolto tutto cancella la selezione. Accettare passivamente ogni stimolo significa non amare nulla. Dire di sì a ogni suono è sinonimo di assenza di gusto.

«Occorre sbarazzarsi del cattivo gusto di voler andare d’accordo con tutti. Le cose grandi, ai grandi; gli abissi ai profondi; le finezze e i brividi ai sottili. Le rarità ai rari».

F. Nietzsche, Al di là del bene e del male, 1886

Questo feticcio distrugge l’identità sonora. Ogni spazio possiede un’anima acustica. Ogni ambiente ha bisogno di un’identità sonora specifica per generare benessere reale. L’algoritmo azzera questa diversità. Ci omologa. Ma omologazione a cosa?In Fuoco su Napoli di Ruggero Cappuccio c’è una riflessione perfetta: ci si può abituare alla bellezza fino a non percepirla più, ma ci si abitua anche alla bruttezza fino a non farci più caso. Abbiamo perso la capacità di giudizio. Non sappiamo più distinguere. Forse demandiamo la scelta all’algoritmo proprio perché non abbiamo più parametri? Questa totale assenza di criteri estetici è la vera vittoria del sistema. La fruizione e la produzione sono ormai sottomesse alla macchina.

L’illusione dei mega-festival: se la folla balla davanti a un fantasma

© Ljdia Musso Ecosuoni 2023 Campania

Non pensate che sia la fissazione estiva di un lido distratto. Questa roba muove capitali reali e riempie gli stadi. Guardate dove sta andando il mondo.

In Asia – tra Seul e Tokyo – cinquantamila persone a sera pagano il biglietto per ballare di fronte al niente. Telecamere intelligenti tracciano le espressioni dei volti e ricuciono la musica in tempo reale. L’algoritmo vi guarda, capisce che siete stanchi e vi somministra il battito esatto per tenervi lì a consumare.

Negli Stati Uniti il pubblico non vuole più nemmeno l’artista sul palco: cerca il software. Ti scarichi l’app all’ingresso, ti metti le cuffie e la macchina fabbrica la “tua” traccia in base a dove cammini. Solitudine pura, travestita da evento di massa.

E l’Europa? L’Europa ci veste sopra una patina filosofica, riempie i club con la scusa della “sintesi uomo-macchina”, ma il risultato non cambia: abbiamo sostituito il carisma e il sudore del corpo umano con la perfezione gelida di un microchip.Siamo di fronte a una mutazione antropologica spaventosa. La massa accetta di venerare uno schermo.

Ma c’è una beffa ancora peggiore. Nei nostri lidi non arriva nemmeno questa tecnologia “alta”, non arriva la ricerca dei mega-festival.

A noi rifilano lo scarto. Il riciclo a costo zero. Software da quattro soldi che calcolano il minimo comune denominatore acustico per non dare fastidio a chi deve ordinare un altro spritz. Ci siamo abituati al low-cost culturale. Siamo diventati la massa, e la massa ingoia lo scarto senza nemmeno masticare.

La responsabilità della scelta: riprenderci la nostra via

Nessun catastrofismo: il software è solo uno strumento. Il punto non è la macchina che genera suoni. Il punto siamo noi che abbiamo spento l’interruttore.

L’anestesia generale del bagnasciuga è l’effetto diretto della nostra pigrizia sensoriale. È comodo non dover scegliere. È rassicurante galleggiare nel già sentito per non correre il rischio di essere sgradevoli, di prendere una posizione, di infastidire il vicino di ombrellone.

Abbiamo svenduto il nostro spazio sonoro, l’anima dei posti che viviamo, per un anestetico a basso costo che ci mantiene in uno stato di coma vegetativo.

L’algoritmo non ha colpe: ha solo riempito il vuoto che gli abbiamo regalato.

Smettere di subire questa spazzatura è un atto di disobbedienza sensoriale. Significa riappropriarsi del diritto ad avere un “proprio gusto”

Per capire dove stiamo davvero andando con l’intelligenza artificiale applicata al suono, il punto di riferimento internazionale resta il Sónar+D di Barcellona, da anni in prima linea sul rapporto tra algoritmo e creatività.

Se invece volete fare un esperimento d’ascolto e approfondire l’idea di identità sonora lontano dal rumore bianco, vi lascio il link al podcast Caffè Fotografici dove approfondiamo tematiche su creatività e forme di intelligenza.

E voi, da quale “stuoia musicale” state cercando di disconnettervi questa estate? Dite la vostra nei commenti!

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