Sentimental Value di Joachim Trier ha vinto l’Oscar come miglior film internazionale alla 98ª edizione degli Academy Awards 2026. La delicatezza delle relazioni umane che la pellicola accarezza e disseziona emerge nei gesti minimi, negli sguardi trattenuti, nei silenzi che pesano più delle parole. I personaggi si cercano scavando nelle proprie crepe, tra errori e mancanze, nel tentativo di ritrovare quel valore sentimentale capace di ricomporre l’anima nel disordine dell’esistenza.

“Sentimental Value”, il film

Il film esplora la complessa riunione tra Gustav Borg, regista e padre, e le figlie Nora e Agnes dopo la morte della madre. A fare da ponte tra ciò che è stato e ciò che potrebbe ancora essere, Trier introduce un espediente cinematografico tanto raffinato quanto doloroso: la possibilità di realizzare un film sulla loro stessa storia familiare, diretto proprio da Gustav. Ma la vera protagonista non è soltanto la memoria, bensì la casa: un luogo che trattiene le voci del passato, che custodisce le ferite e, al tempo stesso, le offre alla possibilità della cura.

Da questa premessa nasce un viaggio intricato, quasi labirintico, in cui i personaggi sono costretti a recitare se stessi per potersi comprendere. Il cinema diventa così non solo mezzo espressivo, ma strumento terapeutico, lente attraverso cui osservare ciò che non si è mai riusciti davvero a guardare. Il gioco di specchi che si crea è vertiginoso: il padre-regista dirige la vita, mentre una sostituta si prepara a interpretare la figlia, sottraendole il diritto di raccontarsi.

Ed è proprio qui che i rapporti si incrinano

Chi dovrebbe vivere si ritrova a osservare, chi dovrebbe sentire si scopre spettatore. Nora, inizialmente scelta per interpretare se stessa, rifiuta con forza l’idea che un’altra possa appropriarsi della sua storia, deformarla, tradurla in qualcosa di non autentico. È una ribellione che nasce dal dolore, ma anche dal bisogno di preservare un’identità che rischia di dissolversi.

In modo sottile e profondamente simbolico, l’inizio e la fine del film si sfiorano. All’inizio, Nora – attrice – è incapace di entrare in scena, paralizzata dal peso dello sguardo altrui. Alla fine, l’accettazione del ruolo offertole dal padre non è una resa, ma un atto di coraggio: scegliere di attraversare il proprio passato, di abitarlo fino in fondo, per poterlo finalmente lasciare andare.

I sentimenti, dunque, si dispiegano in forma circolare. Tornano, si ripetono, si trasformano. Non si risolvono cancellandoli, ma attraversandoli, riconoscendone il valore, anche quando questo è intriso di dolore. È proprio in questo movimento continuo che il film trova la sua verità più profonda: il passato non smette di esistere, ma può cambiare significato.
E forse è questo il vero “valore sentimentale” evocato dal titolo: non ciò che conserviamo intatto, ma ciò che, passando attraverso di noi, ci cambia. Non una memoria da proteggere, ma un’esperienza da vivere, ancora e ancora, finché smette di far male e comincia, finalmente, a raccontarci.

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