“Non è detto che Kublai Kan creda a tutto quel che dice Marco Polo quando gli descrive le città visitate nelle sue ambascerie, ma certo l’ambasciatore dei tartari continua ad ascoltare il giovane veneziano con più curiosità e attenzione che ogni suo altro messo o esploratore”.

Che Italo Calvino abbia anticipato formule di narrazione che oggi consideriamo innovative, liquide e iper testuali e anche ciò che chiamiamo storytelling, è oramai piuttosto assodato.

Ma c’è un dato che non sempre viene adeguatamente accostato a Le città invisibili (Oscar Mondadori) del grande scrittore italiano: le città sono l’ossessione dei narratori. Narrarle, o meglio trasformare esse stesse in storie, è un desiderio comune a chi lavora con le parole: scrittori soprattutto, ma anche giornalisti e reporter.

Non si tratta solo di far riferimento ai classici reportage ma a quel punto di vista altro che mescola osservazione e conoscenza della storia, vita delle comunità (nel tempo che cambia) e voci non conformi, luoghi che sono sovrapposti a luoghi che furono.

Le città piacciono agli scrittori
perché si possono riscrivere

Ne Le città invisibili del 1972, la variabile tempo è irrilevante così come la nozione di spazio, mentre le città viste dall’autore (è l’ambasciatore Marco Polo a descrivere a Kublai Kan le città del suo impero) sono suddivise in undici gruppi di cinque che definiscono proprio il punto di vista dalle quali vengono osservate. Per la città di Olinda ad esempio, è necessario munirsi di una lente d’ingrandimento e di grande attenzione, solo così si possono trovare in un solo punto, non più grande di una capocchia di spillo, piazze, tetti, lucernari, campi. Olinda non resta mai uguale e se stessa e quelli che prima appaiono come dettagli, nel tempo mutano e ingrandiscono in un inedito balletto di proporzioni. 

“A Olinda no: le vecchie mura si dilatano portandosi con sé i quartieri antichi, ingranditi mantenendo le proporzioni su un più largo orizzonte ai confini della città; essi circondano i quartieri un po’ meno vecchi, pure cresciuti di perimetro e assottigliati per far posto a quelli più recenti che premono da dentro; e così via fino al cuore della città: un’Olinda tutta nuova che nelle sue dimensioni ridotte conserva i tratti e il flusso di linfa della prima Olinda e di tutte le Olinde che sono spuntate una dall’altra; e dentro a questo cerchio più interno già spuntano – ma è difficile distinguerle – l’Olinda ventura e quelle che cresceranno in seguito”.

Italo Calvino

Olinda è la città che si sviluppa senza sosta, come le nostre metropoli.
Un autore che in questi anni riesce a narrare le città ibridando la lucidità dell’osservazione rigorosa del giornalismo alla narrativa, è l’indiano-americano Suketu Mehta.

Suketu Mehta e la sua contemporaneità

L’autore ha pubblicato reportage narrativi di successo come Maximum City (Einaudi) , incentrato su Bombay e i suoi abitanti, sul fenomeno migratorio spogliato dalla retorica, e anche riflessioni raccolte ad esempio in La vita segreta delle città (Einaudi) , dove la narrazione diventa essa stessa arma e privilegio democratico, e dove la riflessione parte da un dato statistico: per la prima volta nella storia, la maggioranza degli esseri umani vive nelle città e non nei villaggi. 

Suketu Mehta svela il suo proposito: approdare alla narrazione non ufficiale, quella che non compare nelle cronache, nei libri di storia, nelle guide turistiche. 

Suketu Mehta

Ad esempio:

“Un po’ in tutta Lower Mahnattan, nel West Village, nella Bowery, a Soho, gli edifici più vecchi – case popolari, logt di artisti, fabbriche di abbigliamento – vengono abbattuti per far posto a condomini di lusso. E dalle facciate ti vengono sbattute in faccia a chiare lettere la diseguaglianza della metropoli e la tua povertà ‘DODICI RESIDENZE DI PREGIO CON FINITURE PERSONALIZZATE A PARTIRE DA TRE MILIONI DI DOLLARI’. Dove un tempo lavoravano migliaia di persone, adesso possono permettersi di vivere una decina di nuclei famigliari”.

E Suketu Mehta cita Calvino proprio per sottolineare che : 

“Nelle città invisibili la prosa è così indeterminata, spaziosa e imperscrutabile – potrebbe significare qualunque cosa per chiunque – da permetterti di figurarti una tua città, come fa l’imperatore Kublai Khan. A parte Marco Polo e il Khan, nel libro non ci sono altri individui, e neanche in nessuna delle città. Ci sono solo assembramenti di persone”.

Calvino rimanda al rapporto tra essere umano e la città contemporanea utilizzando l’invenzione letteraria e resta ancora un esempio al quale ispirarsi, Suketu Mehta rimanda al rapporto tra le città – reali ma spesso nascoste- e le persone; quelle persone che fanno le metropoli.

C’è da chiedersi chi narra oggi le nostre città in Italia, e come?  Chi riesce a ibridare realtà e immaginazione, passato e presente? Sarebbe utilissimo fare un’indagine.

Le città invisibili
Le città Invisibili
La vita segreta della città
La vita segreta delle città

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