Il corpo sacro del dolore
Come un testo antico come l'Elettra di Sofocle e un saggio contemporaneo come quello del filosofo Byung-Chul Han, "La società senza dolore", dialogano a distanza.

Come un testo antico come l'Elettra di Sofocle e un saggio contemporaneo come quello del filosofo Byung-Chul Han, "La società senza dolore", dialogano a distanza.

Come un testo antico come l’Elettra di Sofocle e un saggio contemporaneo come quello del filosofo Byung-Chul Han dialogano a distanza: uno ci parla del valore sacro del dolore e delle passioni, l’altro di una società che ha ripudiato la sofferenza.
Elettra corpo di donna che non si concede alla pace, corpo che fa del lutto la sua unica patria.

Questo corpo non è forse l’ultimo, disperato baluardo contro la mercificazione e la censura dei corpi e delle passioni che ci governano?
Un corpo che rifiuta di essere consolato, di essere normalizzato, di rientrare nei ranghi di un potere – quello di Clitennestra e di Egisto – che ha ucciso e ora pretende l’oblio. In lei, la memoria si fa carne, le viscere si fanno altare di un sacrificio paterno. Mentre il nostro tempo ci impone la nevrosi della performance, l’obbligo di “superare” il trauma in cinque comode rate di psicofarmaci, il corpo di Elettra, nella sua ostinazione quasi biologica, ci sbatte in faccia una verità sacrale: il dolore è un diritto, e abitarlo fino in fondo è un atto di resistenza.

È un “no” urlato in faccia a quella che il filosofo Byung-Chul Han definisce la “società palliativa“, una società dell’analgesico che, nella sua ossessiva paura del dolore (algofobia), finisce per bandire la vita stessa.
E la donna, quando si aggrappa ai suoi morti, quando rifiuta la rimozione che il logos maschile e statale le impone, non compie forse l’atto politico più puro, un’insurrezione della memoria contro lo storytelling (vocabolo lo so abusato ma qui obbligatorio) dei vincitori?
L’universo femminile del lutto, che la nostra società patologizza riducendolo a isteria o depressione, è qui restituito alla sua dimensione di rivolta.
Elettra, e con lei il coro di donne che piange e ricorda, non è una vittima passiva.
Il suo lamento non è una preghiera, ma un atto d’accusa che scuote le fondamenta del palazzo, un palazzo che è metafora di ogni potere costituito sul sangue e sulla menzogna. Lei ci insegna che il primo passo per rovesciare un tiranno è non dimenticare mai il nome delle sue vittime.

A che serve, allora, dissotterrare la carcassa di Sofocle oggi, se non a costringerci a guardare le nostre passioni senza più l’alibi della psicologia? La tragedia non spiega, mostra. Ci sbatte in faccia l’orrore sacro che ci abita, il groviglio di Thanatos ed Eros che la civiltà ha solo imparato a mascherare, a imborghesire.
Le passioni di Elettra, di Oreste, di Clitennestra non sono “complessi” da analizzare sul lettino. Sono forze primordiali, demoni che agiscono e distruggono. Sofocle ci costringe a togliere la maschera del nostro falso progresso e ad ammettere che sotto la pelle levigata del cittadino contemporaneo ulula ancora la stessa bestia che si agitava nelle viscere dell’uomo greco.



A che serve, allora, dissotterrare il corpus di Sofocle oggi, se non a costringerci a guardare le nostre passioni senza più l’alibi della psicologia? La tragedia non spiega, mostra. Ci sbatte in faccia l’orrore sacro che ci abita, il groviglio di Thanatos ed Eros che la civiltà ha solo imparato a mascherare, a imborghesire.
Le passioni di Elettra, di Oreste, di Clitennestra non sono “complessi” da analizzare sul lettino.
Sono forze primordiali, demoni che agiscono e distruggono. Sofocle ci costringe a togliere la maschera del nostro falso progresso e ad ammettere che sotto la pelle levigata del cittadino contemporaneo ulula ancora la stessa bestia che si agitava nelle viscere dell’uomo greco.

Il teatro, del resto, non è letteratura: è corpo, è rito, è evento. Un testo, per quanto immenso, resta lettera morta finché non viene attraversato dal respiro di un attore, finché la parola non si fa di nuovo carne e sangue. L’occasione per riscoprire questo grande classico e per metterlo in dialogo con le inquietudini del nostro presente, per me e per il pubblico di ReWriters, è nata proprio da questa consapevolezza, vedendo un testo antico tornare a vivere.
È accaduto quest’anno, grazie alla potente messa in scena di Elettra per la regia di Roberto Andò, un’onda d’urto emotiva partita dal Teatro Greco di Siracusa e arrivata fino al cuore delle rovine di Pompei.
Vedere quel rito compiersi di nuovo, in quei luoghi sacri, è stato l’invito a riaprire i libri, a confrontarli, a capire perché quella storia, proprio oggi, ci riguarda così da vicino.
Sonia Bergamasco con la sua performance ha compiuto un miracolo laico, una vera e propria epifania. Il suo non è un “interpretare”, è un “incorporare”, farsi tempio e materia di un dolore arcaico e universale.
La sua performance è una lezione spietata su cosa sia il teatro: non intrattenimento, non cultura, ma rito. Una sacra rappresentazione in cui l’attore diventa tramite tra il mondo dei vivi e la verità indicibile dei morti.

