Progetto fotografico di 8 fotografie B/N di Sélène de Condat

“APNEA DI MARMO. L’estremo rifiuto della bellezza antica di fronte alla volgarità del contemporaneo” è il titolo del progetto artistico della fotografa francese Sélène de Condat realizzato per ReWriters.it: “È una domanda che mi sono posta spesso – afferma la fotografa – passeggiando in silenzio tra le sale di Palazzo Massimo, a Roma: e se queste statue non sopportassero l’odore del nostro tempo? Prive di naso, rinunciando al respiro, esse scelgono l’esilio. Attorno a loro premono le folle: un mare di turisti che le assedia con la luce fredda dei cellulari, soffocandole con l’odore di sudore e di alito acido, catturando pixel senza mai sfiorarne l’anima. Esse, però, ci fissano immobili e giudicanti, serrando ogni via d’accesso: è l’estremo rifiuto di chi non tollera più l’aria che respiriamo. ​Quel vuoto, nel cuore del volto, non è una mutilazione, ma un confine. È il segno di chi ha smesso di inalare la nostra storia — così densa di rumore e priva di sacro — per non rischiare di esserne contaminato. Trattengono nei polmoni di pietra l’aria pura di un’epoca che profumava di incenso, terra e divinità. Dum spiro, spero.

​La mancanza del setto nasale nella statuaria classica è sempre stata letta come un trauma subìto. Qui il paradigma si ribalta: la mutilazione diventa un atto di resistenza sensoriale. Il marmo non è rotto, è semplicemente chiuso in un’apnea sdegnosa. Inutile cercare di “restaurare” quel vuoto: è un muro di dignità eretto tra noi e la loro essenza.

Forse dovrei smettere di angosciarmi per il loro volto spezzato. In un mondo che ci impone di inalare tutto — dai gas di scarico ai sentimenti sintetici — queste statue sono le uniche ad aver trovato una via d’uscita.

Hanno perso il naso, è vero. Ma osservandole bene, sembra quasi che lo abbiano fatto per un eccesso di disdegno: per non essere costrette a condividere con noi nemmeno un soffio di ossigeno. Dopo tutto, perché dovrebbero respirarmi?

Io non sono niente per loro. Esse hanno attraversato il tempo; noi per loro siamo solo statue di carne che distruggono il loro spazio. Siamo un rumore biologico che offende il loro vuoto, creature effimere che mendicano un respiro dopo l’altro, mentre loro, sovrane e immote, custodiscono nei polmoni di marmo l’aria purissima di un mattino di duemila anni fa”.

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