Alex Zanardi è morto la sera del 1° maggio 2026, a Padova, a 59 anni. Lo hanno annunciato il mattino dopo la moglie Daniela Manni, il figlio Niccolò e Obiettivo 3, l’associazione che lui stesso aveva fondato per sostenere atleti con disabilità. Avrebbe compiuto sessant’anni il prossimo 23 ottobre. I funerali saranno celebrati martedì 5 maggio nella Basilica di Santa Giustina, in Prato della Valle.

Le agenzie hanno aperto con la parola “campione“. È una parola giusta ma stretta. Perché se è vero che Zanardi ha vinto due titoli CART nel 1997 e 1998, sei medaglie paralimpiche tra Londra 2012 e Rio 2016, dodici titoli mondiali su strada in handbike, è altrettanto vero che la sua eredità più profonda non è nelle bacheche. È nel modo in cui un Paese intero ha imparato, grazie a lui, a guardare la disabilità senza imbarazzo.

Alex Zanardi, una biografia tagliata in due

La sua vita pubblica si divide in due dal 15 settembre 2001. Quel giorno, sul circuito tedesco del Lausitzring, la Reynard Honda di Zanardi rientra in pista a bassa velocità dopo una sosta ai box e perde il controllo su un tratto sporco. La sua monoposto, praticamente ferma in mezzo all’asfalto, viene centrata a circa 320 km/h dalla Forsythe del canadese Alex Tagliani. L’auto si spezza in due. Le gambe vengono amputate sul colpo. Quando il medico della CART Steve Olvey lo raggiunge, nel corpo di Alex resta circa un litro di sangue. Sopravvive grazie a un blocco delle arterie femorali eseguito in pista. Sedici operazioni, sette arresti cardiaci, l’estrema unzione. E poi il ritorno.

Prima di quel giorno, Zanardi era stato un pilota di buon talento e parabola irregolare: bolognese, classe 1966, figlio di un idraulico e di una sarta, nei circuiti dei kart si era guadagnato il soprannome di “Parigino” per l’eleganza nella guida. Esordio in Formula 1 nel 1991 con la Jordan, poi Lotus e infine Williams nel 1999, per un totale di 44 Gran Premi e un solo punto. Negli Stati Uniti, nella Formula CART, aveva trovato la sua dimensione, vincendo due titoli consecutivi con Chip Ganassi Racing e firmando un sorpasso al Cavatappi di Laguna Seca diventato leggendario.

Dopo il 2001, Zanardi diventa un’altra cosa. Non solo un atleta che torna a gareggiare con protesi che ha contribuito a progettare. Diventa, suo malgrado, un caso di studio.

La protesica come politica pubblica

Il primo terreno su cui Zanardi sposta qualcosa di concreto è quello tecnologico-sanitario. Le gambe artificiali con cui torna a correre, e poi a pedalare in handbike, non sono prodotti di catalogo. Sono il frutto di una collaborazione lunga vent’anni con il Centro Protesi INAIL di Vigorso di Budrio, alle porte di Bologna. Quel rapporto, ricordato anche dal direttore generale dell’Istituto nelle ore successive alla morte, è stato bidirezionale: Alex ha messo a disposizione il proprio corpo come laboratorio, e in cambio le innovazioni testate su di lui sono finite nelle protesi standard distribuite a migliaia di persone con disabilità in tutta Italia.

È un punto che merita di essere sottolineato, perché contraddice la narrazione individualistica che spesso accompagna le storie dei campioni paralimpici. Zanardi non si è limitato a fare di sé un caso eccezionale: ha trasformato la propria eccezionalità in infrastruttura. Le protesi più leggere, gli ausili per il paraciclismo, le soluzioni per conciliare alta prestazione e sicurezza che oggi sono prassi nascono in larga parte da quella collaborazione. Per il sistema sanitario pubblico italiano, in questo senso, non è scomparso solo un testimone: è scomparso un consulente.

Di Roberto Serratore, CC BY-SA 4.0

“Obiettivo 3”, l’opportunità prima della medaglia

Il secondo terreno è associativo. Obiettivo 3 nasce da un’intuizione semplice: lo sport come strumento di reinserimento è efficace solo se è accessibile. Per molte persone con disabilità, in Italia, l’ostacolo non è la motivazione, ma l’assenza di canali, di ausili, di sostegno economico, di allenatori formati. Zanardi mette in piedi un’associazione che fa esattamente questo: cerca atleti, li forma, li finanzia, li accompagna fino a un livello competitivo. L’obiettivo dichiarato alla nascita era portarne almeno tre alle Paralimpiadi di Tokyo. Il risultato concreto, oggi, è una rete che ha contribuito a rinnovare il movimento paralimpico italiano dal basso.

La parola che torna nei materiali dell’associazione è “opportunità”. Non “riscatto”, non “rinascita”, non “miracolo”. Una scelta lessicale precisa, che riflette il modo in cui Zanardi insisteva nel parlare di disabilità: come una caratteristica, non come una condanna da redimere. Il sindaco di Bologna Matteo Lepore, conferendogli il Nettuno d’Oro nel 2012, aveva riconosciuto questo aspetto in modo esplicito: il merito non era solo sportivo, era nell’aver “ridato speranza a molte persone disabili, diventandone punto di riferimento“. Nel 2014 era arrivata la nomina a Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica.

Il linguaggio, prima delle medaglie

C’è un terzo terreno, più sfuggente ma forse il più rilevante: quello del discorso pubblico. Per anni, in Italia, il racconto della disabilità è oscillato tra due poli: la pietà e il sensazionalismo. Zanardi ha contribuito, con la sola forza della propria presenza mediatica, a introdurne un terzo: la normalità competitiva. Nelle sue interviste rifiutava sistematicamente il registro motivazionale. “Non sono nessuno per poter dispensare pillole di saggezza“, aveva detto in un’intervista del 2019. Quando gli chiedevano del coraggio, rispondeva parlando di passione, di lavoro, di curiosità tecnica per i materiali e i tempi sul giro. Quando gli chiedevano del dolore, virava sull’ironia.

Era una posizione politica, anche se lui non l’avrebbe chiamata così. Significava rifiutare il ruolo di vittima nobile che la cultura popolare tende ad assegnare alle persone con disabilità di successo, e pretendere lo stesso trattamento che si riserva a un atleta normodotato: il rispetto per la fatica, la critica per gli errori, l’analisi tecnica per le vittorie. Papa Francesco, in una lettera del 2020, aveva sintetizzato questa qualità in una formula efficace: “Hai insegnato a vivere la vita da protagonisti, facendo della disabilità una lezione di umanità“.

Pienza, 19 giugno 2020: il secondo strappo

Il secondo incidente arriva nel pieno di questo lavoro. Il 19 giugno 2020 Zanardi sta partecipando in handbike a “Obiettivo Tricolore”, una staffetta benefica pensata anche come simbolo di ripartenza dopo i mesi del Covid. Sulla statale 146, all’altezza di Pienza, perde il controllo del mezzo in discesa e finisce contro un camion che proviene dalla corsia opposta. La posizione dell’autista verrà successivamente archiviata.

Le conseguenze neurologiche sono gravissime. Coma prolungato, oltre un mese, una serie di interventi neurochirurgici, il trasferimento da Siena a un centro specializzato di Lecco, le complicazioni che lo riportano in terapia intensiva al San Raffaele di Milano. A gennaio 2021 riacquista la coscienza in una struttura di Padova. A dicembre 2021 torna a casa per proseguire la riabilitazione assistito dalla famiglia. Da quel momento sparisce dalla scena pubblica. Per quasi sei anni le sue condizioni restano un perimetro privato, protetto dalla moglie e dal figlio. Quel silenzio si rompe il 2 maggio 2026.

Alex Zanardi, cosa resta

Le commemorazioni istituzionali sono state, prevedibilmente, unanimi. Il presidente Mattarella ha parlato di “punto di riferimento di tutto lo sport, amato e ammirato anche per il coraggio, la resilienza e la capacità di trasmettere entusiasmo“, precisando che si tratta di valori “anche oltre il mondo dello sport“. Il Comitato Italiano Paralimpico ha disposto un minuto di silenzio in tutte le competizioni in programma. La ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli ha sottolineato la capacità di Zanardi di trasmettere messaggi che vanno oltre lo sport.

Sono parole giuste. Ma rischiano, come sempre in questi casi, di chiudere una vicenda dentro la cornice rassicurante dell’esempio. La verità è che il lavoro di Zanardi sul piano sociale, della protesica, del linguaggio pubblico e dell’accesso allo sport per le persone con disabilità non è concluso. È un cantiere aperto, e la sua scomparsa lo lascia con un protagonista in meno. Obiettivo 3 continuerà, le protesi continueranno a migliorare, gli atleti paralimpici italiani continueranno a vincere medaglie. Ma la voce che teneva insieme questi pezzi, traducendoli in un discorso pubblico riconoscibile e accettato anche da chi della disabilità non si era mai occupato, quella voce non c’è più.

Alex Zanardi è morto lo stesso giorno in cui, trentadue anni fa, se ne andò Ayrton Senna. Una coincidenza che colpisce chi ha amato le corse. Ma la sua eredità non è quella, romantica, dei piloti che muoiono in pista. È un’altra, più scomoda e più utile: quella di un uomo che, dopo essere quasi morto due volte, ha usato il tempo che gli era stato regalato per cambiare le condizioni materiali di vita di persone che non avrebbe mai conosciuto.

Consiglio la lettura del suo libro scritto a quattro mani con Gianluca Gasparini “Volevo solo pedalare… ma sono inciampato in una seconda vita” (Rizzoli).

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