Malavita, certamente. Ma se c’è un ambito in cui si possono racchiudere tutte le nefandezze dell’oppressione, dell’autoritarismo, del patriarcato e del rapporto violento tra i sessi e tra gli esseri umani, quello è il mondo di Camorra, Mafia e Ndrangheta.

Si dirà che la faccenda è nota e ampiamente dibattuta, ma questo non è completamente vero finché non ci si occupa del ruolo che hanno avuto e che hanno ancora le donne in questo ambito sociale e organizzativo. In particolare le “collaboratrici di giustizia”: mogli, figlie, amanti, madri che hanno vissuto all’interno di relazioni mafiose e, affrontando costi personali enormi, se ne sono liberate.

Mafia. Collaboratrici di giustizia, il loro ruolo

Il loro ruolo non è stato solamente decisivo per smascherare e ridefinire organizzazioni e trame delinquenziali per offrire alla società soluzioni efficaci per sconfiggere, almeno parzialmente, terribili situazioni criminose. Viceversa, quello che queste donne rappresentano è molto di più. E’ il frutto diretto e indiretto di una mutata sensibilità sociale e individuale, di un nuovo protagonismo femminile, della rappresentazione di un nuovo fronte di lotta agito, spesso in solitudine, e che, solo alla fine, emerge a vedere la luce e non sempre in maniera completa e soddisfacente.

In definitiva si tratta di un nuovo punto di vista che fino a pochi anni fa era rimasto del tutto inesplorato – forse anche perché inespresso – e che contribuisce a completare un quadro che da tempo, faticosamente, tentiamo di definire. Il punto di vista delle donne è un punto di vista del tutto unico e originale che fa i conti con un vissuto che le organizzazioni mafiose hanno opportunamente tenuto compresso e schiacciato sotto una forma di patriarcato primordiale assai più radicale di quello che è stato fatto emergere e si cerca di contrastare nel resto della società. Nelle famiglie mafiose gli uomini “lavorano” per i loro intrighi e per i loro crimini. Praticamente vivono fuori casa oppure sono in galera. Le mogli allora devono sostenerli, fornire informazioni, portare ordini all’esterno.

Nessuno parla e nessuno dice

Allo stesso tempo, a casa, inducono le figlie a sposarsi un ragazzo a sua volta figlio di un uomo d’onore. Oppure crescono i maschi all’uso delle armi. Tutti insieme vanno a messa la domenica e appaiono “famiglie normali”. Spesso i maschi si comportano in modo violento all’interno della loro stessa famiglia, ma sono monogamici e rispettano ruoli e gerarchie delle antiche famiglie tradizionali. Quello che è assolutamente importante è che nulla dall’interno deve poter trapelare al di fuori. Tutto è bloccato per generazioni. Nessuno parla e nessuno dice. Violare questo sistema è impossibile. Lo è stato per molti decenni. Almeno fino a quando il mondo è iniziato a cambiare e il protagonismo femminile ha fatto un balzo in avanti.

Recentemente una riuscita serie televisiva dal titolo “The Good Mothers” ha ricostruito le vicende di alcune donne calabresi che sono riuscite a ribellarsi a questa routine per iniziativa anche di un magistrato (donna) Anna Colace che a suo tempo intuì che proprio attraverso il loro aiuto si potesse infrangere quel muro di omertà e offrire una dura ma salvifica via d’uscita verso la libertà.

l libro “La figlia del clan”

Da quindici anni vive sotto copertura con i suoi tre figli per aver scelto di diventare “collaboratrice di giustizia”. Si tratta di Giuseppina Pesce che ha raccontato all’autore la sua difficile ma fiera esistenza nel libro “La figlia del clan”.

Oggi un giornalista, Danilo Chirico, da tempo impegnato in indagini e reportage che riguardano queste tematiche, ci popone un libro importante, intenso e necessario che ricostruisce la storia di una di queste donne che da quindici anni vive sotto copertura con i suoi tre figli per aver scelto di diventare “collaboratrice di giustizia”. Si tratta di Giuseppina Pesce che ha raccontato all’autore la sua difficile ma fiera esistenza nel libro La figlia del clan, Piemme, pp 256, euro 14.00.

Giuseppina è di Rosarno ed è figlia, sorella, nipote di boss di Ndrangheta, del clan Pesce il più potente della regione. Viene arrestata e trent’anni con l’accusa di essere una “postina”. Poco dopo l’arresto inizia a collaborare. E non è una cosa da poco. A lei tocca spezzare legami famigliari forti di decenni di omertà. Di tradire una tradizione decennale. Di mettersi in cattiva luce di fronte alla “gente per bene” del paese”. Perché lo fa? Perché sceglie una vita onesta contro il malaffare, ma lo fa soprattutto per i suoi tre figli a cui naturalmente vuole offrire un futuro migliore di quello che le si prospettava rimanendo chiusa nella gabbia criminale della sua famiglia.

Da qui inizia una storia avvincente e dolente ma piena di speranza di una donna che non può più portare il suo nome, che non ha più legami con il suo passato, nel (poco) bene e nel (tanto) male e che ha scelto la sfida del futuro per riscattare sé stessa e le sue creature. In quindici anni, da lontano, Giuseppina vede il suo vecchio mondo perdersi tra omicidi, galera, morti per droga, disfacimento di un destino che lei aveva visto per tempo.

Una storia tutta da leggere con cura, attenzione e molto rispetto assecondando un testo che dal passo giornalistico spesso diventa narrazione letteraria senza nessuna velleità ma con stile.

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