Dalla crisi della rappresentanza alla salute mentale: i giovani, le istituzioni e la necessità di ricostruire un patto sociale. Classe, visione e la ferma convinzione che la diversità non sia un difetto da correggere, ma una voce da ascoltare. Pitar Kamarashev — laureato in psicologia clinica, attivista, autore e mente del format civico Dissonanza e del progetto narrativo Tommy il plettro — incarna una nuova generazione di pensatori che rifiutano il cinismo e il disimpegno.

Radicato nel territorio ferrarese ma con lo sguardo aperto alle dinamiche europee e globali, Kamarashev unisce la cura per la salute mentale all’analisi politica, offrendo una prospettiva lucida sul disagio giovanile, sulla partecipazione democratica e sulla necessità di ricostruire un patto sociale capace di dare un futuro desiderabile ai giovani.

Il tuo format, Dissonanza, sceglie un termine che evoca la rottura dell’armonia per raccontare Ferrara e il mondo giovanile. Perché questa urgenza di stonare rispetto alla narrazione ufficiale?
Dissonanza non nasce dalla volontà di essere contro a prescindere. Nasce dalla necessità di interrompere degli automatismi. In psicologia la dissonanza è quella sensazione di disagio che proviamo quando qualcosa entra in conflitto con ciò che pensavamo di sapere. Ecco, io voglio provocare esattamente quel momento: fermarti per un secondo e costringerti a guardare una cosa da un’altra prospettiva. Quando parlo di Ferrara, di immigrazione, di marginalità, di giovani o di politica, cerco di andare fisicamente nei luoghi e incontrare le persone. Perché spesso la realtà è molto più complessa della narrazione che diventa dominante sui social. In un’epoca in cui tutti cercano conferme alle proprie idee, forse stonare significa semplicemente tornare a farsi delle domande. Dissonanza non vuole dire alle persone cosa pensare. Vuole impedire che smettano di pensare.

L’Italia viene spesso dipinta come una nazione gerontocratica, incapace di investire e credere davvero nelle nuove generazioni. È una percezione reale o c’è una responsabilità generazionale bidirezionale?
La percezione ha sicuramente delle basi reali. Abbiamo costruito per decenni un Paese nel quale essere giovani significa spesso entrare tardi nel mercato del lavoro, essere precari, avere difficoltà ad accedere alla casa e arrivare nei luoghi decisionali quando non si è più tanto giovani. Però sarebbe troppo comodo attribuire tutto alle generazioni precedenti. Una responsabilità dei giovani esiste: una parte della mia generazione ha trasformato la sfiducia in disimpegno. Diciamo che la politica non ci rappresenta e poi spesso smettiamo di partecipare ai luoghi nei quali quella rappresentanza potrebbe essere modificata. Detto questo, le responsabilità non sono perfettamente simmetriche: chi eredita un sistema ha meno potere di chi quel sistema lo governa. La sfida quindi non è fare una guerra tra generazioni. È costruire un patto generazionale. Perché un Paese che costringe i suoi giovani ad andarsene non sta semplicemente perdendo abitanti: sta esportando futuro.

Dal tuo osservatorio di laureato in psicologia clinica e dinamica, qual è il disagio emotivo e psicologico più profondo che riscontri oggi nella tua generazione?
Cercherei di non diagnosticare un’intera generazione, sarebbe scientificamente scorretto. Ma vedo un elemento ricorrente: la difficoltà a immaginare il futuro come qualcosa di desiderabile. Viviamo continuamente esposti al confronto. Vediamo carriere perfette, corpi perfetti, relazioni perfette, vite apparentemente perfette, mentre nella realtà affrontiamo precarietà, solitudine, difficoltà economiche e aspettative altissime. Il risultato è un paradosso: siamo probabilmente la generazione con più possibilità teoriche di scelta della storia e, contemporaneamente, una delle più spaventate dalla possibilità di scegliere male. Dietro molta ansia non vedo soltanto fragilità individuale. Vedo una società che ci chiede continuamente di performare e poi ci offre pochissimi punti fermi. Per questo credo che una delle grandi questioni politiche dei prossimi anni sarà proprio la salute mentale. Perché una generazione che smette di desiderare il proprio futuro difficilmente riuscirà a costruire quello di un Paese.

Episodi di violenza efferata tra giovanissimi, come il tragico caso di Nicola Musiani, mettono a nudo crepe profonde. Cosa sta collassando nel tessuto sociale del nostro Paese?
Prima di qualsiasi analisi sociale va ricordata una cosa: la responsabilità penale è individuale. Capire le cause di un fenomeno non significa mai giustificare chi commette violenza.
Ma casi del genere ci obbligano comunque a interrogarci. Credo stiano entrando in crisi diversi sistemi contemporaneamente: famiglia, scuola, comunità, capacità degli adulti di essere figure autorevoli e, soprattutto, educazione emotiva. Una parte dei ragazzi cresce in un ambiente nel quale il conflitto viene immediatamente trasformato in spettacolo, l’umiliazione diventa contenuto e la violenza può diventare uno strumento per ottenere status nel gruppo. La risposta non può essere soltanto aumentare la pena dopo che qualcuno è morto. La repressione è necessaria quando viene commesso un reato, ma arriva alla fine della storia. A me interessa cosa facciamo prima: educazione emotiva nelle scuole, presidio sociale del territorio, sport, cultura, salute mentale, sostegno alle famiglie. Una società seria non sceglie tra prevenzione e sicurezza. Capisce che la prevenzione è una delle forme più intelligenti di sicurezza.

Da attivista, constati quotidianamente il distacco dei giovani dalla politica. Quali strumenti servono oggi per invertire questa rotta e riaccendere la partecipazione?
Innanzitutto dobbiamo smettere di chiedere ai giovani di partecipare a organizzazioni nelle quali possono parlare ma non decidere nulla. La partecipazione simbolica non funziona più. Se crei un tavolo giovani, una consulta o un network e poi tutte le decisioni vengono comunque prese altrove, dopo qualche mese quelle persone se ne vanno. E hanno ragione. Servono strumenti di partecipazione reale: consulte con poteri concreti, progettazione partecipata, formazione politica nelle scuole senza propaganda partitica, bilanci partecipativi, strumenti digitali trasparenti e soprattutto accesso dei giovani ai veri luoghi decisionali. E poi la politica deve tornare a parlare dei problemi materiali: casa, stipendi, sanità, istruzione, trasporti, salute mentale. Non possiamo stupirci dell’astensionismo se chiediamo a un ventenne di appassionarsi alla politica mentre la politica sembra non appassionarsi minimamente alla sua vita. I giovani non vanno convinti a entrare nella politica. Bisogna restituire loro una politica nella quale valga la pena entrare.

Hai varcato le porte del Parlamento Europeo a Bruxelles per il programma “Parlami d’Europa”. Quell’esperienza ha alimentato la tua visione europeista o ha svelato i limiti e le disillusioni delle istituzioni comunitarie?
Entrambe le cose. Sono tornato da Bruxelles più europeista, ma anche più critico. Durante Parlami d’Europa eravamo cento giovani provenienti da tutta Italia e abbiamo lavorato su proposte concrete confrontandoci con chi quelle istituzioni le vive. È stato importante perché improvvisamente l’Europa smette di essere un’entità astratta e diventa un luogo nel quale persone reali discutono e decidono. Ma proprio quando entri dentro un’istituzione ne percepisci anche i limiti: burocrazia, distanza comunicativa, tempi decisionali e una sensazione di lontananza che spesso i cittadini avvertono legittimamente. Per me essere europeista non significa considerare l’Unione Europea perfetta. Anzi. Significa volerla cambiare perché ritengo che oggi le grandi questioni, intelligenza artificiale, clima, migrazioni, multinazionali, pace; abbiano dimensioni che nessuno Stato europeo può affrontare seriamente da solo. Sono europeista per necessità storica, non per fede religiosa nelle istituzioni europee.

In un clima politico segnato dall’avanzata di forze conservatrici e sovraniste come giudichi questo rigurgito ideologico e a cosa è dovuto?
Io eviterei di liquidare il fenomeno dicendo semplicemente che chi vota queste forze è ignorante o estremista. Sarebbe politicamente comodo e psicologicamente superficiale.
Quando una società percepisce instabilità economica, culturale e identitaria cresce la domanda di ordine, appartenenza e risposte semplici. Il problema nasce quando la politica intercetta quella paura indicando continuamente qualcuno contro cui rivolgerla. Il programma di Futuro Nazionale mette effettivamente in discussione le unioni civili e sostiene che l’aborto non sia un diritto. Io vedo il rischio di trasformare diritti individuali già acquisiti nel terreno permanente dello scontro politico. Ma c’è anche una responsabilità del campo progressista. Se parliamo soltanto di diritti civili e dimentichiamo salari, sanità, istruzione, casa e sicurezza sociale, lasciamo un’autostrada a chi trasforma il disagio economico in guerra culturale.
La risposta a Vannacci non può essere indignarsi ogni volta che parla. Deve essere offrire una visione di società migliore. Perché la paura si combatte molto più efficacemente costruendo sicurezza sociale che costruendo nuovi nemici.

L’emergenza climatica non è più una proiezione futura, ma una strage silenziosa, certificata anche da The Guardian con decine di migliaia di morti per il caldo record. Se avessi i leader mondiali di fronte, quale sarebbe il tuo affondo definitivo contro il negazionismo climatico?
Direi una cosa molto semplice: potete negare la scienza, ma non potete negoziare con la termodinamica. Nell’estate 2026 si parla di almeno 35.000 morti in eccesso associate alle ondate di calore in Europa, e il dato è ancora incompleto. In Italia abbiamo appena attraversato l’estate più calda registrata dal 1950. A quel punto il clima smette di essere una battaglia ideologica tra ambientalisti e negazionisti. Diventa sanità pubblica, agricoltura, lavoro, economia e sicurezza nazionale. E soprattutto è una questione sociale: chi ha meno possibilità economiche vive nelle case peggiori, ha meno strumenti per proteggersi dal caldo e spesso svolge i lavori più esposti. Possiamo discutere legittimamente su quali politiche ambientali siano più efficaci, sostenibili o socialmente giuste. Quello è il terreno della politica. Ma discutere nel 2026 se il problema esista ancora significa perdere tempo che non abbiamo. Il pianeta continuerà a funzionare anche senza di noi. Siamo noi ad avere bisogno di condizioni nelle quali poter continuare a viverci.

L’arte come forma di attivismo: tra le tue creazioni c’è “Tommy il plettro”. Come nasce questo personaggio e qual è il manifesto politico ed emotivo che intende trasmettere?Tommy nasce apparentemente molto lontano dalla politica. È un plettro diverso dagli altri, viene preso in giro perché il suo suono è considerato stonato e deve imparare a non considerare quella diversità come un difetto. Poi, crescendo, mi sono accorto che probabilmente dentro quel personaggio avevo messo una parte importante del mio modo di vedere il mondo. Tommy parla ai bambini, quindi non nasce come manifesto partitico. Il suo messaggio è emotivo: non devi necessariamente diventare uguale agli altri per meritare di essere accettato. A volte ciò che inizialmente viene percepito come una stonatura è proprio ciò che rende una persona riconoscibile. E trovo curioso che anni dopo abbia chiamato un progetto Dissonanza. Forse il filo conduttore è sempre stato lo stesso: quello che stona non deve necessariamente essere corretto. A volte deve semplicemente essere ascoltato. La politica, prima ancora delle leggi, dovrebbe occuparsi anche di questo: creare una società nella quale la diversità non venga automaticamente trasformata in marginalità.

Se potessi realizzare un sogno concreto per la tua città, Ferrara, da dove cominceresti domani mattina?
Comincerei togliendo la distanza tra centro e periferia, non soltanto geograficamente ma politicamente. Ferrara ha un centro straordinario, ma una città non può essere amministrata come una cartolina. Esistono quartieri e frazioni nei quali i cittadini chiedono cose molto meno spettacolari e molto più importanti: manutenzione, alberi sicuri, strade, illuminazione, trasporti, servizi e luoghi nei quali i giovani possano incontrarsi. Il mio sogno sarebbe una Ferrara nella quale il Comune esca dal Comune: amministratori presenti periodicamente nei quartieri, cronoprogrammi pubblici degli interventi, cittadini che possano controllarne l’avanzamento e giovani coinvolti stabilmente nelle decisioni che riguardano la loro città. Non servono necessariamente opere faraoniche per cambiare la percezione di una comunità. A volte significa semplicemente dimostrare a qualcuno che, anche se vive a dieci chilometri dal Castello Estense, per l’amministrazione esiste. Vorrei una Ferrara in cui nessun cittadino abbia la sensazione di vivere nella periferia dell’attenzione politica. Pitar Kamarashev

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