Saffo, l’esclusa: Leopardi e la ferita di non sentirsi degni d’amore
“L’ultimo canto di Saffo” di Leopardi parla ancora al presente: bellezza, amore, esclusione e la sensazione di non essere abbastanza.

“L’ultimo canto di Saffo” di Leopardi parla ancora al presente: bellezza, amore, esclusione e la sensazione di non essere abbastanza.

Placida notte, e verecondo raggio della cadente luna, sono le parole che pronuncia Saffo all’interno di “Ultimo canto di Saffo“, celebre canzone di Giacomo Leopardi che oggi riecheggia di profonda attualità, se la leggiamo comprendendone la profondità. Nella poesia, Saffo non è soltanto la poetessa che Leopardi immagina negli ultimi istanti della sua vita: è una figura attraverso cui il poeta racconta la condizione di chi percepisce una distanza irriducibile tra ciò che sente di essere e ciò che il mondo sembra disposto ad accogliere.
Fin dai primi versi, capiamo come Leopardi voglia costruire una Saffo immaginaria, che parla nell’ultima notte della propria vita, ma che la citazione mitica ha un valore più filosofico e profondo: il punto centrale è che questa Saffo si sente esclusa dalla natura e dall’amore. Così, la poesia si pone come un quadro sulla dissonanza tra interiorità e apparenza: all’inizio sembra che la poetessa riesca a concepire la bellezza del mondo, ma nonostante veda la bellezza della natura, essa non le appartiene. Non riesce a sentirsi parte di quella bellezza. Anziché sentirsi consolata dalle meraviglie che ammira (la Luna, il cielo, le acque), si sente esclusa ed estranea. La natura non è foriera di serenità, ma di indifferenza.
Saffo ha una grande sensibilità, è una donna intelligente, acuta, profonda, ma non sente la sua forma esteriore come rispecchiante della sua interiorità. L’attualità di questo concetto non risiede nel semplice “tutti noi ci sentiamo poco belli a volte”, ma nel fatto che tutti sentiamo smarrimento, dolore ed esclusione, soprattutto quando gli altri non ci vedono come vorremmo o non ci ricambiano.
graziosa luna, io mi rammento
Ultimo canto di Saffo, Giacomo Leopardi
che, or volge l’anno, sovra questo colle
io venia pien d’angoscia a rimirarti
Nel componimento, il paesaggio non è semplicemente descritto: diventa lo specchio dello stato d’animo della protagonista che si rende conto di come, malgrado il suo dolore, la natura vada avanti. Ciò anticipa concetti che emergeranno dopo nell’evoluzione del pensiero leopardiano, soprattutto nei versi successivi, quando Saffo abbandona il dialogo sulla natura ed esprime la propria condizione.
Perché, pur possedendo sensibilità e capacità di amare, non posso partecipare alla felicità che vedo nel mondo? Questa è la domanda chiave del lungo monologo di Saffo. Solamente dopo, capiamo che tutto è legato anche a un amore non corrisposto: Leopardi si rifà a una leggenda secondo la quale ella si sarebbe innamorata di un giovane di nome Faone e, non ricambiata, si sarebbe tolta la vita gettandosi dalla rupe di Leucade. L’autore proietta la sua personale esperienza, non solo di uomo spesso non ricambiato in amore, ma anche di persona che si è sentita sovente inadeguata a causa delle difficili condizioni di salute e del contesto familiare asfittico così come quello del paese di Recanati, come racconta nello Zibaldone.
La poesia riflette, quindi, sull’impossibilità di conciliare ciò che siamo dentro con ciò che emerge da fuori e con ciò che desideriamo. Ciò rappresenta una condizione estremamente moderna: la sensazione di non essere abbastanza. Non abbastanza bella, interessante, ricca, funzionale. Soprattutto, non abbastanza amata. In un’epoca in cui ci misuriamo costantemente con gli altri, questa è una riflessione fondamentale.
Ma Saffo non è solamente una “vittima”: è profondamente consapevole della sofferenza che vive e del mondo che la circonda, comprende che la natura non distribuisce bellezza, felicità e amore secondo un criterio di merito e, soprattutto, scrive, come Leopardi. Possiamo imparare da questo come l’eccessiva sensibilità non sia per forza un fattore negativo, ma anche un motore di maggiore lucidità.
La soluzione sarebbe senza dubbio accettarsi, non arrendersi, m l’Ultimo canto di Saffo” non ci insegna semplicemente ad accettare ciò che siamo. Leopardi è troppo disincantato per offrirci una soluzione così semplice. Ci costringe piuttosto a porci una domanda più difficile: quanto del nostro dolore nasce da ciò che siamo e quanto dalla misura con cui abbiamo imparato a giudicarci? Saffo non smette di soffrire perché scopre improvvisamente di essere bella. Non esiste questa consolazione nel suo canto. Leopardi ci offre però qualcosa di diverso: la possibilità di trasformare la propria esclusione in parola, la propria ferita in consapevolezza, il proprio sentirsi fuori posto in poesia.
