Pochi registi alla veneranda età di 91 anni sarebbero in grado di aver ancora qualcosa di nuovo da raccontarci: uno è senz’altro Clint Eastwood, che con questa nuova pellicola ci sorprende.

La sceneggiatura è curata dall’autore dell’omonimo libro da cui è tratta, Richard Nash, e da uno degli sceneggiatori delle ultime pellicole del regista americano (Gran Torino e The Mule).

Al di fuori di ogni dubbio Cry Macho è il testamento spirituale del regista di San Francisco, è il canto del cigno del genere western, perché di questo si tratta, di una pellicola western mascherata.

Come già aveva iniziato a delineare con gli Spietati del 1992, Eastwood scompone e demolisce il western classico subendo l’influsso di Sergio Leone. Come ricorda il critico Gian Piero Brunetta nel volume Cent’anni di cinema italiano, a proposito di Leone:

”… l’epica e e il mito nel mondo classico, come in quello moderno, sono beni mobili e comuni e non proprietà inalienabili. […] L’universo morale che avvolgeva il western classico e legittimava l’azione dei suoi eroi viene smantellato… Oltre alla perdita del centro etico, ritmo, climax drammatico, metrica narrativa, percezione temporale, tutto viene rimescolato e ricomposto su basi non più commensurabili col sistema originale.

Mike Milo (Eastwood) dopo una giovinezza passata nel mondo dei rodei interrompe la sua carriera a causa di un incidente alla schiena. Il suo ex capo lo ingaggerà per riportare a casa il suo giovane figlio, conteso con la madre, che si trova in Messico.

Se la pellicola appare come un classico romanzo di formazione per il giovane ragazzo, in realtà Eastwood crea un cowboy stanco e appesantito dalla vita. Ormai rimasto solo, la moglie e la figlia sono morti, Milo appare indebolito e fiacco, gli inseguimenti in auto, gli scontri, le fughe e persino il tentativo di seduzione di Leta, la madre del ragazzo, appaiono quasi ridicoli. Eastwood ci osserva dallo schermo e pare volerci suggerire: questo è ciò che rimane del cowboy solitario, dell’ispettore Callaghan ormai rimasto senza pallottole, un vecchio che si addormenta al bar perché è troppo stanco. Ciò che aveva incarnato il cineasta con in suoi personaggi giunge al tramonto con questa pellicola.

L’intera trama sembra un mero pretesto per farci assaporare un personaggio ormai disincantato dalla vita che tenta di mimare ciò che avrebbe fatto una ventina d’anni prima ma non è più in grado e non gli interessa. Durante le peripezie per riportare il figlio al padre il vecchio Milo dispenserà poche perle di saggezza. Emblematico è il momento in cui, assistendo una signora che chiede aiuto sulla salute del suo animale domestico, Milo constata che il cane è anziano e perciò non si può fare molto. Il cowboy è stato disarcionato da cavallo, la vecchiaia è giunta e non ci sono rimedi.

Il regista americano compone un personaggio magnifico agli antipodi di ciò che ha sempre incarnato e probabilmente per tale motivo gli spettatori rimarranno sconcertati e confusi. Il western giunge alla sua totale disgregazione e il cowboy solitario termina con coerenza un cammino di cinquant’anni di regia.

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