Il punto di vista delle altre specie animali, miliardi di individui, è per lo più in netta minoranza e inascoltato dalla politica, dal mondo produttivo, da molta parte della società. Inascoltato anche perché gli umani non sanno interpretare il linguaggio animale. Forse.

Ma come possono non cogliere aspetti “conclamati” legati a sofferenze, sfruttamento, prigionia, vere e propri maltrattamenti imposti che sono diventati “sistema”? Sistemi che, seppure in parte regolamentati, lo sono non senza una buona dose di ipocrisia tanto che ci arroghiamo il diritto di pontificare sul benessere animale – quando va bene, che è tutto dire – senza una coerente consapevolezza che siamo noi umani a decidere qual è il limite di benessere che possiamo/vogliamo concedere a questa o quella specie animale.

La presunta superiorità della specie umana ha reso, secolo dopo secolo, miliardi di animali schiavi, prodotti ad uso e consumo, minoranze mute e senza diritti, secondo una visione utilitarista sempre più spinta. Ma non mancano altre clamorose contraddizioni insolute come popolazioni umane che soffrono la fame e la sete: ancora oggi nascere nel sud del mondo o nella cerchia dei paesi ricchi, segna nettamente il destino di intere popolazioni.

Antispecisti raccontati nel saggio di Annamaria Rivera

Con Annamaria Rivera, autrice di tanti libri già docente di etnologia e di antropologia sociale presso l’Università di Bari, editorialista per Il Manifesto e Liberazione, collaboratrice de La Gazzetta del Mezzogiorno, La critica sociologica, Micromega – e ora del nuovo saggio Animali Esseri Sensibili, ci lega una lunga conoscenza e una comune visione: la sua analisi nasce da una lunga carriera di studiosa nel campo dell’antropologia sociale. La sua è una delle più autorevoli voci che ha unito l’antispecismo agli altri movimenti di liberazione animale e, come scrivo nella postfazione al libro, è una di quelle persone che riesce ad essere sempre “un metro” di ragionamento più avanti.

Annamaria Rivera riassume in modo divulgativo il concetto di “antropologia animalista”. L’analisi di studi sociali, casi emblematici (“mucca pazza”, Covid-19, ad esempio) e testimonianze dirette – anche fuori dall’Italia, in Paesi come il Marocco, con il suo compagno di vita Gianfranco Laccone che ha curato l’introduzione di questo lavoro – storie di amicizia con gatti, cani randagi e una famiglia di gabbiani che dimostrano come gli altri animali, benché o per fortuna diversi dall’uomo, sono capaci di intelligenza, di astrazione, perfino di simbolizzazione ed hanno un comportamento più complesso del “puro istinto”.

Purtroppo, l’unicità di ciascun animale è negata con la domesticazione e, soprattutto nella società industriale, nella sua trasformazione in “macchina utile”. La critica agli allevamenti intensivi e al sistema di vita che ne deriva, animale e umana, permette di comparare la trasformazione di animali in cose con altri tipi di subordinazione, derivanti da sessismo, razzismo e discriminazioni. Il “punto di vista animale” fornisce lezioni decisive sulle origini di attitudini quali l’odio, la gerarchia, la guerra, la schiavitù, il colonialismo, il razzismo, il patriarcato e favorisce una politica di liberazione degli umani, degli animali e del pianeta.

Una lettura importante e utile per chiunque coltivi un ragionamento antispecista e non discriminatorio. Per chi, come declamiamo a ReWriters, non vuole fermarsi alla vista di un punto.

Condividi: