Il Comune immaginario. Uno scenario progettuale, non un miraggio
Per capire cosa è un comune consiglio la visione del ciclo di affreschi di Ambrogio Lorenzetti, conservato nel Palazzo Pubblico di Siena.

Per capire cosa è un comune consiglio la visione del ciclo di affreschi di Ambrogio Lorenzetti, conservato nel Palazzo Pubblico di Siena.

L’immaginario collettivo ci restituisce sempre un’idea dei Comuni distorta, riscontrabile già a partire dallo scarso utilizzo, molto spesso sprezzante, della parola stessa Comune.
Ma sappiamo veramente cosa significhi questo termine, e quale valenza porta con sé? La verità è che, come tutto ciò che cerca di andare più in profondità e che richiede un maggiore sforzo, questa parola ci da la noia. Ci risulta tediosa, a tal punto da utilizzarla solamente quando bisogna che ci riferiamo ad un luogo fisico in cui siamo costretti ad andare per perdere un’intera giornata di tempo a fare la fila. Ma potrebbe essere molto di più.

Il termine deriva dall’aggettivo latino communis, che stava ad indicare un’interesse o un azione “in comune” perseguiti e condivisi da un insieme di persone che governavano loro stesse collettivamente. I comuni medievali infatti, erano cittadelle i cui abitanti si univano in associazioni (le coniurationes) per gestire il potere e la cosa pubblica, nel loro interesse comune, svincolandosi dal potere dei feudatari.
La rappresentazione plastica e a dir poco artistica di questo concetto, più che mai oggi degno di attenzione, è lo stupendo ciclo di affreschi di Ambrogio Lorenzetti, conservato nel Palazzo Pubblico di Siena: Allegoria ed effetti del Buono e del Cattivo Governo, 1338. Quest’opera, disposta ordinatamente in modo tale da rappresentare quali possano essere gli effetti sulla città del buono e del cattivo governo, doveva ispirare e guidare i nove governatori nel loro tempo in carica, di modo che la città a fine mandato potesse essere giudicata come ben governata o meno.
Una costante ricorre nell’affresco del Buon Governo: i gruppi di cittadini che si incontrano, che si scambiano delle battute, che creano relazioni. Un buon comune quindi, secondo Lorenzetti e secondo la logica medievale, è quello in cui ci siano più opportunità di incontrarsi, sostenersi a vicenda, creare cura reciproca e dell’ambiente, collaborare per raggiungere insieme degli obiettivi. Tutto questo supportato ovviamente da degli spazi funzionali, in cui quello che serve possa essere a pochi minuti da dove si abita, possibilmente a piedi.
Tutto il contrario delle realtà cittadine che viviamo, anzi subiamo, noi oggi. Asserragliate da piattaforme di sharing economy e dal turismo di massa “passa, scatta e fuggi”.
Può ancora cambiare qualcosa? C’è sempre ancora un domani. Le città possono e devono riappropriarsi della propria dimensione di collettività ed una nuova “democrazia del Comune” tramite la gestione diretta e condivisa dei beni comuni.
Dicendo quindi qualcosa di fondamentale: che c’è un nesso primario tra paesaggio e ambiente, il quale implica il legame fortissimo fino a coincidere, fra tutela del paesaggio e tutela della salute, fisica e mentale.
C’è bisogno però di una forte volontà per farlo, e di una precisa visione di futuro che cominci dal:
1. Rompere con un’idea di città divisa in parti
2. Riorganizzare radicalmente le infrastrutture esistenti
3. Ripensare totalmente le forme di governance
4. Combattere le disuguaglianze
C’è bisogno di città che diano ragioni e motivi per iniziare una conversazione e più motivazioni per immaginare un progetto. Quindi, per costruire comunità, intese appunto come comunità di progetto.
Molti sicuramente verranno a chiedere:
“Ma non credete che la coltivazione delle reti corte della quotidianità si opponga alla possibilità di apertura sul mondo? Che questa idea di città sia sinonimo di chiusura e provincialismo?”
E a loro si dovrà rispondere che la Firenze dei Medici era una cittadina con meno di 20.000 abitanti eppure, nel corso di pochi decenni ha creato il Rinascimento.
Forse la domanda potrebbe essere così riformulata:
“Ha più chances di essere vivace e dinamica una città in cui i cittadini non escono di casa per paura del traffico, o sono oberati dalla necessità di muoversi continuamente, o una città di individui che operano insieme in vicinati aperti e connessi?”.
La città che aveva in mente Lorenzetti, e il modello soggetto di studio e ricerca che ne scaturisce, si basa sulla convinzione che la seconda opinione sia la più probabile. E che quindi questo scenario possa rappresentare un’espressione contemporanea del localismo cosmopolita.
Si localizzino i servizi, si favoreggino le comunità di ogni tipo, si estendano gli attori coinvolti, si coinvolgano attori non previsti, si coordini un progetto che sappia ridare centralità al cittadino. Non al pedone, non al conducente, ma al cittadino.
Che si senta curato, attenzionato, preso in causa. Che si senta importante per il Comune, casa in cui si deve vivere, non sopravvivere: degnamente, a proprio agio, con la possibilità di sviluppare la propria personalità unica e rara, indispensabile al vero progresso.
