Il Frankenstein di Guglielmo Del Toro non è quello di Mary Shelley
È da poco uscito su Netflix e in alcuni cinema selezionati Frankenstein, film con la regia di Guglielmo Del Toro con Jacob Elordi.

È da poco uscito su Netflix e in alcuni cinema selezionati Frankenstein, film con la regia di Guglielmo Del Toro con Jacob Elordi.

È da poco uscito su Netflix e in alcuni cinema selezionati Frankenstein, film con la regia di Guglielmo Del Toro con Jacob Elordi nel ruolo della creatura.
La pellicola è tratta dall’omonimo romanzo di Mary Shelley, una pietra miliare del genere del romanzo gotico e soprattutto una riflessione sui limiti dell’uomo e della scienza. Trasporre un simile classico all’interno di un film non è semplice, né è un bene pretendere che un media diverso sia identico al romanzo da cui è tratto.
Tuttavia, probabilmente questo film incuriosirà anche molte persone che potrebbero ritenere di aver conosciuto già il libro in questo modo. Ci sono, invece, molte differenze tra le due opere. Riconoscere questo non significa invalidare un film che comunque è realizzato molto bene, ma semplicemente immergersi in un confronto costruttivo. Attenzione: l’articolo contiene spoiler.
Il mostro di Frankenstein (a volte erroneamente abbreviato usando solo il nome dello scienziato) è un personaggio iconico, delicato e controverso: a volte concepito come crudele mostro, in realtà è un personaggio positivo che diviene malvagio successivamente. Allo stesso modo, lo scienziato che gli ha dato la vita è stato spesso nei film trasposto come uno “scienziato pazzo”. All’interno della sua versione, Del Toro non abbraccia certamente questo stigma, ma neppure conferisce a Frankenstein una caratterizzazione simile a quella del libro: nel romanzo di Shelley, il dottore è un inetto vittima di se stesso e della sua stessa ambizione, ma non è il cattivo della storia. Non è così intollerante o aspramente negativo nei confronti della sua creatura e in generale con dei modi e delle motivazioni diversi.
La abbandona in quanto ne è spaventato, ma non è un uomo così egoista, né tantomeno innamorato della promessa sposa del fratello. Elizabeth è infatti, nel romanzo, sua cugina ed è cresciuto con lei. Ella non instaura, inoltre, questo legame di “comprensione” con la creatura. Come ne La forma dell’acqua, Del Toro affida, tuttavia, alla donna un ruolo quasi superiore di colei che comprende il diverso e lo accoglie. Molti hanno visto in questa nuova versione della donna un tributo alla stessa figura dell’autrice Mary Shelley, tuttavia per quanto sia un’idea originale peggiora di molto la posizione dello scienziato, che pure non è un personaggio perfetto, ma neppure una figura così negativa anche per il fratello, che anzi nel romanzo muore per mano della creatura. Non dà, inoltre, alcuna colpa alla creatura per l’omicidio di Henrich Harlander (nel film Christoph Waltz), che anzi nel romanzo è un personaggio totalmente inesistente. Addirittura è propenso ad assecondare il desiderio della creatura di avere una compagna, e cambia idea solo successivamente. Quando si rifiuta, è il mostro che uccide Elizabeth per privare anche lui della sua compagna.
La scelta di costruire il personaggio dello scienziato in questo modo ha avuto come conseguenza diretta quella di modificare in un certo modo il messaggio centrale del romanzo. Non è palese l’idea che nessuno “nasca cattivo”, in quanto la creatura è inizialmente un “tabula rasa” che diventa cattivo per colpa del mondo: la creatura non viene rifiutata, come nel libro, per il suo aspetto dalla famiglia che aiuta, anzi viene accolto positivamente e aiutato da un cieco. Sicuramente ingiustamente incolpato, ma in maniera meno centrale rispetto al romanzo. Tutta la caratterizzazione e lo smarrimento del mostro sono, nel film, strettamente collegati con la violenza che vede nel mondo (ad esempio tra cacciatori e animali) e non per forza direttamente su di sé e, soprattutto, con l’eterna rivalità tra padrone e creatura. La contrapposizione tra i due personaggi è centrale per tutta la vicenda dell’opera letteraria e anche nel film.
Molti hanno criticato l’estetica di Jacob Elordi, indubbiamente un uomo di grande bellezza, considerato inaddato a interpretare un “mostro” del genere. Tuttavia, nonostante l’iconografia classica sia diversa, la figura della creatura è, a partire dall’altezza dell’attore fino al trucco, ugualmente efficace. Per quanto riguarda la creatura il film conserva comunque degli elementi essenziali, come il suo rapporto con gli altri e con la scoperta del mondo. Del Toro sceglie di aggiungere nuovi poteri alla creatura, per esempio la capacità di rigenerarsi quando si ferisce, che nel libro non esiste, ma è funzionale a costruire ancora di più la dicotomia tra i due personaggi è pone il problema dell’immortalità. Quest’ultima questione è stata al centro anche dell’ultimo Dracula di Luc Besson.
È chiara l’intenzione di Del Toro, anche a partire dal modo in cui ha trattato il personaggio dello scienziato, di focalizzarsi ancora di più sulla figura del diverso. Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è la gestione da parte dell’autrice di diversi punti di vista e forme narrative: lettere, diari, diverse voci e diversi narratori. Per incrementare ancora di più l’antitesi tra i due, sono proprio solo quello di Frankenstein e della creatura. Quest’ultima ha la possibilità di raccontarsi per tutta la seconda parte del film, ne è centrale l’esclusione e la diversità, un’ossessione che appartiene a tutta la filmografia di Del Toro.
Proprio del regista, molto cattolico, è anche la forte presenza dello spirituale nella pellicola: riferimenti all’anima, a un angelo sempre presente, al rapporto con Dio, nonché la Bibbia come prima lettura per la mostra, sono tutti elementi che creano riferimenti nuovi, comunque seppur presenti più rarefatti nel romanzo. Del profano si conosce più che altro la parte “dark fantasy”, i riflessi della scienza sono trascurati a dispetto di altri frangenti.
Molte scelte di trama o di caratterizzazione sono le solite licenze che ogni regista e autore si prende quando deve trasporre un libro in un film. Finora quelle elencate sono differenze sostanziali, ma tollerabili. La questione più controversa per chi ha letto il romanzo risiede, tuttavia, nel finale. Nel romanzo di Mary Shelley dopo il suo Creatore, muore anche la Creatura. Nel film, invece, a morire è solo Frankenstein. Un cambiamento di rotta difficile da digerire. Tuttavia, conserva comunque una riflessione importante sulla diversità, sull’uomo (nonostante trascuri di molto il dibattito sulla scienza) che Mary Shelley ci ha donato. Per tutto il resto, è bene comunque leggere il libro!
