Il maestro. Non è quello che ti insegna a vincere ma quello che ti aiuta a vivere
C'è nelle sale in questi giorni "Il Maestro", l'ultimo film del regista Andrea Di Stefano con protagonista Pierfrancesco Favino.

C'è nelle sale in questi giorni "Il Maestro", l'ultimo film del regista Andrea Di Stefano con protagonista Pierfrancesco Favino.

C’è nelle sale in questi giorni Il Maestro, l’ultimo film del regista Andrea Di Stefano con protagonista Pierfrancesco Favino.
La storia è quella di un ragazzino sul quale il padre ha investito tempo ed energie credendolo un potenziale campione di tennis. A un certo punto, però, il genitore decide di affidare il figlio, di nome Felice, nelle mani di un ex tennista abbastanza affermato per fargli compiere il salto di qualità. Non avendo però intuito che il figlio non sarebbe mai diventato in realtà un campione e che il “maestro” a cui ha affidato il ragazzo è un uomo con parecchi problemi alle spalle e una depressione personale mai risolta.

Il film è bello non perché metta in luce la carriera di un giovane pronta a esplodere (a un certo punto il padre di Felice incita il figlio a ispirarsi al tennista di origini cinesi Michael Chang che negli ottavi del Roland Garros del 1989 era riuscito nell’impresa di eliminare a soli 17 anni il numero uno al mondo, Ivan Lendl) né perché racconti la storia di riscatto di un uomo (il maestro si chiama Raul Gatti ed è sotto terapia psicofarmacologica per cercare di superare le delusioni e le sconfitte della propria esistenza, dopo un lungo periodo in clinica).
Il film è bello, invece, perché racconta la storia di due personaggi che si aiutano a vicenda nel ricostruire il filo delle proprie vicissitudini personali, pur nella differenza di età e di ruolo nella vita. Il giovane Felice aiuta l’adulto Raul, sia pure indirettamente, a superare gli stati d’angoscia e i momenti acuti di disperazione che lo portano persino a un grave episodio di malessere psicotico, con conseguente ricovero forzato in ospedale e perdita della coscienza. Ma non è questo che conta.

Quello che conta non è neanche la manifestazione di debolezza che ha mostrato il maestro.
Qualcuno potrebbe obiettare a tale asserzione. Perché potrebbe ribattere che un maestro non deve mostrarsi debole e insicuro di fronte al proprio allievo. Un maestro non deve pertanto perdere la credibilità e non può venir meno al proprio compito prioritario – cioè quello di insegnare qualche cosa al discente -, risultando “inadatto” ai suoi occhi.
Questo il punto cruciale del film. Perché Raul si riprende, fugge dall’ospedale e Felice decide di seguirlo, non di abbandonarlo. Non di disconoscerlo. Non di rigettarlo.
Raul e Felice fuggono dall’ospedale e vanno incontro al prossimo incontro di tennis all’interno del circuito dei vari tornei a cui il giovane è stato iscritto dal padre.
Raul e Felice vanno incontro alla vita. Non stanno più in difesa, ma affrontano gli eventi della vita, attaccano la vita stessa, guardandola in faccia e senza più subirne gli strali.

Da quel momento Felice incomincia a capire la “vera lezione” che Raul gli sta insegnando e che gli sta trasmettendo con il proprio esempio personale, con il proprio vissuto.
Nell’esperienza di Raul e Felice, non serve stare sulla difensiva e cercare di ripararsi al meglio di fronte alle aggressioni dell’esistenza, pregando di subire meno danni possibili. L’unica forma vera di vita vissuta è non quella di chi semplicemente para i colpi, ma quella di chi si espone e va avanti, nonostante tutto. Anche nel tennis.
Da quel momento, Felice cambia il proprio modo di giocare. Non più solo sulla linea di fondocampo a respingere le battute dell’avversario, ma all’attacco sotto rete, per cercare di prendere in mano la propria partita.
Non importa il risultato finale, non importa neanche la vittoria. Non importa vincere sul rettangolo di gioco.
Importa invece come si conducono la partita e la propria esistenza.
Allora sì che la lezione del “maestro” Raul si presenta davvero efficace. Perché un maestro è un essere umano e non dev’essere un insegnante impeccabile né un essere umano “perfetto”.
Dev’essere soltanto sé stesso, senza paura delle proprie imperfezioni e dei propri punti deboli ma, appunto dalla consapevolezza di questi, trarne la forza e le risorse per aiutare qualcun altro a superare, a sua volta, i “suoi” punti deboli e a fortificare le “sue fragilità”.
La forza, infatti, – ci insegna il film – è nella debolezza. L’insegnamento avviene nello scontro e nella incomprensione tra maestro e allievo e nel superamento di tale barriera, non nella semplice trasmissione di abilità o di conoscenze.
Se il maestro è debole, allora diverrà una brava guida proprio nel momento in cui la sua debolezza insegnerà a non avere timore di attraversala con coraggio, per uscirne poi uomini migliori. O tennisti migliori. Al di là che si sia raggiunta la vittoria in un incontro o in un qualsiasi torneo agonistico.

Nell’universo umano non restano le vittorie sugli altri ma le vittorie sulle proprie paure e insicurezze, magari grazie alla guida di un “maestro” che ha fatto di sé un esempio di vita.
Resta la nostra unica individualità che emerge, quasi a nostra insaputa, proprio nel momento in cui leggiamo la traccia di “quell’anonimo rullo che ha impresso sulla nostra esistenza quell’intricata filigrana il cui disegno irripetibile si rivela allorché la luce della lampada dell’arte viene fatta risplendere attraverso la carta formato protocollo della vita“, scriveva Vladimir Nabokov nel suo “Parla, ricordo“.
In questo caso, non si tratta della luce della lampada dell’arte ma di quella dello sport, eppure il messaggio di fondo resta immutato. Un vera lezione di vita.
