Ogni specie presenta un repertorio comportamentale innato ben definito, per cui lo stile con cui svolge le diverse attività, per esempio il predare o il corteggiare, la rende riconoscibile al di là dell’aspetto morfologico. Ma possedere certi display espressivi, magistralmente adattati alle necessità di quella specie, non basta: è necessario doverli applicare in modo coerente alle circostanze specifiche e adeguarli, con intelligenza, alle novità che s’incontrano.

A torto crediamo che le competenze innate siano proprietà autonome, indipendenti dal controllo individuale e tali da non richiedere un’azione di regolazione da parte del soggetto. Sbagliamo, infatti, quando contrapponiamo le doti intellettive, come l’estro creativo e la capacità di risolvere situazioni insolite, a quei connotati predeterminati che chiamiamo istinti.

L’intelligenza di una specie, proprio come per le dotazioni innate di competenza, è il frutto di un progressivo adattamento alla propria nicchia ambientale e a un certo stile di vita. Ogni specie, pertanto, presenta un particolare modo di ragionare – e quindi di riflettere sui lati nascosti dei fenomeni e sulle possibilità esplorabili – che dipende dal lavoro congiunto di alcuni caratteri, come la dimensione sociale, la conformazione del corpo, l’età dello sviluppo, il tipo di memoria.

Potremmo, allora, far nostro l’interrogativo che l’etologo Frans de Waal pone nel libro: Siamo così intelligenti da capire l’intelligenza degli animali? (Cortina, 2016). L’intelligenza, infatti, si manifesta in diversi modi, come: individuare una nuova soluzione di fronte a un problema, inventare una diversa espressione psicomotoria, trasformare un oggetto in uno strumento, scoprire un nuovo modo di raggiungere un obiettivo, immaginare relazioni nascoste tra gli eventi, leggere in modo dettagliato le dinamiche sociali all’interno di un gruppo.

Se osserviamo gli animali solisti, come nel caso della gran parte dei felidi, dei mustelidi, ma anche di alcuni canidi come la volpe, scopriremo un’intelligenza prevalentemente solutiva, cioè orientata a comprendere i requisiti specifici dei problemi. Le prestazioni di questi animali ci appaiono assai creative, perché portate a costruire soluzioni ad hoc ai problemi, attraverso l’ingegno personale.

Al contrario, un animale sociale, pensiamo ai lupi e ai licaoni, ma altresì al nostro cane, si rivolge al problema come a una questione che non lo riguarda in modo individuale ed esclusivo, ma che coinvolge l’intero gruppo. In questo caso, la sfida è trovare una soluzione di squadra. Allo stesso modo possiamo individuare specie particolarmente predisposte a utilizzare oggetti esterni come prolungamenti del proprio corpo, per cui gli individui sono portati all’utilizzo di strumenti, pensiamo agli scimpanzé e alle lontre marine. Viceversa, altre specie sviluppano doti atletiche eccezionali, come certi primati, le cui prestazioni sono, a tutti gli effetti, frutto dell’intelletto.

Proprio in questi giorni è presente in libreria un saggio di Justin Gregg, esperto del comportamento dei cetacei, dal titolo Se Nietzsche fosse un narvalo (Aboca, 2023). L’autore ci suggerisce di mettere a tacere l’eccezionalismo della nostra specie e vedere come, per certi versi, le proprietà dell’intelligenza umana abbiano anche aspetti negativi, come dimostra l’attuale emergenza climatica.

Alcuni anni fa, nel saggio Intelligenze Plurime (Perdisa, 2008) ho voluto sottolineare l’importanza di considerare l’intelligenza una tra le tante funzioni adattative, che si differenzia non tanto per aspetti quantitativi (chi è più o meno intelligente) ma per aspetti qualitativi.

Ho individuato, perciò, una serie di declinazioni intellettive, come:
1) intelligenza sociale, quale proprietà di muoversi in modo libero e innovativo all’interno di sistemiche complesse, sapendo costruire mediazioni e negoziazioni, ma altresì strutture cooperative o di confronto, ricordando le dinamiche di relazioni vigenti nel gruppo;
2) intelligenza enigmistica o attitudine a risolvere i problemi, affrontandoli non attraverso espressioni standardizzate ma in virtù della propensione a vedere dentro al problema, cercando d’individuarne i requisiti strutturali;
3) intelligenza estetico-orientativa, ossia propensione a individuare degli indizi o dei segnali di trasformarli in mappe di orientamento;
4) intelligenza tecnica e operativa, come capacità di individuare nuove strategie o strumenti per raggiungere i propri obiettivi, attraverso l’utilizzo e la trasformazione degli oggetti;

5) intelligenza cinestesica, come plasticità nell’organizzare la propria psicomotricità adattandola alle situazioni ed esplorando tutte le possibilità di movimento del proprio corpo; 6) intelligenza referenziale ovvero la tendenza ad apprendere da referenti esterni, sia conspecifici sia eterospecifici, utilizzando gli altri come modelli e implementando lo sviluppo di tradizioni culturali;
7) intelligenza comunicativa, intesa come facilità di utilizzo di simboli astratti per riferirsi a particolari entità da trasmettere a un referente, ma altresì possedere capaci metalinguistiche, ovvero utilizzo di segni che si rivolgono ad altri segni;
8) intelligenza empatica e autoriflessiva, indica la prontezza a comprendere le condizioni altrui, di agire sulla base di questa interpretazione e di conoscere anche le proprie disposizioni e caratteristiche;
9) intelligenza astrattiva, ovvero la capacità di costruire concetti, come uguale-diverso, maggiore-minore, sopra-sotto, conosciuto-nuovo, oppure prototipi categoriali riferiti a enti o, ancora, capacità matematiche;
10) intelligenza inferenziale, ossia attitudine a estrarre delle regole dal ripersi delle situazioni, propensione ipotetico-deduttiva di fronte agli eventi.

Ogni specie, in definitiva, eccelle in una o più di queste qualità, ma non è mai possibile dire quale sia più intelligente.

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