Che legame c’è tra un barista che rifiuta una canzone in una sala vuota «perché non è in playlist», un dirigente che difende lo sfruttamento minorile in nome delle logiche di mercato e un operatore militare che autorizza la strage di civili tramite un algoritmo? La risposta è una sola: la rinuncia alla responsabilità e la delega totale della nostra coscienza a un sistema prestabilito. NAZA è il film firmato da Yuval Abraham e Rachel Szor.

Dentro la stanza dei bottoni: il film evento alla vigilia del voto

Se il loro precedente No Other Land raccontava la tragedia palestinese attraverso la polvere, i corpi e i volti della resistenza a Masafer Yatta, NAZA ci porta dentro la stanza dei bottoni a Tel Aviv, dove l’uccisione di massa diventa un calcolo predittivo e asettico.

Rileggendo Herbert Marcuse e l’avvertimento di Donna Haraway — «Le nostre macchine sono fastidiosamente vivaci, e noi spaventosamente inerti» —, questo film risuona come invito a riaccendere il cervello, a rompere i protocolli e a rifiutare la più subdola delle schiavitù contemporanee: l’obbedienza passiva.

Il prossimo 27 ottobre Israele chiamerà i propri cittadini alle urne per il rinnovo della Knesset, il Parlamento nazionale, e di conseguenza per la formazione del nuovo esecutivo. Una tornata elettorale che cade in uno dei momenti più laceranti della storia recente e che si intreccia con un caso cinematografico e politico senza precedenti: l’uscita nelle sale di NAZA.

NAZA a Venezia 24 minuti di standing ovation

Presentato in Concorso all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia — dove ha conquistato il Premio Speciale della Giuria e ben 24 minuti di standing ovation —, NAZA porta la firma coraggiosa di Yuval Abraham e Rachel Szor, già registi, insieme a Basel Adra e Hamdan Ballal, dello straordinario e premiato No Other Land (2024).

Prodotto da The Guardian insieme alle testate indipendenti d’inchiesta +972 Magazine e Local Call, NAZA non è un documentario convenzionale. Girato per lo più di notte, tra tetti e stanze schermate a Tel Aviv, il mediometraggio di 80 minuti squarcia il velo sui sistemi algoritmici, di sorveglianza biometrica e intelligenza artificiale impiegati per programmare e quantificare i bombardamenti a Gaza.

La parola stessa che dà il titolo al film appartiene al gergo militare israeliano: un acronimo tecnico che definisce i «danni collaterali stimati» per ogni attacco, ovvero le vite civili sacrificate in conto preventivo. Nel film, 24 testimonianze anonime di ex militari ed esponenti dell’intelligence spiegano i meccanismi con cui i software generano i bersagli in tempo reale, lasciando all’essere umano appena una manciata di secondi per avallare la “proposta”. Secondo uno dei testimoni, le vittime collaterali accettate dal sistema sono arrivate fino a cinquecento in un singolo raid.

Non è solo una questione di bersagli: è il racconto di una distruzione metodica volta a rendere impossibile il ritorno dei palestinesi, concentrati ormai in meno del 40% della Striscia di Gaza. Una politica di cancellazione sistematica che ricalca quanto denunciato di recente anche dall’organizzazione per i diritti umani B’Tselem in Cisgiordania, volta a rendere irreversibile l’occupazione.

«Traditori in tempo di guerra»: il terremoto politico

L’impatto di queste rivelazioni ha scosso i vertici dello Stato ebraico. Le reazioni istituzionali in patria sono state di inaudita violenza verbale.

Il ministro della Cultura israeliano, Miki Zohar, ha definito pubblicamente i registi Yuval Abraham e Rachel Szor «traditori in tempo di guerra», arrivando a ipotizzare la revoca della cittadinanza israeliana. Il capo dell’esercito, Eyal Zamir, si è spinto ancora oltre evocando l’archetipo dell’«accusa del sangue» — storico richiamo antisemita — e ordinando alle forze armate di studiare severe misure punitive contro gli ex militari che hanno accettato di parlare nel film.

Sia Zohar che Zamir hanno ammesso di non aver visto il film, ma solo il trailer e gli articoli di stampa. All’origine della loro furia c’è l’accoglienza trionfale riservata a NAZA dall’Europa e dai festival internazionali, percepita come una sentenza inappellabile: l’opinione pubblica occidentale volta le spalle alla narrativa ufficiale secondo cui Israele agirebbe unicamente per autodifesa evitando vittime civili. Anziché interrogarsi sul merito dell’inchiesta, il potere preferisce demonizzare i messaggeri.

La provocazione: il locale vuoto e l’ingranaggio

Perché NAZA fa così paura? Perché non ci concede la scorciatoia consolatoria della pietà. Non ci chiede semplicemente di piangere per le vittime, ma ci costringe a fare qualcosa di infinitamente più scomodo: fissare negli occhi l’esecutore, guardare dentro l’ingranaggio. Chi sono quegli operatori, quegli analisti, quei tecnici che appaltano all’intelligenza artificiale la decimazione di intere famiglie? Non sono mostri nati da un altrove incomprensibile: sono persone comuni. Uomini e donne che hanno barattato la propria coscienza con l’appartenenza a un apparato, abdicando a qualsiasi responsabilità morale pur di non deragliare dal perimetro rassicurante della procedura.

Ma fermiamoci un istante. Prima di liquidare questa dinamica come un’aberrazione lontana, confinata a una divisa militare o a un teatro di guerra, guardiamoci attorno. Guardiamoci allo specchio. Quanto di quel riflesso ci appartiene già?

Milano, una domenica pomeriggio qualunque in un locale.

Quasi nessun cliente ai tavoli, a parte la nostra tavolata di amici e una coppia in un angolo. Mi rivolgo al ragazzo dietro al bancone. Gli faccio una richiesta musicale, un brano specifico di un artista a cui tengo. Il ragazzo mi guarda, non con ostilità, ma con una disarmante assenza. La risposta è un colpo di tosse burocratico: «Non fa parte della nostra playlist e non so se rientra con le nostre linee, non posso metterlo».

Non c’era alcuna conseguenza nel premere un tasto diverso, nessun danno economico, nessun regolamento che non potesse essere piegato a un gesto di semplice cortesia umana. C’era solo una linea guida preimpostata. E di fronte alla regola, il cervello si era spento. La facoltà di giudicare — la più vertiginosa tra le libertà umane — era stata azzerata a favore del protocollo.

Facciamo un salto indietro, cambiamo scenario ma non spartito. Qualche anno fa un alto dirigente di un colosso globale del fast fashion, elegantissima e impeccabile, mi spiegava con la medesima compostezza algoritmica che «era giusto» impiegare il lavoro minorile nei Paesi del Sud del mondo. Nessuna vergogna, nessuna esitazione: «In fondo diamo loro da mangiare, è la logica del mercato».

Proviamo a unire questi puntini. Che cosa lega il barista di un locale vuoto a Milano, il manager in giacca e cravatta e il soldato che davanti a uno schermo approva in pochi secondi il bombardamento di un condominio a Gaza?

La distanza quantitativa è spaventosa, ma la radice qualitativa è la stessa: la delega totale del pensiero critico a un sistema prestabilito.

È esattamente qui che riaffiora, profetica e implacabile, la tesi di Herbert Marcuse ne L’uomo a una dimensione (Marcuse usa il maschile sovraesteso nel titolo del suo libro e nei concetti che lo riguardano, ndr). Marcuse lo aveva capito prima di chiunque altro: la società tecnologica contemporanea non ha più bisogno di imporci la sottomissione con la violenza o con la censura violenta. Riesce a fare qualcosa di molto più perverso: rende la razionalità del sistema la sola forma di realtà ammissibile.

L’«uomo a una dimensione» è l’individuo a cui è stata amputata la seconda dimensione: quella critica, quella capace di immaginare che le cose possano andare diversamente, che una regola possa essere ingiusta o assurda. L’apparato ci assorbe, ci coccola, ci deresponsabilizza. Ci sussurra all’orecchio: «Tu esegui, non preoccuparti del perché; ci pensa la prassi, ci pensa il mercato, ci pensa l’algoritmo».

È la nascita della più perfetta tra le servitù: una servitù volontaria e confortevole. Se il sistema decide per noi, noi non siamo più colpevoli di nulla. Il male smette di avere un volto e diventa un foglio Excel, una policy di filiale, una metrica da rispettare, una stringa di codice.

Ed è proprio da questa fessura minuscola — dal non mettere una traccia musicale perché l’azienda dice di no — che si allena la passività quotidiana. Si comincia accettando che il buon senso sia bandito da un locale per non contravvenire a una playlist, si passa per la normalizzazione dello sfruttamento umano in nome del fatturato, fino a scivolare nell’abisso clinico e asettico documentato in NAZA: dove l’annientamento di cinquecento vite umane in un solo raid non è più un delitto, ma un semplice dato computazionale accettato senza un battito di ciglia. Perché, in fondo, lo prevedeva il protocollo.

Due sguardi, una ferita: la frattura tra No Other Land e NAZA

Per comprendere la vertigine etica e formale compiuta da Abraham e Szor bisogna mettere NAZA davanti al suo specchio naturale, No Other Land. Il salto non è solo tematico, è soprattutto ontologico.

In No Other Land il dramma pulsava nella carne. La cinepresa affondava nella terra ferita di Masafer Yatta, catturava la polvere soffocante sollevata dai bulldozer israeliani, registrava il pianto dei bambini, il sudore, la rabbia ostinata dei corpi che si opponevano alla cancellazione. Il film viveva dell’amicizia asimmetrica, dolente e autentica tra Basel Adra, palestinese spogliato di ogni diritto, e Yuval Abraham, giornalista israeliano protetto dai privilegi della cittadinanza. Era una tragedia incarnata, in cui il volto umano restava l’ultimo baluardo contro l’annientamento: guardavamo le vittime negli occhi, ne sentivamo il respiro e la paura.

In NAZA, invece, l’essere umano evapora. Non ci sono villaggi sventrati sotto il sole né volti scavati dal dolore: ci sono stanze buie, schermi a cristalli liquidi, terrazze notturne di Tel Aviv illuminate dal bagliore asettico dei monitor. L’angolazione si sposta brutalmente dal corpo che subisce al dito che preme il tasto. È una glaciale estetica del calcolo dove la morte non è più polvere o sangue, ma una sequenza di coordinate, una percentuale probabilistica elaborata da software biometrici.

Se No Other Land ci scuoteva attraverso l’empatia e la presenza fisica del dolore, NAZA ci agghiaccia con la sua distanza chirurgica. Non ci mostra l’esplosione: ci fa assistere al momento esatto in cui l’algoritmo la rende statisticamente accettabile. La figura centrale non è più la vittima che resiste, ma l’esecutore: un tecnico qualunque, anonimo e mansueto, integrato senza attriti in un’architettura predittiva che trasforma la strage in una pratica amministrativa esente da colpa personale.

Da Marcuse a Donna Haraway: l’apoteosi dell’inerzia

Questa deriva non è una parentesi militare isolata: è il compimento radicale dell’uomo a una dimensione diagnosticato da Herbert Marcuse.

Quando la razionalità tecnologica permea ogni ganglo della società, il potere cessa di essere percepito come un’imposizione esterna e violenta. Diventa una seconda natura, una logica totalizzante che l’individuo introietta fino a rendere inconcepibile qualunque via d’uscita.

L’uomo a una dimensione ha disimparato a dissentire non perché teme le sanzioni, ma perché ha perso le categorie mentali per mettere in discussione l’apparato. Il protocollo garantisce efficienza, l’efficienza esclude il dubbio e la procedura solleva dal peso straziante della scelta morale.

È la concretizzazione perfetta del paradosso formulato da Donna Haraway nel suo Manifesto Cyborg:

«Le nostre macchine sono fastidiosamente vivaci, e noi spaventosamente inerti».

Oggi quel ribaltamento ha toccato il suo apice. Abbiamo infuso nelle nostre creazioni cibernetiche un dinamismo frenetico, una capacità di apprendimento e calcolo quasi divina, fino a delegare loro la selezione del bersaglio e la quantificazione delle vite sacrificabili. E noi, in cambio, ci siamo ritirati in una docilità letargica. Ci siamo ridotti a un’inerzia confortevole, trasformandoci in meri terminali di convalida. Rinunciamo al giudizio personale, spegniamo la nostra seconda dimensione e accettiamo qualunque aberrazione pur di restare al sicuro all’interno del flusso, rassicurati dal fatto che la responsabilità non ci appartiene più.

Riaccendere il cervello: rompere il protocollo

NAZA non è soltanto un’inchiesta d’intelligence o la documentazione lucida del massacro a Gaza. È un dispositivo d’allarme puntato contro la nostra sonnolenza quotidiana.

Ci inchioda a riflettere su tutte le volte che, nel lavoro come nella convivenza civile, ci rifugiamo dietro a un «non dipende da me», a un «è la politica aziendale», a un «funziona così». Ci dimostra che ogni volta che abdichiamo al buonsenso di fronte alla playlist imposta in un bar vuoto, stiamo nutrendo la medesima atrofia morale che, a livelli sistemici, rende possibile considerare cinquecento persone cancellate come un semplice parametro tollerabile di programma.

Vedere questo film significa allora compiere un atto di risveglio: rompere l’incantesimo dell’inerzia, inceppare i meccanismi dell’obbedienza cieca e reclamare l’unica prerogativa che nessuna intelligenza artificiale potrà mai possedere: la capacità di dire no, di scegliere l’attrito e di disubbidire in nome dell’umano.

Dove e come vedere NAZA: dalla sala allo streaming globale

Locandina ufficiale del film Naza

L’operazione distributiva di NAZA riflette l’urgenza civile e politica del progetto: sottrarre un’opera così scomoda all’oblio dei festival e renderla un patrimonio comune, accessibile a chiunque.

Nelle sale italiane e nel mondo:

Presentato come evento speciale per una tre giorni esclusiva nei cinema italiani dal 28 al 30 settembre (distribuito da I Wonder Pictures) e contemporaneamente nelle sale di oltre cinquanta Paesi, il film ha scelto il grande schermo come primo spazio di testimonianza collettiva e confronto pubblico.

Per verificare rassegne, proiezioni d’essai e repliche nelle sale: è possibile consultare i canali ufficiali di I Wonder Pictures e dei circuiti cinematografici indipendenti.

L’accesso libero: lo streaming gratuito mondiale: la scelta più radicale e coerente voluta dai registi e dai produttori riguarda la fruizione digitale: dopo il passaggio cinematografico di tre giorni, NAZA verrà rilasciato in forma completamente gratuita per il pubblico globale.

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