Lucia Di Luciano: guardare fino a perdere l’equilibrio
Dalla Roma degli anni Sessanta alla Biennale 2022: la vita e il lavoro di Lucia Di Luciano tra rigore, sistema e visione. Il documentario "Verificare l'Utopia".

Dalla Roma degli anni Sessanta alla Biennale 2022: la vita e il lavoro di Lucia Di Luciano tra rigore, sistema e visione. Il documentario "Verificare l'Utopia".

Avremmo voluto esporre le sue opere, raccontarla, incontrarla. Noi, come galleria di curatrici donne per artiste donne. Non ci siamo riuscite e ci rimane il rimpianto, il rammarico di non avere fatto in tempo. Lucia Di Luciano nasce a Siracusa nel 1933, ma è a Roma che costruisce il proprio percorso artistico. Una città che negli anni Sessanta è un campo magnetico: artisti, scrittori, gruppi che si formano e si sciolgono, linguaggi che cercano di rifondarsi. È lì che incontra Giovanni Pizzo, compagno di vita e di lavoro.

Il Gruppo 63 a Roma nel 1963: da sinistra Francesco Guerrieri, Lia Drei, Lucia Di Luciano, Giovanni Pizzo, Wikimedia Commons
Il loro è un dialogo continuo, quasi una costruzione a due: regole, ipotesi, verifiche. Non una collaborazione occasionale, ma una vera e propria condizione esistenziale. All’inizio, però, c’è ancora la pittura. E una domanda semplice e radicale: come liberarsi dell’espressione senza svuotare l’opera? La risposta prende forma nei primi anni Sessanta. Insieme a Francesco Guerrieri e Lia Drei, Di Luciano partecipa alla fondazione del Gruppo 63, e subito dopo all’esperienza di Operativo R.

Il Gruppo Operativo R, da sinistra Carlo Carchietti, Franco Di Vito, Giovanni Pizzo e Lucia Di Luciano, Roma, 1964, Wikimedia Commons
Quella che verrà chiamata arte programmata nasce proprio qui: nell’idea che l’opera non sia il risultato di un impulso, ma di un sistema. Regole matematiche, sequenze, variazioni. Una pratica che guarda alla tecnologia nascente senza necessariamente utilizzarla, ma imitandone la logica. Come scrive Stefano Mudu: “Tra tutti gli approcci emersi dall’arte programmata, quello di Lucia Di Luciano si distingue per la sua coerenza e disciplina.” All’inizio degli anni Sessanta, insieme a Pizzo, Di Luciano costruisce un linguaggio che tenta qualcosa di radicale: eliminare ogni traccia di emozione dalla composizione. Rinuncia al colore, lavora in bianco e nero, su masonite.

Lucia Di Luciano, Irradiazioni N.9, 1965, Morgan’s paint su masonite, Wikimedia Commons
Nella serie Irradiazioni (1965), quadrati e rettangoli si dispongono secondo sequenze matematiche, generando vibrazioni visive, tensioni, movimenti che non esistono davvero ma accadono nello sguardo. Titoli come Rapporto alternativo, Divergenze, Ritmi sembrano più vicini a un laboratorio che a uno studio pittorico. Eppure, paradossalmente, queste opere “anti-emotive” diventano una superficie aperta: “Una sorta di partitura su cui lo sguardo può vagare a piacimento”.
Per capire davvero Di Luciano, però, bisogna entrare anche nello spazio in cui tutto questo accade. Il documentario Lucia Di Luciano – Verificare l’Utopia di Fabio Cherstich lo fa con una precisione rara. Non racconta solo il lavoro, ma il contesto intimo in cui prende forma. Cherstich accompagna lo spettatore nello studio dell’artista, nella campagna romana: un luogo isolato, quasi un bunker, come racconta, dove Di Luciano ha lavorato per tutta la vita. Un ambiente che rispecchia perfettamente la sua ricerca: concentrato, rigoroso, protetto dal rumore esterno. Il film restituisce anche un’altra dimensione del suo lavoro, spesso meno evidente: la continuità. Oltre settant’anni di pratica, attraversati senza cedimenti, sempre dentro quella tensione tra regola e variazione.

Lucia Di Luciano, installazione Rapporti Alternati, Galleria Numero di Roma, 1966, Wikimedia Commons
Come scrive lo stesso Cherstich, è “un viaggio intimo nello studio […] dove Lucia Di Luciano ha creato e dipinto per tutta la vita”, radicata in una pratica astratta e scientifico-matematica che, insieme a Pizzo, ha continuamente rinnovato. Nel tempo, il linguaggio si apre al colore, ma senza perdere struttura. Non c’è mai decorazione. Ogni elemento risponde a una logica, a una necessità interna. E intanto la sua presenza nella storia dell’arte resta discontinua. Espone, lavora, costruisce una ricerca solida, ma rimane spesso ai margini di un racconto che privilegia altri nomi. Solo negli ultimi anni qualcosa si riallinea.

Lucia Di Luciano, Senza titolo, acrilico su masonite, 2024, lovay.ch
Nel 2022 partecipa alla 59ª Biennale di Venezia, nella sezione Enchanting Technologies curata da Cecilia Alemani. Un ritorno importante, che inserisce il suo lavoro dentro una riflessione più ampia sul rapporto tra arte, sistema e tecnologia. Non un recupero. Piuttosto, una messa a fuoco. Lucia Di Luciano muore all’inizio del 2026, a 93 anni. Quello che resta è una pratica costruita con una coerenza rara. Un lavoro che non ha mai cercato scorciatoie, che ha accettato la lentezza, la ripetizione, la verifica continua. Le sue opere non si offrono subito. Non cercano consenso. Richiedono tempo, attenzione, disponibilità a perdere un punto fermo. E forse è proprio questo il loro lascito più netto: non l’immagine, ma la condizione per vederla.
