C’è una domanda che aleggia da secoli tra i corridoi dei musei, le pagine dei manuali e nelle menti attente di chi ama e fruisce dell’arte: dove sono le donne? Le artiste nella storia dell’arte in quale armadio sono state rinchiuse? La risposta, per lungo tempo, è stata molto imbarazzante: non è che non ci fossero. Venivano letteralmente cancellate. In Ciò che una donna può fare (Utet) Chiara Montani prende questa rimozione storica e la ribalta con eleganza, ma anche con una certa dose di indignazione ben calibrata. Il risultato non è solo un saggio. Narrativa, sì: ma anche storica. Certo, si fanno sempre numerose le pubblicazioni che si occupano di questo (enorme) gap, una vera e propria voragine, nella memoria collettiva: le artiste nella storia dell’arte.

artiste nella storia dell'arte

La copertina del libro di Chiara Montani

Eccezione a chi?

Per secoli, la cultura patriarcale ha raccontato l’arte come un club esclusivo maschile. Le donne? Muse, modelle, al massimo anomalie. O, peggio, ornamenti. O amanti. Montani smonta questa narrazione pezzo per pezzo, mostrando che le artiste non erano comparse, ma protagoniste. Sistematicamente oscurate.

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Artemisia Gentileschi, “Giaele e Sisara”, 1620, Wikicommon, pubblico dominio

Quel “materiale da uomini”

Prendiamo Properzia de’ Rossi: una delle rarissime scultrici del Rinascimento. Lavorava il marmo — un materiale “da uomini” — e lo faceva con una forza espressiva sorprendente. Eppure, il suo nome è spesso relegato a nota a piè pagina, come se fosse un’eccezione quasi un po’ folkloristica e non una pioniera.

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“Giuseppe e la moglie di Putifarre” Properzia de’ Rossi, circa 1520, Museo di San Petronio Bologna, Wikicommon, pubblico dominio

Il dolore trasformato in pittura

Poi c’è Artemisia Gentileschi, forse la più celebre tra le artiste riscoperte. La sua storia è ormai nota: la violenza subita, il processo, il dolore trasformato in pittura. Ma Montani va oltre la narrazione biografica: Artemisia non è importante solo per ciò che ha vissuto, ma per ciò che ha dipinto. Le sue Giuditte non sono semplici eroine bibliche: sono atti di potere, immagini che ribaltano lo sguardo maschile dominante. E scrivono, senza che se ne fosse neanche lontanamente intuita la portata dirompente, la presenza delle artiste nella storia dell’arte.

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Artemisia Gentilischi, “Giuditta decapita Oloferne”, 1620, Google Art Project-Adjust, pubblico dominio

La carriera internazionale

E ancora Sofonisba Anguissola, raffinata ritrattista alla corte di Filippo II di Spagna. Non poteva studiare anatomia come i colleghi uomini (troppo sconveniente), eppure riuscì a costruire una carriera internazionale. Nonostante tutto: il rifiuto, lo sconcerto, la derisione.

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Sofonisba Anguissola, “La Sacra Famiglia”, 1559, Wikicommon, pubblico dominio

Il paradosso delle donne nell’arte

Con Elisabetta Sirani il paradosso si fa estremo: una donna di enorme successo in vita, capace di dirigere una bottega e insegnare ad altre artiste. Eppure oggi è molto meno conosciuta di tanti colleghi mediocri. E si sa qualcosa di lei, lo si deve a esposizioni che si sono tenute soltanto negli ultimi decenni. Perché? La risposta, ancora una volta, non è artistica ma culturale. La storia dell’arte delle donne non esiste.

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Elisabetta Sirani, “Porzia che si ferisce alla coscia”, 1664, Wikicommon, pubblico dominio

Contro ogni norma

Infine, arrivando al Novecento, Montani racconta figure artistiche come Leonor Fini, che sfida apertamente ogni norma di genere. Le sue opere sono popolate da donne enigmatiche, potenti, spesso inquietanti: un immaginario che rifiuta di essere addomesticato. Fini non chiede spazio: se lo prende.

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Ritratto di Leonor Fini, 1936, Carl Van Echten, Wikimedia Commons, pubblico dominio

(S)oggetti smarriti. E invisibili

Il punto centrale del libro è proprio questo: la storia dell’arte non è una fotografia neutra del passato. È una costruzione. E chi l’ha costruita — per secoli — aveva uno sguardo preciso: maschile, selettivo, escludente. Cancellante. Non si tratta solo di “recuperare” artiste dimenticate, come se fossero (s)oggetti smarriti. Si tratta di ammettere che il canone è stato costruito lasciando fuori intere prospettive. E questo cambia tutto. Perché se inizi a guardare davvero, ti accorgi che le donne non erano poche. Erano invisibili.

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Artemisia Gentilischi, Venere dormiente, 1625-1630, Wikimedia Commons, pubblico dominio

Il permesso di esistere

Ciò che una donna può fare (anche se il titolo poteva essere scelto meglio) è importante proprio perché non è neutrale. Non si limita a raccontare: prende posizione. E oggi, in un mondo che si illude di aver superato certe dinamiche ma continua a riprodurle — magari in maniera più sottile ma altrettanto dirompente — questo tipo di sguardo critico è fondamentale. Montani costringe a fare i conti con una verità semplice e disturbante: il problema non è mai stato ciò che una donna può fare. Il problema è sempre stato ciò che le è stato permesso di fare.

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Sofonisba Anguissola, Autoritratto, 1554, Wikimedia Commons, pubblico dominio

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