L’intelligenza artificiale sta ridefinendo i paradigmi di molti ambiti, e tra questi c’è sicuramente quello dell’istruzione. Lo Stanford AI Index Report 2026, una delle analisi più complete e autorevoli sullo stato dell’IA nel mondo, dedica il settimo capitolo interamente all’istruzione, mettendo in luce una realtà fatta di contrasti: se da un lato la domanda di competenze tecniche cresce infatti in modo esponenziale, dall’altro i divari demografici, in particolare quello di genere, restano pressoché invariati. L’analisi del report offre lo spunto per riflettere sull’importanza di interventi precoci, come quelli previsti dalle nuove indicazioni nazionali per la scuola primaria in Italia, al fine di scardinare pregiudizi culturali e colmare il gap nelle discipline STEM.

Intelligenza artificiale. Lo Stanford AI Index Report

Lo Stanford AI Index Report è un progetto dell’Human-Centered Artificial Intelligence (HAI) della Stanford University, nato per monitorare, analizzare e divulgare dati imparziali sul progresso dell’intelligenza artificiale. Il rapporto aggrega dati provenienti da una vasta gamma di organizzazioni accademiche, industriali e governative, fornendo una bussola essenziale per decisori politici, ricercatori e per il grande pubblico. In particolare, il capitolo 7, focalizzato sull’istruzione, è stato redatto in collaborazione con enti come la Kapor Foundation e la Computer Science Teachers Association (CSTA).

I dati che emergono da questo capitolo delineano un panorama in forte mutamento. Negli istituti post-secondari degli Stati Uniti, si osserva infatti un fenomeno apparentemente contraddittorio: mentre le iscrizioni generali ai corsi di informatica sono diminuite dell’11% tra il 2024 e il 2025, i programmi specificamente legati all’intelligenza artificiale continuano a guadagnare popolarità. In particolare, i laureati magistrali in settori relativi al software per l’IA sono aumentati del 17% in un solo anno.

Un altro dato che emerge dal report è che – a livello globale – l’adozione dell’IA sta trasformando il modo in cui gli studenti apprendono. Quattro studenti americani su cinque utilizzano strumenti di IA per i compiti scolastici, principalmente per la ricerca, la revisione di testi e il brainstorming. Tuttavia, il report segnala che le istituzioni scolastiche faticano a tenere il passo: solo la metà delle scuole medie e superiori dispone di regolamenti chiari sull’uso di tali tecnologie. Inoltre, l’alfabetizzazione dell’IA sta crescendo più rapidamente rispetto alle competenze ingegneristiche necessarie per costruire i sistemi stessi.

Questa divergenza tra alfabetizzazione e ingegneria riflette una trasformazione profonda nel modo in cui la società interagisce con la tecnologia. Mentre le competenze ingegneristiche richiedono anni di studio verticale in matematica, programmazione e architettura dei dati per poter progettare e addestrare nuovi modelli, l’alfabetizzazione all’IA si può diffondere come una competenza trasversale e di massa. Il rapido incremento dell’alfabetizzazione è trainato dall’accessibilità delle interfacce in linguaggio naturale, che hanno rimosso la barriera del codice: oggi è infatti possibile imparare a interagire con un sistema di IA senza necessariamente saperne scrivere l’algoritmo sottostante. Tuttavia, questo scenario nasconde un rischio strutturale: se la base degli utenti cresce esponenzialmente, ma il numero di esperti tecnici (coloro che sanno costruire e controllare l’IA) aumenta solo a ritmi modesti, si crea un collo di bottiglia nello sviluppo tecnologico.

Un ulteriore punto critico sollevato dal report riguarda il mancato progresso nell’equilibrio di genere. Viene infatti rilavato che «il gender gap nel settore dei talenti dell’IA rimane profondamente radicato, senza che si siano registrati progressi significativi in nessun paese dal 2010» e che «nel campo dell’IA le donne rimangono sottorappresentate a tutti i livelli». Insomma, nonostante l’incremento del numero di laureati in discipline legate all’IA, le donne continuano a essere gravemente sottorappresentate a tutti i livelli di istruzione superiore. Sebbene le donne conseguano, negli Stati Uniti, circa il 60% della totalità dei titoli di studio universitari, la loro presenza nei corsi legati all’IA raggiunge un picco massimo di appena il 36% tra i laureati magistrali nel settore del software, stando ai dati riportati dal report.

La situazione è ancora più marcata nell’ambito delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT), dove la quota di laureati maschi domina in modo schiacciante. A livello globale, i dati OCSE confermano questa tendenza: in media, le donne rappresentano solo il 22% dei laureati triennali e il 29% dei dottori di ricerca in questo ambito. Il divario di genere documentato dallo Stanford report non nasce all’università, ma affonda le sue radici nei primi anni del percorso scolastico. Il rapporto mostra infatti come – negli Stati Uniti – già nelle scuole superiori le studentesse partecipano ai corsi di informatica con una frequenza inferiore rispetto ai maschi.

Promuovere le discipline STEM

Promuovere le discipline STEM e l’informatica fin dalla giovane età è quindi fondamentale per combattere questo squilibrio. Infatti, quando l’esposizione alla tecnologia avviene in modo neutro e strutturato durante l’infanzia, è più probabile che le bambine sviluppino una propensione alle materie tecniche prima che le pressioni sociali e i modelli di genere tradizionali inizino a influenzare le loro scelte.

L’istruzione primaria gioca senz’altro un ruolo fondamentale nella normalizzazione della presenza femminile nei campi tecnici, poiché agisce in una fase dello sviluppo in cui gli interessi non sono ancora stati cristallizzati dagli stereotipi di genere. In questo scenario, le nuove indicazioni nazionali per la scuola primaria in Italia, pubblicate a marzo 2026, si configurano come un intervento strutturale volto a democratizzare l’accesso alla cultura digitale.

A differenza del passato, dove l’uso della tecnologia era spesso lasciato alla discrezionalità del singolo docente o ridotto a un mero supporto didattico per altre materie, le nuove linee guida elevano l’informatica a disciplina autonoma con un proprio monte ore e obiettivi specifici di apprendimento. Il cuore di queste linee guida – relativamente all’ambito dell’informatica – risiede nel passaggio dall’uso passivo degli strumenti alla comprensione dei processi logici.

Per quanto riguarda l’informatica di base, le indicazioni prevedono che già nel primo biennio i bambini vengano introdotti ai concetti di algoritmo e sequenza attraverso attività “unplugged”, ovvero senza l’ausilio di schermi, utilizzando il gioco e il movimento per risolvere problemi complessi. Questo approccio permette di sviluppare il pensiero computazionale come una forma di linguaggio universale, equiparabile alla lettura o alla scrittura. Ma l’aspetto più innovativo riguarda l’introduzione precoce di competenze relative all’intelligenza artificiale. Le linee guida non mirano certo a formare programmatori di IA a sei anni, bensì a costruire una consapevolezza algoritmica. Gli studenti saranno infatti guidati a capire che l’IA non è un’entità magica, ma un sistema che apprende dai dati. Attraverso esercizi di classificazione e riconoscimento di pattern, le bambine e i bambini iniziano a comprendere come i modelli di apprendimento automatico possano essere influenzati dai dati che ricevono in ingresso, introducendo così anche i primi rudimenti di etica digitale e di analisi dei pregiudizi.

Queste indicazioni possono essere uno strumento determinante per colmare il divario di genere per diverse ragioni. In primo luogo, l’insegnamento universale garantisce che l’accesso alle competenze digitali non dipenda dall’interesse individuale o da attività extra-curriculari, che spesso risentono di pregiudizi familiari o sociali. In secondo luogo, affrontare l’IA non solo come strumento da utilizzare, ma come concetto da comprendere (alfabetizzazione), permette di demistificare la tecnologia. Se le bambine imparano che l’IA è un sistema logico che possono governare e progettare, la percezione di queste discipline come ambiti maschili viene erosa alla base.

Insomma, il rapporto tra intelligenza artificiale, istruzione e genere si trova oggi a un bivio. Come evidenziato dallo Stanford AI Index Report 2026, la specializzazione in IA è in crescita, ma le donne restano ai margini di questa rivoluzione. Il divario è strutturale e i dati mostrano che non si risolverà spontaneamente con il passare del tempo.

L’Italia, attraverso le nuove indicazioni per la scuola primaria, ha scelto di agire preventivamente. Integrare l’informatica e l’IA nel curriculum di base significa riconoscere che la cittadinanza digitale è un diritto universale e una competenza fondamentale per il futuro. Sebbene i risultati di queste riforme richiederanno anni per manifestarsi nei dati sui laureati o sulla forza lavoro, esse pongono il seme per un cambiamento culturale profondo. Solo attraverso un’istruzione primaria che promuova attivamente l’equità e la competenza tecnica sarà possibile garantire che l’intelligenza artificiale di domani sia progettata, sviluppata e governata da una società che rifletta veramente tutta la sua diversità.

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