In Pluribus, il mondo ha smesso di essere quello che conosciamo. Un evento improvviso e incomprensibile ha trasformato quasi tutta l’umanità in una coscienza condivisa: le persone parlano con una sola voce, provano emozioni sincronizzate, vivono in una serenità continua. Non ci sono più guerre, né conflitti, né solitudini. Restano però pochi individui immuni, esclusi da questa nuova armonia globale. Tra loro, una donna comune, priva di qualsiasi vocazione eroica, costretta a osservare un’umanità finalmente felice, ma senza di lei.

“Pluribus, l’UNO

Carol, interpretata magistralmente da Rhea Seehorn, la protagonista indiscussa di questa storia fuori dal comune, si ritrova inizialmente a lottare con tutte le sue forze contro il nuovo sistema sociale con cui, da un giorno all’altro, ha dovuto avere a che fare. Si rende conto pian piano di non riuscire a utilizzare né la sua rabbia né le sue provocazioni perché le persone, o meglio, il grande UNO che le unisce è pacifico, rispettoso ed estremamente disponibile. Tutte qualità che non le permettono di ribellarsi realmente. Arriverà un punto in cui Carol sembrerà cedere al nuovo mondo quando qualcosa cambierà profondamente dentro di lei e quando l’UNO comincerà a esserle sempre più vicino.

Pluribus, disponibile in Apple TV non è una serie che chiede attenzione: la pretende con gentilezza. È una storia che non ha ritmi elevati, infatti non seduce con essi, non conquista con il clamore. Si sviluppa lentamente, ti osserva mentre la guardi, come se volesse capire quanto siamo disposti anche noi come spettatori a rinunciare di noi stessi in cambio di una pace assoluta. È fantascienza, certo, ma è anche una lente morale puntata dritta sull’essere umano contemporaneo.
Il mondo raccontato dalla serie è apparentemente migliore del nostro. L’umanità ha smesso di litigare, di dividersi, di soffrire inutilmente. Una coscienza condivisa unisce le persone in una serenità continua, priva di attriti. Eppure, proprio lì nasce il disagio. Perché Pluribus non racconta la violenza del caos, ma la violenza dell’ordine perfetto.

Il concetto di individualismo

Vince Gilligan, regista e autore di serie come Breaking Bad o Better Call Saul, indaga su una questione intrinseca non solo nella struttura politica, economica e sociale della comunità terrestre, quanto sul concetto di individualismo, fino a considerare quanto sia fondamentale per il proprio diritto all’autodeterminazione a essere individualità singole e, allo stesso tempo, quanto sia necessario essere parte di una comunità. Ma si po’ restare in un punto medio? Probabilmente pensiamo che la società in cui viviamo attualmente sia questo, ovvero un sistema che le contenga entrambe ma è davvero questo ciò che chiamiamo sistema perfetto? È sostenibile?

Al centro della storia ci sono pochi individui rimasti fuori dal coro. Non sono eroi o eroine nel senso classico: non salvano il mondo, non guidano rivoluzioni. Sono persone che testimoniano. Portano addosso il peso dell’essere “uno” in mezzo ai “molti”. La loro solitudine non è solo narrativa, è simbolica: rappresenta ciò che resta dell’identità quando tutto spinge verso l’omologazione.

La serie suggerisce una domanda scomoda: se la felicità fosse garantita, la accetteremmo anche se non fosse scelta? Pluribus insinua il dubbio che la sofferenza, l’errore, il conflitto non siano difetti dell’umanità, ma prove della sua libertà. Eliminandoli, non si guarisce l’uomo: lo si semplifica.
Visivamente e narrativamente, la serie respira lentezza. Ogni silenzio pesa, ogni sguardo è una crepa nel sistema. La scrittura non spiega, accenna. Non giudica, osserva. È qui che Pluribus diventa quasi poetica: nel modo in cui lascia spazio allo spettatore di sentirsi a disagio senza dirgli perché.

Il titolo è una promessa incompiuta. “Pluribus” senza “unum” è una moltitudine che non arriva mai davvero all’unità, perché l’unità vera non nasce dalla fusione forzata, ma dal riconoscimento delle differenze. La serie sembra dirci che essere insieme non significa essere uguali, e che una pace senza voci discordanti è solo silenzio ben organizzato.
Alla fine, Pluribus non parla di alieni, né di futuri lontani. Parla di noi, del nostro desiderio di appartenenza e della paura di restare soli. E ci lascia con una verità inquietante: forse ciò che ci rende umani non è la capacità di stare insieme, ma il coraggio di restare diversi.

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