L’aspro scontro sui dazi e difesa in atto tra Stati Uniti da un lato e dall’altro Unione Europea, alleati storici o tradizionali concorrenti commerciali, sta cambiando lo scenario degli equilibri mondiali. Ci si avvicina ad un nuovo sistema multipolare, dove conteranno sempre il benessere e la sicurezza, ma sempre più saranno garantiti dall’innovazione tecnologica.

L’Europa lo ha capito in ritardo ed è costretta a svegliarsi e cercare di recuperare tempo e terreno perduto. Gli Usa in mano a Donald Trump mostrano i muscoli in modo scoordinato per riaffermare la propria centralità e difendersi da un possibile declino economico, lanciando ambizioni programmai di investimenti sull’intelligenza artificiale.

Il ruolo di Pechino

La Cina aspetta e raccogliendo i frutti di una costante strategia di investimento. Che l’ha portata, quasi silenziosamente, ad essere più avanti di tutti nel gestire il futuro. La certificazione del primato cinese è arrivata dall’ASPI, l’Australian Strategic Policy Institute, uno dei più autorevoli think tank nel monitoraggio delle strategie e risultati politici raggiunti dai paesi del mondo in campo tecnologico.

Aspi ha censito 64 tecnologie strategicamente rilevanti nel mondo e nelle quali operano Università, centri di ricerca e agenzie governative. Il Tech Tracker, questo il nome dello strumento di monitoraggio, censisce i progressi nello sviluppo dei computer, dei sensori quantici, nella produzione di microchip, nello sviluppo di vaccini medici, nel lancio di mini satelliti e nella crescita dell’ingegneria genetica. Sono considerati strategicamente rilevanti anche l’intelligenza artificiale, la robotica, l’energia e la difesa.

Bene, se nel periodo che va dal 2003 al 2007 la Cina era leader solo in tre settori e si riteneva che Pechino fosse prevalentemente in grado di copiare prodotti industriali occidentali, nel periodo 2019- 2023 la Cina è diventata leader in 57 dei 64 settori considerati critici per lo sviluppo. Gli Stati Uniti, che primeggiavano nel quinquennio 2003 – 2007 in 60 delle 64 tecnologie top, alla fine del 2023 erano in testa solo in 7 settori. E’ tutta l’area Indopacifica a crescere a livelli eccezionali. L’India, ad esempio, è entrata nel gruppo dei 5 paesi con il maggior tasso di sviluppo tecnologico ed è presente nel ristretto vertice grazie al fatto che eccelle in 45 dei 64 settori considerati. Nella produzione di materiale biotecnologico in particolare New Delhi ha superato gli Usa, ed ha ora il primato mondiale che prima era di Washington.

La situazione in Europa

E la maltrattata Europa, alle prese con il dilemma della difesa comune e aggredita commercialmente dai dazi americani?. La visione degli australiani dell’Aspi è ben diversa dal subliminale pessimismo che avvolge il pensiero paneuropeo o dall’avversione sovranista che vede la costruzione comunitaria come un’artificiale aggregato smantellare.

Nel suo insieme la Ue è un protagonista tecnologico assoluto. Detiene il primato nel campo dei sensori gravitazionali e di piccoli satelliti, e la seconda posizione in altre 30 tecnologie strategiche. Se considerata come entità unica ha una forza impressionante, come dimostrano i risultati del programma Horizon Europe, che finanzia l’innovazione e la ricerca con un plafond di 93,5 miliardi di euro fino al 2027. Nel vecchio continente le migliori perfomances sono quelle della Germania, che è nella top five in 27 settori (aveva 5 stelle però nel quinquennio 2003-2007) e dell’Italia, con 15 eccellenze (ne aveva 10 in precedenza). La Francia è solo terza, con tre presenze nella classifica ristretta dei 5 paesi più attivi, e con un calo drastico rispetto al passato (32 presenze nel quinquennio 2003-2007).

Ma dove nasce la forza dei singoli paesi nei settori strategici? l’Aspi non ha dubbi: nella ricerca di università, agenzie nazionali e aziende private. Se la spinta americana viene soprattutto dai giganti informatici e dalla creatività della Silicon Valley (Ibm, Google, Meta e Microsoft leader nel calcolo quantistico e nell’elaborazione del linguaggio naturale) e dalla Nasa, la Cina utilizza invece in modo massiccio la sua rete di università.

La Chinese Academy Sciences è considerata la più importante powerhouse per scienza e ricerca, e grazie alla sua rete di 113 istituti collegati, eccelle nell’energia, nelle tecniche di estrazione e utilizzo delle terre rare, nella robotica, nei satelliti. E lo stesso fa la Germania, che con la sua Helmholtz Association of German Research Centers è seconda nella classifica delle tecnologie per lanci spaziali, terza nel posizionamento dei satelliti, quarta per magneti e semiconduttori e quinta nei sensori gravitazionali. La ricerca spinta nelle università su settori strategici è la chiave per comprendere anche come l’Iran sia diventato un leader mondiale nella produzione di droni: ci lavorano a tempo pieno l’Universita di Tehran, la Shahrood University e soprattutto l’Islamic Azad University. Quert’ultima è tra le prime 10 istituzioni mondiali nel settore della propulsione aerea indipendente.

Lo sviluppo in sostanza passa attraverso la strada della ricerca. Meglio pubblica o privata?. La prima, se non è forzata dagli stati per scopi geopolitici, garantisce in teoria che i benefici delle scoperte e delle innovazioni siano neutri nella distribuzione finale. La seconda è più a rischio di venire sfruttata per scopi commerciali: e gli utili plurimiliardari delle compagnie tech americane danno agli azionisti non solo ricchezza ma anche poteri che spesso sfuggono ad ogni controllo politico o democratico. L’America di Trump sembra accelerare sulla seconda strada, liberandola dagli ostacoli. E forse allora non è un caso che sia appena stato deciso di tagliare i fondi alla prestigiosa John Hopkins Univerity di Baltimora, eccellenza mondiale nella ricerca sull’Aids e la tubercolosi, e di mettere in riga la Columbia dopo le proteste contro Israele.

America First ora significa Private First.

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