Terrence Malick può definirsi a tutti gli effetti come uno dei pochi e più importanti cineasti viventi. La sua fama si è consolidata dopo solo due pellicole. Successivamente a I giorni del cielo del 1978 passeranno vent’anni per rivederlo nuovamente dietro la macchina da presa, nel 1998 con La sottile linea rossa. Una carriera lunga quasi cinquant’anni per solo una decina di pellicole.

L’artista texano diventa regista quasi per caso e traduce in immagini il suo sostrato culturale e i suoi studi. Si laurea in filosofia nel 1966 all’Università di Harvard con una tesi incentrata su Martin Heidegger. Insegna per un periodo ma è poco convinto delle sue capacità di insegnante: “Non ero un buon insegnante; non avevo quell’ascendente che si dovrebbe avere sugli studenti.” Nel 1969 si iscrive al Center for Advanced Film and Television Studies a Los Angeles e inizia la sua carriera nel mondo della celluloide.

Potremmo definirlo un filosofo prestato al cinema ma sappiamo come i grandi registi non fanno altro che pensare per immagini, il foglio bianco è sostituito dallo spazio dell’inquadratura.

I contenuti e la forma si evidenziano già nel suo primo lungometraggio La Rabbia Giovane. Come ricorda Francesco Cattaneo nel testo Terence Malick, Mitografie della modernità: «… la sua cifra più propria è quell’andamento mito/logico […] nel far interagire i due versanti mythos e logos… a confrontarsi senza soluzione di continuità su questa soglia sono l’affabulazione e la riflessione, la poiesi e la critica».

A Hidden Life (La vita nascosta) è stato presentato al Festival di Cannes nel 2019, in Italia doveva essere distribuito ad Aprile di quest’anno ma a causa della chiusura delle sale è giunto a noi solo alla fine del mese di Agosto.
La pellicola si ispira ad una storia vera: durante la seconda guerra mondiale un contadino austriaco, Franz Jägerstätter, si oppone all’invasione nazista rifiutandosi di arruolarsi nel Terzo Reich e compromettendo la sua libertà e la sua vita.

Malick racconta a suo modo la vicenda, la macchina da presa rasenta il suolo, insegue con grandangoli i protagonisti, li tormenta nella loro quotidianità, l’aspetto orizzontale, la terra ossessiona Malick, deus sive natura, ricordando Spinoza. Il racconto è frammentato, non lineare, interrotto dalla voce del protagonista, dalla sue riflessioni.

Lo sguardo del regista è ossessivo e rilassato allo stesso tempo, come una preghiera laica, una visione tormentata dall’impossibilità di poter vivere la propria vita in comunanza con la natura che ci appare splendida e a volte ostile.

Jägerstätter viene imprigionato e torturato, ma non cede, anche se la violenza, la consapevolezza della scoperta del corpo è drammatica. Il filosofo Jean Améry, anche lui austriaco, dopo aver vissuto l’internamento ad Auschwitz riflette sulla violenza: «Penzolo ancora, ventidue anni dopo, con le braccia slogate, ansimo e mi autoaccuso. Nessuna ‘rimozione’ è possibile… Della tortura non ci si libera».

«Nel torturato si accumula lo sgomento di aver vissuto i propri simili come avversari: da questa posizione nessuno riesce a scrutare verso un mondo in cui regni il principio di speranza.” La vita di coloro che sono stati oggetto di tortura sarà per sempre contrassegnata dall’angoscia, e con essa si accompagnerà ciò che chiamiamo risentimenti».

Il cinema non è solo una macchina narrativa utile ad affabulare lo spettatore ma ci permette di scoprire che cosa può provare un corpo, quali sono i limiti del suo vissuto.

Il protagonista parla poco e va incontro all’inevitabile piuttosto che mutare le sue ragioni, che cosa lo spinge? La sua fede cattolica? La consapevolezza che il suo punto di vista è più importante della vita stessa?
Come si vede Malick si nutre di questioni filosofiche e il film ci sottopone a diversi interrogativi.

Nel suo villaggio natio nel frattempo la moglie e i figli sono presi di mira dai conoscenti che non comprendono la scelta di Jägerstätter.
Si potrebbe definire una pellicola di iniziazione alla scoperta del corpo, della violenza, dei limiti del proprio essere, non c’è nulla di trascendentale o spirituale, Malick ha come punti di riferimento il concetto di apertura al mondo.

La pellicola termina con i versi tratti dal romanzo dalla scrittrice britannica George Eliot: «Il crescente bene del mondo dipende in parte da atti non storici; e il fatto che le cose tra te e me non siano così malvage come avrebbero potuto essere, è in parte dovuto a coloro che hanno vissuto fedelmente una vita nascosta e riposano in tombe che nessuno visita».

La vita nascosta è l’esempio di un comportamento virtuoso, rispettoso del proprio pensiero, libero e praticato sottovoce.

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