Dal 2 marzo Israele ha inasprito il blocco su Gaza aggravando di fatto la crisi umanitaria già in atto dall’ottobre 2023. Cibo, acqua, carburante e forniture mediche arrivano contingentati e solo attraverso la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), l’organizzazione creata da Israele per controllare la distribuzione degli aiuti. Il 9 giugno la marina israeliana ha fermato in acque internazionali la nave “Madleen” della Gaza Freedom Flotilla e gli ha impedito di portare aiuti umanitari.

Il blocco su Gaza… una storia lunga

Il blocco su Gaza è uno strumento usato dal governo israeliano per fare pressione su Hamas e spingere il gruppo a liberare tutti gli ostaggi. Prima del 7 ottobre 2023 Israele aveva già imposto questa tecnica su Gaza. Dal 1967, con la guerra dei sei giorni, Israele controlla il territorio di Gaza e dal 2007, anno in cui Hamas ha preso il potere, mantiene un blocco sulla Striscia.

Dal 2007, infatti, Israele ha imposto un blocco terrestre, aereo e navale sulla Striscia di Gaza vietando l’importazione di beni di consumo comuni e permettendo solo l’ingresso di prodotti umanitari di base “essenziali per la sopravvivenza della popolazione civile”. Il blocco economico e le restrizioni hanno chiuso l’economia. La Banca Mondiale ha stimato che il tasso di crescita annuale di Gaza era solo dell’1%.

Con lo scoppio della guerra del 2023 il Ministro della Difesa israeliano ha ordinato il blocco completo a Gaza, impedendo l’entrata di cibo, carburante, medicinali e addirittura di acqua. In seguito, il Ministro dell’Energia ha interrotto anche la fornitura di energia elettrica.

Oggi l’unica organizzazione, autorizzata da Israele e finanziata principalmente dagli Stati Uniti, che approvvigiona la popolazione gazawi è la GHF. Questa fondazione ha sostituito circa duecento ong e quindici agenzie delle Nazioni Unite che operavano nella Striscia con buona pace dei principi di imparzialità e neutralità.

Cosa sta provocando il blocco su Gaza?

Tra il 18 marzo e il 16 giugno 2025, il ministero della Salute palestinese (MoH) ha dichiarato che almeno 338 persone in cerca di cibo e altri aiuti sono state uccise e 2831 ferite. E il numero aumenta, ogni giorno.
La Gaza Humanitarian Foundation distribuisce aiuti da solo quattro punti di distribuzione, chiamati Secure Distribution Sites (Sds), e di questi tre sono collocati al sud e uno al centro della Striscia. I palestinesi che vivono nella parte nord devono quindi migrare verso sud per prendere ciò di cui hanno bisogno. Lo svuotamento del nord della Striscia è uno degli obiettivi della campagna militare israeliana. In questi punti di distribuzione, dove la gente è tanta e si accalca, l’esercito israeliano ha sparato sulla folla e perpetrato vere e proprie stragi.

Il blocco su Gaza e la scarsità della distribuzione degli aiuti stanno provocando una forte crisi alimentare. I numeri diffusi dal Programma alimentare mondiale sono scioccanti: “il 100% della popolazione di Gaza affronta livelli acuti di insicurezza alimentare. Si prevede che 70.000 bambini a Gaza necessitano di cure urgenti per malnutrizione acuta”.

Il blocco su Gaza interrompe gravemente anche la consegna di forniture e l’accesso ai servizi sanitari. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, tra il 24 maggio e il 16 giugno, il numero di ospedali funzionanti nella Striscia di Gaza è sceso da 20 a 17 (prima del 7 ottobre erano addirittura 36). In questi nosocomi manca tutto. Medici riferiscono che non ci sono analgesici, antidolorifici e sono costretti a operare senza anestesie. A Gaza e negli ospedali manca perfino il latte in polvere per i neonati.

In ultimo, la mancanza di carburante mette in grave crisi gli ospedali non potendo alimentare i gruppi elettrogeni che li sostengono in caso di tagli all’energia elettrica. La mancanza di carburante acuisce anche la carenza di acqua: senza combustibile non si possono alimentare gli impianti di desalinizzazione e le pompe idriche.

In poche parole, a Gaza si muore non solo per la guerra ma anche per la fame, la sete e per mancanza di forniture mediche e ospedali.

Il diritto internazionale e l’appello di Amnesty

“Queste azioni sono illegali, disumane, crudeli e mortali”, si legge sul sito di Amnesty International, l’organizzazione per i diritti umani che “cerca di assicurare che tutte le parti coinvolte in un conflitto armato rispettino il diritto internazionale umanitario e il diritto internazionale dei diritti umani”.

Il blocco su Gaza è infatti una chiara violazione del diritto internazionale. Le regole di guerra sono definite da vari trattati, i più importanti sono le Convenzioni dell’Aja del 1899 e 1907, le quattro Convenzioni di Ginevra del 1949 e i loro tre Protocolli Aggiuntivi.

In un contesto bellico, “è vietato, come metodo di guerra, far soffrire la fame alle persone civili”. Si vieta, infatti, di avviare azioni che impediscano l’accesso ai beni indispensabili per la sopravvivenza, con la deliberata intenzione di ridurre la popolazione alla fame o costringerla a spostarsi.
Inoltre, la potenza occupante ha l’obbligo di fornire alla popolazione del paese occupato cibo, medicinali e altri beni indispensabili, sia importandoli nel caso le risorse fossero insufficienti sia permettendo azioni di soccorso umanitario ed imparziale. Nel gennaio 2024 la Corte internazionale di giustizia ha ordinato a Israele di consentire gli aiuti per proteggere le persone e interrompere il genocidio.

Per tutti questi motivi Amnesty International ha lanciato l’appello “Togliere il blocco su Gaza”. Firmando l’appello si “chiede ai governi di fare pressione su Israele affinché rimuova immediatamente il suo blocco illegale”, permettendo così che gli aiuti umanitari arrivino a Gaza anche attraverso organizzazione umanitarie imparziali.

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