Fino al 27 Settembre presso il Teatro della Visitazione di Roma in scena il festival Visit-azioni contemporanee, dedicato alle arti e al dialogo. Ne parliamo con il suo Direttore Artistico, Alessandro Machia.

Il teatro che la vostra rassegna propone visita o rivisita e in che senso?
Visit-azioni contemporanee, festival urbano delle arti del dialogo è un progetto promosso da ROMA CAPITALE e vincitore dell’Avviso Pubblico per la realizzazione di iniziative di interesse per l’Amministrazione Capitolina in collaborazione con ZÈTEMA PROGETTO CULTURA. È una rassegna multidisciplinare che unisce grandi artisti e giovani realtà nell’ambito delle arti performative e – in questo senso – il teatro è sia diciamo rivisitato o meglio ospita anche spettacoli di riscritture contemporanee di classici, come per esempio Ifigenia in Aulide nella riscrittura di Fabrizio Sinisi da Euripide, o La zia d’America di Leonardo Sciascia con l’adattamento di Fabrizio Catalano, che spettacoli invece di drammaturgia contemporanea come Pigiama Party. Inventario per un corpo eretico, per la regia di Martina Badiluzzi in una scrittura collettiva delle giovani attrici under 30 che lo interpretano. È una rassegna gratuita, aperta al pubblico, libera, che guarda al territorio e alla periferia, la Tiburtina, pensata non soltanto come destinataria passiva di un’offerta culturale ma come centro di elaborazione culturale e artistica.  


Il quartiere Tiburtino ha già un suo preciso rimando culturale nel lavoro di Zerocalcalcare: quale è la vostra Tiburtina?
Personalmente sono molto legato al quartiere Tiburtina, perché una parte importante della mia infanzia è trascorsa proprio qui. Sono cresciuto a Casal Bruciato dagli otto ai quattordici anni, ho frequentato le elementari e le medie alla Balsamo Crivelli, a piazza Balsamo, e vivevo a poche centinaia di metri dal Teatro della Visitazione. Sono luoghi ai quali mi lega un ricordo molto bello e profondamente personale. Per questo, quando penso alla Tiburtina, penso soprattutto a una Tiburtina popolare: una Tiburtina che si rivolge alle persone, ai cittadini, e che propone un’offerta culturale di qualità, accessibile e gratuita. Crediamo fortemente che la periferia non debba essere considerata come una destinataria passiva di iniziative culturali generiche, magari pensate altrove e semplicemente trasferite sul territorio. Troppo spesso le periferie vengono percepite come luoghi distanti, marginali o dimenticati. Noi vogliamo invece che diventino protagoniste, attraverso laboratori culturali, percorsi di cooperazione e occasioni concrete di partecipazione.

La mia Tiburtina, quindi, è una Tiburtina popolare, in qualche modo vicina anche a quella resa celebre da Zerocalcare, ma raccontata attraverso il teatro, la musica e la danza.

In questo senso che pubblico attendete?
Sono arti che richiedono una scelta precisa. Non si assiste per caso a uno spettacolo teatrale o a una performance di danza: bisogna decidere di esserci, di partecipare, di mettersi in ascolto. Ed è proprio questo uno degli aspetti più importanti dell’arte: non è mai generica, perché chiede allo spettatore un’intenzione, una curiosità, una disponibilità all’incontro. In questo senso, la nostra proposta culturale vuole essere anche una chiamata alla partecipazione: invita i cittadini della Tiburtina non soltanto a essere pubblico, ma a sentirsi parte viva di un’esperienza condivisa.

Quali criteri hanno selezionato il programma in atto?
L’idea guida è stata quella di non mettere steccati. Trattandosi di un festival di quartiere, gratuito e aperto a tutti, abbiamo voluto costruire una proposta capace di tenere insieme grandi artisti e giovani realtà, teatro, danza e musica, senza imporre una linea curatoriale troppo rigida. Ci interessava, al contrario, mescolare linguaggi e pubblici diversi, accostando spettacoli più di ricerca o di nicchia a proposte più popolari e immediatamente accessibili.

È un principio che guida da sempre il lavoro di Zerkalo e che potremmo definire come l’idea di un teatro popolare d’arte: recuperare il concetto di “popolare” nella sua accezione più alta, senza rinunciare alla qualità artistica. Per noi significa immaginare una cultura rivolta a tutti, ai cittadini e al territorio, capace non soltanto di offrire spettacoli, ma anche di creare occasioni di incontro, favorire l’aggregazione e rafforzare il senso di comunità. È stato questo, in fondo, il criterio principale che ha orientato la scelta degli artisti e degli spettacoli: costruire un programma plurale, accessibile e di qualità, nel quale pubblici diversi possano riconoscersi e incontrarsi.

Esiste anche uno spazio laboratoriale gratuito: a chi è rivolto e che lavoro si propone di svolgere?
Sì, esiste uno spazio laboratoriale completamente gratuito, così come sono libere e gratuite tutte le attività e gli spettacoli del festival. La dimensione formativa, del resto, ha sempre accompagnato le iniziative e le rassegne che ho diretto negli anni, come è avvenuto anche con Play Iubilaeum!

L’attenzione che riserviamo ai laboratori nasce da un’idea precisa: non concepire lo spettatore soltanto come un soggetto passivo, ma renderlo parte attiva dell’esperienza culturale. Per questo i laboratori di creazione sono ormai un appuntamento costante delle rassegne e degli eventi culturali targati Zerkalo. In Vistazioni Contemporanee ne avremo diversi. Tra questi, il laboratorio di Mimo Paideia, diretto dal pedagogo e professore universitario Gilberto Scaramuzzo, allievo di Orazio Costa. Il suo lavoro si inserisce nell’orizzonte di un umanesimo integrale e, attraverso la mimesis e il metodo mimetico di Costa, mira a sviluppare nelle persone una maggiore consapevolezza del proprio corpo e delle capacità creative che appartengono a ciascuno di noi. In altre parole, attraverso la creazione si cerca di far emergere pienamente l’umano. Un altro momento per me particolarmente importante sarà Pàthei Mathos, il laboratorio che dirigo personalmente e che potremmo ormai definire un progetto caratterizzante di Zerkalo, perché lo portiamo avanti da anni. Il sottotitolo è Sul luogo del tragico: si tratta di un laboratorio cittadino dedicato alla tragedia greca e, più in generale, alla dimensione del tragico. “Cittadino” significa proprio questo: non è rivolto soltanto agli addetti ai lavori, ma a tutti i cittadini. Credo fermamente che sia necessario ripartire dalla tragedia greca. La tragedia ci mostra come i progetti attraverso i quali l’uomo pretende di governare razionalmente il mondo siano continuamente messi in discussione. L’essere umano è abitato dalla contraddizione e dall’abisso, e la tragedia greca ha saputo rappresentare e raccontare questo abisso come forse nessun’altra forma artistica.

Pensiamo al rapporto tra libertà e destino: l’uomo ha un destino e, allo stesso tempo, è libero. È una delle grandi contraddizioni poste dalla tragedia. Edipo è colpevole e innocente insieme: non sapeva, eppure resta responsabile delle proprie azioni. È proprio attraverso queste contraddizioni, solo apparentemente inconciliabili per la ragione, che la tragedia ci restituisce il senso del limite. Oggi credo che non possiamo prescindere dal pensiero tragico se vogliamo provare a ricostruire un tessuto sociale e comunitario e, soprattutto, se vogliamo interrogarci insieme su ciò che sta accadendo alla nostra società e sul nostro destino collettivo. Accanto a questi percorsi ci saranno un laboratorio di giocoleria, tenuto da Leonardo Angelini, e un laboratorio di avviamento al teatro per bambini, aperto anche ai genitori che li accompagneranno, condotto dalla pedagoga e attrice Chiara Petrolati. Sono previsti inoltre i laboratori di critica di Percorsi della visione, organizzati nella parte conclusiva della manifestazione, intorno al 26, 27 e 28 settembre, mentre altri appuntamenti laboratoriali sono ancora in fase di definizione.

L’obiettivo complessivo è quello di contribuire a riunire una comunità territoriale intorno all’esperienza culturale. Il festival è naturalmente aperto a tutti, ma nasce innanzitutto per dialogare con il territorio e con chi lo abita. Perché il punto non è soltanto portare cultura in un quartiere, ma creare le condizioni affinché quel quartiere possa partecipare, incontrarsi e diventare esso stesso parte attiva del processo culturale.

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