Dal 23 al 27 settembre, al Palazzo Ducale Cantelmo di Atina, Roberta Maola porta in mostra “Gaslighting”, un progetto che mette al centro una delle forme più sottili della violenza psicologica. Un’opera partecipata che chiede al pubblico non soltanto di guardare, ma di ricordare, scrivere e rispondere.

Ascolta questo articolo dalla voce dell’autrice, Barbara Lalle

Ci sono progetti che incontri e riconosci immediatamente, perché vanno a toccare una zona della tua ricerca che conosci bene, che attraversi da anni e che, in qualche modo, appartiene già alle tue corde.

Gaslighting, il nuovo progetto di Roberta Maola, è uno di questi.

Lo sento particolarmente vicino perché, nel mio lavoro, mi muovo da tempo proprio in quella zona di confine in cui arte, scuola e vita quotidiana possono diventare strumenti per comprendere, raccontare e, quando è possibile, cercare di attraversare e superare il dolore. La mia formazione e il mio lavoro nell’ambito della riabilitazione neurologica e dell’integrazione delle disabilità gravi mi hanno portata quotidianamente a confrontarmi con il disagio, la deprivazione, la fragilità e con la necessità di trovare strumenti che permettano alle persone di dare un nome a ciò che stanno vivendo; parallelamente, attraverso l’arte e la performance, ho cercato e continuo a cercare altri linguaggi per fare la stessa cosa.

È quella che qualche volta ho chiamato una vera e propria “emergenza di dire”: la necessità di trovare forme attraverso le quali qualcosa che fa male possa essere compreso, narrato, condiviso, e magari trasformato.

Per questo la dimensione partecipativa è diventata una parte importante della mia ricerca. Nei miei lavori ricorro spesso a dispositivi di audience engagement e audience development non per aggiungere semplicemente un elemento interattivo all’esperienza estetica, ma per provare a costruire esperienze che possano essere trasformative, nelle quali chi partecipa non sia soltanto spettatore, ma possa portare dentro l’opera una parte della propria esperienza e uscirne, forse, con una domanda diversa, con una consapevolezza nuova, con uno spazio interiore in più.

Un’esperienza estetica, dunque, ma anche trasformativa, civile e, nel senso più ampio del termine, spirituale.

Ed è proprio per questo che il progetto di Roberta Maola mi interessa.

La domanda dalla quale nasce Gaslighting è tanto semplice quanto enorme: può l’Arte contrastare le molteplici forme della violenza?

Roberta Maola prova a rispondere non soltanto attraverso le sue opere, ma facendo dell’arte uno spazio nel quale entrare fisicamente e lasciare una traccia.

Al centro del progetto c’è infatti una struttura site-specific di due metri e mezzo per due metri e mezzo, alta altrettanto. Un’architettura che è contemporaneamente monolite, casa, rifugio e opera.

Un luogo nel quale il pubblico viene invitato a fermarsi e a scrivere.

“Invictus” 2026 di Roberta Maola
Matita su carta 25/25 cm

Su un biglietto diviso in due parti, ogni partecipante potrà riportare da una parte una frase svalutante ricevuta nel corso della propria vita. Dall’altra, invece, potrà scrivere la risposta che avrebbe voluto dare allora.

La prima frase resterà dentro la struttura.

La seconda potrà essere portata via.

Mi sembra un gesto piccolo e potentissimo, perché a volte una delle cose più difficili non è capire che qualcuno ci ha ferito, ma riuscire, dopo, a trovare le parole per rispondere.

Qui quelle parole possono finalmente comparire.

La scrittura diventa così un gesto performativo: ciò che è stato interiorizzato viene portato fuori e trasformato. Una frase che aveva tolto valore può incontrare, dall’altra parte del foglio, una frase che quel valore lo restituisce.

E lentamente le esperienze individuali diventano collettive.

Le parole lasciate dai partecipanti andranno infatti a comporre una vera e propria installazione sulle pareti dello spazio.

Così una cosa che spesso appartiene alla parte più privata delle nostre vite — una frase, una ferita, un ricordo — diventa visibile.

E magari qualcuno, leggendola, penserà: è successo anche a me.

È una modalità di lavoro che appartiene profondamente anche alla ricerca di Roberta Maola. Il suo linguaggio nasce dall’iperrealismo, dal disegno a matita su carta, dalla precisione quasi ossessiva con cui indaga volti, corpi, oggetti e stati interiori. Ma nelle sue opere la tecnica non è mai soltanto tecnica: serve a entrare dentro qualcosa.

In Gaslighting questo movimento fa un ulteriore passo.

L’opera non è più soltanto qualcosa da osservare, ma chiede allo spettatore di entrarci dentro.

“Articolo 1: Luana d’Orazio“ 2021 di Roberta Maola
Matita su carta 40/60 cm

Accanto alla mostra e all’azione partecipata, il progetto propone anche un programma multidisciplinare con teatro, poesia, musica e videoarte, facendo dialogare linguaggi diversi intorno allo stesso tema.

E poi ci sono le opere delle serie Fiori d’acciaio e Tratti ritratti.

Donne, volti, ferite, trasformazioni. La bellezza che non coincide con l’assenza di dolore, ma con la capacità di attraversarlo senza lasciarsi definire completamente da esso.

Forse è proprio qui che l’arte può fare qualcosa.

Non necessariamente guarire — non è questo il suo compito, e sarebbe pericoloso attribuirle una funzione terapeutica che non le appartiene.

Ma creare uno spazio nel quale qualcosa possa essere visto.

Una cosa che prima non riuscivamo a nominare. Una dinamica che avevamo normalizzato. Una frase che avevamo dimenticato e che invece, riletta sulla parete, improvvisamente riconosciamo.

E allora forse l’arte non contrasta la violenza soltanto quando la denuncia.

Può farlo anche quando crea le condizioni perché qualcuno torni a fidarsi della propria percezione, a guardare, a ricordare, a dire: no, quella cosa è successa davvero. E questa volta la mia risposta la scelgo io.

Gaslighting sarà visitabile dal 23 al 27 settembre 2026 al Palazzo Ducale “Cantelmo” di Atina.

L’ingresso è libero fino a esaurimento posti, con priorità per chi prenoterà l’azione partecipata attraverso il sito dell’artista.

E forse vale la pena entrarci proprio per questo: non soltanto per vedere che cosa ha fatto Roberta Maola, ma per scoprire che cosa, entrando nell’opera, potremmo avere voglia di lasciare noi.

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