J’accuse. La buona coscienza dell’odio
L'odio attraversa anche una lingua colta, anche una causa giusta, anche la nostra impeccabile indignazione. Leggere, o rileggere, "J'accuse" di Émile Zola non può farci che bene.

L'odio attraversa anche una lingua colta, anche una causa giusta, anche la nostra impeccabile indignazione. Leggere, o rileggere, "J'accuse" di Émile Zola non può farci che bene.

J’accuse. Accuso la nostra consapevolezza di scegliere il punto più comodo della violenza: quello in cui possiamo riconoscerci, per l’ennesima volta, innocenti. E trasformare lo smacco in un punto di forza, il dolore in una pioggia di like, un labbro gonfio in un’investitura morale. Sotto il post, il coro della solidarietà; sopra, una società che ha trovato qualcuno da compatire e qualcuno da espellere. Può tornare a dormire.

Piagnistei continui, la poesia di oggi: m’è morto il cane, pioggia di like; cane ricoverato, oddio mio; cane che zoppica, Premio Strega senza passare dal via. Per il cane mi dispiace. Ma questa conversione automatica dell’intimità in consenso, questa contabilità degli affetti, mi lascia una domanda: quanto spazio rimane alla parola quando ogni esperienza deve anzitutto procurare attenzione a chi la racconta?
Non so che cosa avrebbero fatto Montale, Rosselli, Ungaretti, Campo, Pasolini davanti ai social. Mi interessa però chiedere che cosa accada alla letteratura quando l’autore occupa tutto il campo e all’opera resta il compito di confermarne l’immagine.
Una mano colpisce, un occhio si gonfia, una bocca sputa. La paura è reale. Occorre anche saper reagire: proteggersi, sottrarsi, chiedere aiuto, sostenere chi è stato colpito. La presenza viene prima della rappresentazione. Esistono gesti che un post non può compiere al nostro posto.
Occorre, soprattutto, togliersi quella veste borghese che ci fa incontrare il malessere sul marciapiede come un’infrazione al paesaggio. Ci scandalizziamo quando l’abbandono interrompe la nostra passeggiata; finché rimane negli angoli, possiamo persino chiamarlo ordine. Pretendiamo che l’esclusione resti composta, che la miseria non alzi la voce, che le conseguenze delle nostre scelte abbiano almeno la cortesia di non venirci incontro.
Poi finalmente l’odio ha un volto da esporre. La società rispettabile può contemplare il proprio contrario e assolversi. Nessuna domanda su ciò che precede quella mano; nessun disturbo per chi ha amministrato l’abbandono, organizzato la separazione, insegnato il sospetto.
Altera la lingua prima di ferire il corpo. Diventa sintassi, distribuzione dei pronomi: noi, loro; i nostri, gli altri. Klemperer ci obbliga a cercarlo nella normalità delle parole, dove la sopraffazione si prepara diventando abitudine. Poi il sedimento affiora in un insulto. E noi scambiamo l’affioramento per l’origine.
Un insulto omofobo o razzista va riconosciuto nella sua precisione. Ma nominarlo dovrebbe aprire una domanda: da dove viene quella lingua? Chi le conferisce autorità? Quali forme di esclusione la rendono disponibile, persino a chi dell’esclusione porta già le conseguenze?
Accuso l’intellettuale quando usa il proprio titolo come un’aggravante del dolore. Un poeta aggredito non è, per questo, una poesia perseguitata. L’opera non diventa cenere per contiguità con il corpo. La dignità dell’aggredito precede il catalogo editoriale: non occorre aver pubblicato un libro perché una ferita meriti attenzione.
Accuso il privilegio che frequenta i salotti e riconosce la barbarie soltanto sul marciapiede. La barbarie sa parlare bene. Sa invitare, finanziare, applaudire. Sa deplorare gli effetti delle condizioni che contribuisce a conservare. E sa offrirci un posto a tavola, purché le nostre domande non disturbino la cena.
Nel Municipio V di Roma, durante la discussione sull’islamofobia, è stata strappata una bandiera palestinese. Il disprezzo entra nello spazio istituzionale, si mette in scena, cerca la propria riproduzione. Qui l’odio si offre come repertorio pubblico, come gesto da imitare.
E noi che cosa produciamo quando rispondiamo fabbricando un altro bersaglio? Quando l’indignazione diventa piacere di esporre, quando la solidarietà ha bisogno dell’umiliazione di qualcuno per riconoscersi? La differenza delle cause non ci esonera dall’esame dei mezzi.
Denunciare una violenza è necessario. Convertirla in rendita morale lascia intatte le condizioni che l’hanno resa possibile. Il consenso si raccoglie, la notizia si consuma, gli esclusi rimangono dove li abbiamo lasciati. L’aggressore risponda del gesto. Ma la sua responsabilità non diventi il detergente delle nostre. Non possiamo inventargli un’innocenza; possiamo rifiutare che la sua condanna esaurisca il nostro pensiero.
Voglio una parola che risalga la violenza. Che chieda conto dell’esclusione a chi dispone dei mezzi per interromperla. Che interroghi le politiche della casa, della cura, dell’accoglienza con la stessa ostinazione con cui interroga la faccia dell’aggressore. Una parola capace di rivolgersi anche contro i luoghi che la premiano.
Perché l’odio attraversa anche una lingua colta, anche una causa giusta, anche la nostra impeccabile indignazione. E riconoscerlo soltanto nella bocca degli altri è già una forma della sua vittoria.
Leggere, o rileggere, J’accuse di Émile Zola non può farci che bene.
Michele Piramide – Stefano Tarquini
