Le criate di Sicilia
Le criate, serve invisibili del '900, delle vere e proprie Cenerentole ricordate in molti romanzi del verismo italiano. Vi consiglio di scegliere un romanzo di Giovanni Verga o di Giovanni Capua.

Le criate, serve invisibili del '900, delle vere e proprie Cenerentole ricordate in molti romanzi del verismo italiano. Vi consiglio di scegliere un romanzo di Giovanni Verga o di Giovanni Capua.

Ci sono parole che custodiscono interi mondi. In Sicilia, una di queste è criata. Derivata dallo spagnolo criada, significa semplicemente “serva”, “domestica”. Ma dietro quel termine, criate, si cela una storia di povertà, sacrificio e silenzi che ha attraversato generazioni, fino a un passato sorprendentemente vicino.
Per decenni, tra la fine dell’Ottocento e buona parte del Novecento, migliaia di bambine e adolescenti lasciarono le campagne e i piccoli paesi siciliani per entrare nelle case dei proprietari terrieri, dei professionisti e delle famiglie benestanti. Erano figlie della miseria. Le loro famiglie, spesso numerose, non potevano garantire un pezzo di pane a tutti e affidare una figlia “a servizio” appariva come una scelta obbligata, talvolta persino una fortuna. In cambio di vitto, alloggio e di un compenso modesto – quando era previsto – quelle ragazze diventavano le custodi invisibili della vita domestica.
Le criate si svegliavano prima dell’alba e terminavano il lavoro quando tutta la casa dormiva. Pulivano, cucinavano, accudivano i bambini, lavavano i panni, assistevano gli anziani. Vivevano nella casa dei padroni, ma non ne facevano realmente parte. Erano una presenza costante e indispensabile, eppure socialmente invisibile: abbastanza vicine da condividere l’intimità familiare, troppo lontane per essere considerate membri della famiglia.
Da un punto di vista sociologico, la figura della criata rappresenta una delle espressioni più evidenti delle profonde disuguaglianze che hanno caratterizzato la società siciliana tradizionale. Classe sociale, genere e dipendenza economica si intrecciavano in una relazione profondamente asimmetrica. Il lavoro domestico non era soltanto una prestazione lavorativa, ma un rapporto di subordinazione che invadeva ogni aspetto dell’esistenza. La casa del padrone coincideva con il luogo di lavoro, con il luogo in cui si viveva e, spesso, con il luogo in cui venivano meno i confini della libertà personale.
La tragedia delle criate non si limitava alla fatica fisica. Per molte di loro la vulnerabilità era totale, soprattutto se erano giovani e considerate avvenenti. Le testimonianze storiche, la memorialistica e numerosi racconti popolari restituiscono il quadro di una realtà nella quale molestie, ricatti e violenze sessuali potevano consumarsi nel silenzio delle mura domestiche, favoriti dall’enorme squilibrio di potere tra servitù e padronato. I responsabili erano talvolta i padri di famiglia, i figli o altri uomini della casa, mentre le padrone, in alcuni casi, preferivano ignorare o tacere per salvaguardare l’onore familiare e l’equilibrio domestico.
Un antico proverbio siciliano, tanto crudele quanto eloquente, sintetizzava questa condizione:
«A criata, si nun è tuccata, è maniata»
(“La criata, se non è abusata, viene comunque palpeggiata”).
È una frase che oggi colpisce per la sua brutalità, ma proprio per questo rappresenta una preziosa testimonianza culturale. Non descrive necessariamente ogni singola esperienza, bensì la percezione diffusa di una vulnerabilità considerata quasi inevitabile. Il proverbio rivela quanto certe forme di violenza fossero normalizzate e quanto scarso fosse il riconoscimento della dignità e dell’autodeterminazione di queste giovani donne.
Quando dagli abusi nasceva un bambino, la sorte della madre era spesso segnata. La responsabilità ricadeva quasi esclusivamente su di lei: poteva essere allontanata, emarginata o costretta ad abbandonare il figlio. Il disonore gravava sulla vittima più che sull’autore della violenza, in una società che tendeva a proteggere il prestigio della famiglia dominante piuttosto che i diritti della persona più fragile.
La letteratura siciliana ha saputo cogliere, talvolta con discrezione e talvolta con spietata lucidità, queste dinamiche di potere. Nelle opere di Giovanni Verga, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Leonardo Sciascia e, più recentemente, Simonetta Agnello Hornby, il mondo della servitù domestica emerge come parte integrante di una società costruita su gerarchie rigide, dove il privilegio di pochi trovava fondamento nel lavoro silenzioso di molti.
Quella delle criate non è una storia medievale, ma una vicenda che arriva fino al secondo dopoguerra e che, in molte realtà rurali della Sicilia, sopravvisse ancora negli anni Cinquanta, iniziando a scomparire solo con il boom economico, l’urbanizzazione, l’estensione dell’istruzione obbligatoria e il progressivo consolidarsi delle tutele del lavoro. La modernizzazione non cancellò improvvisamente le disuguaglianze, ma offrì finalmente a molte giovani la possibilità di immaginare un futuro diverso da quello del servizio domestico come destino inevitabile.
Ricordare oggi le criate significa restituire un volto a donne che la storia ufficiale ha spesso relegato ai margini. Significa riconoscere il valore di un lavoro essenziale, troppo a lungo considerato naturale e quindi invisibile. Ma significa anche interrogarsi sulle molte forme di subordinazione che continuano a esistere nel lavoro di cura e domestico, spesso svolto ancora oggi da persone economicamente fragili. La memoria di queste donne invita a rispondere con la consapevolezza che la dignità del lavoro e della persona non è una conquista definitiva, ma un patrimonio da difendere ogni giorno.
In vista dell’estate e delle buone letture sotto l’ombrellone, vi consiglio di scegliere un romanzo di Giovanni Verga o di Giovanni Capua, per ritrovare le ambientazioni in cui le criate vivevano e lavoravano.
