L’istruzione al Meridione è uguale a quella del resto d’Italia, cambia solo il contesto. Inteso, cioè, come servizi pubblici e risorse extrascolastiche a disposizione. Per il resto, la scuola nel Sud Italia si presenta con le stesse modalità con cui si affaccia nelle altre realtà regionali, ovvero come un presidio che si contrappone a tutte le disuguaglianze sociali, alle differenti condizioni di partenza dei ragazzi, agli svantaggi socio-economici dei diversi luoghi di apprendimento. La mia sembra una provocazione, invece è un dato di fatto.

Da due anni mi sono trasferito a Messina, per motivi personali. Sono un insegnante marchigiano che, per svariate ragioni, ha lavorato in diverse regioni italiane, al Nord e al Centro. Quando sono arrivato in Sicilia, magari qualcuno si aspettava che io gli raccontassi una nuova “questione meridionale” dell’apprendimento, proprio sulla base della mia precedente carriera. Forse io stesso ho mosso i miei primi passi con questo dubbio, cioè quello di dovermi accingere paradossalmente a una sorta di nuova “inchiesta in Sicilia”, quasi che io fossi un epigono di Franchetti e Sonnino. Ma, in fondo al mio animo, sapevo che non sarebbe stato così.

Infatti, la dimensione scolastica del Sud è la stessa delle altre parti d’Italia: dentro le scuole ci sono insegnanti, dirigenti e collaboratori che si impegnano tenacemente non tanto per lo stipendio di fine mese ma perché sono davvero animati dall’intento educativo di aiutare e formare le nuove generazioni. Il loro è un impegno convinto di chi vuole ridurre le sperequazioni della nostra società e che, in anticipo rispetto ai tempi reazionari della politica, sa bene quanto la scuola sia la fucina di una futura società multietnica e accogliente. Di più, gli istituti sono caratterizzati da un’estrema complessità organizzativa che richiede l’impegno assiduo – ben oltre la mansione oraria prevista – di tanti docenti che si prestano alle cosiddette funzioni strumentali o collaborative per semplificare l’ingarbugliata macchina amministrativa della scuola e la gestione di centinaia, talvolta migliaia di studenti.

Rispetto a tutto questo, restano le decennali carenze dell’istruzione: edifici fatiscenti, aule non adatte alle temperature correlate ai cambiamenti climatici, indicazioni ministeriali di insegnamenti incentrati su un onnicomprensivo canone occidentale, nessun vero programma per combattere la dispersione esplicita (gli abbandoni veri e propri) e la dispersione implicita (alunni che conseguono il diploma senza averne le rispettive competenze).

Ecco, a mio giudizio, il Sud non si differenzia dal Nord (o dal Centro) rispetto alle manchevolezze e rispetto pure ai pregi. Fare scuola, trasversalmente, è invece una lotta impari contro strategie politiche che rifiutano di concedere la cittadinanza ai figli nati in Italia degli immigrati, che respingono qualsiasi analisi seria delle differenze tra centro e periferia, che non considerano la proposta di una didattica che sia realmente egualitaria e non perpetui – come ha sempre fatto – lo stigma del classismo economico ed etnico.

Faccio un esempio tratto dal mio vissuto professionale: ho ritrovato in una realtà periferica (l’isola di Lipari) gli stessi problemi (trasporti insufficienti, ridotti incentivi a combattere la fuga dei giovani, mancanza di infrastrutture vere e proprie, come palestre o strumentazioni tecniche, tanto per dire) che avevo conosciuto in altre realtà periferiche dove ho insegnato (il Cadore, la Lunigiana, ecc.). Quasi che il messaggio implicito alle stesse scelte ministeriali fosse sempre quello di favorire se non privilegiare le nuove generazioni delle metropoli rispetto ai contesti extraurbani o rurali. Una scelta che, anche solo a parole, appare insensata ma che si è sempre concretizzata al cospetto dei miei occhi, nelle mie esperienze. A fronte di questo, ho percepito in tutte le diverse aree in cui ho lavorato una marcata polarizzazione tra un “centro” e una “periferia” pure all’interno di uno stesso corpo studentesco: mi riferisco alla polarizzazione sempre più netta tra i licei da un lato e gli istituti tecnici e professionali dall’altro, “figli di un dio minore”, che gli stessi ragazzi magari non hanno scelto ma si sono trovati come unica strada percorribile. La recente scelta, poi, di denominare tutti gli indirizzi, a partire dal prossimo anno, come “licei” mi appare più come una iniziativa di facciata, che non vuole invece prendere di petto i reali problemi della nostra istruzione.

Un’altra forma di polarizzazione si trova per giunta all’interno degli stessi indirizzi, se non all’interno di una stessa classe – a tutte le latitudini – tra ragazzi abbienti e alunni provenienti da modeste condizioni familiari, senza che ci sia una visione d’insieme – proposta a livello governativo – su una vera modalità d’inclusione, quasi a richiamare i principi educativi della Pedagogia degli oppressi di Paulo Freire che da noi non ha mai avuto, per ovvie ragioni politiche, una convinta aderenza.

Infine, torno al punto di partenza. Se nel Meridione la scuola è la stessa e dunque il disagio la accomuna a quella delle altre realtà italiane, ciò non autorizza però a non considerare proprio il contesto specifico in cui si inserisce l’istruzione: un contesto di grande sofferenza sia a livello infrastrutturale sia a livello economico. Da questo punto di vista, i dati parlano chiaro: secondo i dati di Openpolis in collaborazione con l’impresa sociale Con i bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa – il dato di abbandono medio in Italia si aggira attorno all’8,2% del totale della popolazione studentesca (dato relativo all’anno 2025). Focalizzandoci poi sul dettaglio, il dato dispersivo aumenta nelle grandi metropoli rispetto alle realtà provinciali. In più, sono infatti le regioni del Sud quelle che sostengono maggiormente il fardello della dispersione scolastica e i numeri riportati riconducono a situazioni davvero allarmanti per quanto riguarda i giovani che decidono di non frequentare più le lezioni. A Napoli il dato dell’abbandono tocca la soglia del 17,6%, mentre a Palermo il 19,8%, fino ad arrivare a Catania dove gli abbandoni raggiungono il 26,5% (poco più di uno studente su quattro non completa gli studi).

“E c’è un perché. Napoli è una città che induce anche troppo facilmente all’oleografia e a un certo «eduardismo», e trasformare ogni bambino povero in uno sciuscià o in un Gavroche è un gioco che può allettare. Così ho fatto il possibile per non cadere nella trappola scartando, sia pure con rammarico, i componimenti che si prestavano a queste interpretazioni e tagliando draconianamente i brani che mi parevano «sospetti». Invece sono intervenuto solo molto raramente per sbrogliare qualche frase che, in versione originale, sarebbe apparsa a dir poco
ermetica. E in ogni caso non ho agito mai sul contenuto, per mantenere intatta la freschezza, l’originalità e, diciamolo pure, la profondità del
messaggio che scaturisce da queste piccole, straordinarie menti di bimbi.”

Marcello D’Orta, Io speriamo che me la cavo (1990).

Il dato complessivo è dunque significativo: la scuola al Meridione soffre più fuori dalle proprie mura che al suo interno. È come una casa, senza marciapiedi e strade di fronte al proprio ingresso, ma restaurata e accogliente al suo interno. Le buche dell’asfalto fanno da contraltare alle belle piante curate nei giardini, così come il traffico frenetico delle macchine fuori dalle imposte stride con la compostezza e l’eleganza degli abitanti di quella casa. Sono due realtà parallele oppure è sempre la stessa?

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