Ci sono persone che non attraversano semplicemente un luogo: lo abitano, lo proteggono e lo cambiano. Alessio Fantozzi era una di queste

Prima di leggere, ascolta La Cura di Franco Battiato.

“E guarirai da tutte le malattie, perché sei un essere speciale…”

Metti la musica, poi entra nel racconto.

Ci sono persone che appartengono a un luogo molto più di quanto appartengano soltanto a se stesse.

Alessio Fantozzi era Santa Marinella.

Era il mare di quella cittadina costiera affacciata sul Tirreno, di Santa Marinella, quel mare che quando lo guardi bene sembra quasi troppo grande per stare dentro una città.

Era Banzai, le onde, le tavole, il vento. Era quel modo di stare in acqua che da lontano ti faceva riconoscere qualcuno prima ancora di sapere chi fosse.

Alessio aveva gli occhi chiari, grandi, dello stesso colore del mare quando incontra il cielo.

E un sorriso che sembrava non avere bisogno di una ragione.

Ma prima di tutto voglio dire una cosa: Alessio era un mio amico. Non un conoscente. Non una persona che avevo incrociato qualche volta.

Un amico.

E forse è proprio per questo che oggi faccio così fatica a scrivere queste parole.

È morto questi giorni di fine agosto. Ci lascia con l’estate. E ancora faccio fatica a scriverlo.

Perché le persone che conosciamo da tanti anni, quelle che associamo a un luogo, a un gesto, a un sorriso, diventano nella nostra testa quasi parte del paesaggio.

Pensiamo che saranno lì.

Come il mare. Come Banzai. Come Santa Marinella con la sua caratteristica poseidonia profumata, coi ricci e cogli scogli taglienti.

E invece no purché anche le onde, prima o poi, finiscono.

Quella muta che non mi ha mai insegnato a surfare

Alessio è stato uno dei pionieri del surf italiano e una figura fondamentale per la crescita di questo sport a Santa Marinella.

Atleta, maestro, allenatore, ha attraversato decenni di surf e ha contribuito a trasformare quello che per molti era ancora un mondo quasi misterioso in una disciplina da trasmettere, insegnare, condividere.

Nel 2002 aveva fondato la Banzai Surf School, facendo della sua esperienza un luogo di formazione per generazioni di ragazzi, ma il rapporto di Alessio con il mare non si fermava allo sport.

Per Santa Marinella era diventato anche un punto di riferimento istituzionale per tutto ciò che riguardava il surf. Era stato delegato al surf per il Comune di Santa Marinella, il punto di riferimento con cui le istituzioni si confrontavano quando c’era da parlare di onde, sport, costa e territorio.

Perché Alessio il mare non lo amava soltanto, lo conosceva e proprio per questo lo difendeva.

Amava la costa di Santa Marinella e soffriva nel vederla consumata, abusata, sempre più antropizzata. Per lui il mare non era uno sfondo sul quale praticare uno sport, bensì un organismo vivo, un bene comune, un luogo da rispettare e da lasciare respirare.

Forse anche questa era una delle ragioni per cui la sua voce aveva peso. Perché arrivava da qualcuno che quel mare lo aveva solcato davvero, per una vita intera.

Io, invece, con Alessio ho una storia molto meno eroica e forse proprio per questo me la tengo stretta che ho piacere a condividere con voi.

Era tra il 2008 e il 2009, ero ancora precaria della scuola e avevo preso una supplenza annuale, una cattedra spezzata tra Civitavecchia e Cerveteri.

E in quel periodo mi trasferii a Santa Marinella nella casa estiva di famiglia e mi venne una specie di chiamata verso le onde. Non so bene perché. Forse avevo bisogno di imparare qualcosa che non si potesse controllare. Forse volevo semplicemente provare a stare dentro al mare in un modo diverso.

Così andai da Alessio, che allora lavorava al Banzai, lo storico negozio dei surfisti di Santa Marinella. Gli spiegai, credo con una certa convinzione, che volevo avvicinarmi al surf.

Lui, con la sua solita gentilezza, mi aiutò a scegliere una super muta da surf.

Era perfetta: nera, aderente, con dei dettaglia di quel rosa shocking che nel 1936 fu stato inventato da Elsa Schiaparelli.

Io, invece, ero meno perfetta per il surf. Non presi mai una lezione. Non andai mai davvero a imparare quell’arte meravigliosa che è danzare sulle onde.

La muta, però, l’ho usata per fare i bagnetti in autunno.

E ogni volta, dentro quella muta, c’era anche un pezzetto di quella idea di allora: che forse avrei potuto imparare a stare in equilibrio su qualcosa che non sta mai fermo.

Alessio, in fondo, questo faceva. Insegnava a stare in equilibrio sulle cose che si muovono.

Alessio, un maestro anche quando non te ne accorgi

Anche quest’anno, nonostante la malattia, continuava a seguire la sua scuola. Mia figlia voleva iniziare a surfare. E io pensavo che prima o poi saremmo passati da lui.

Mi aveva detto, con quella sua disponibilità naturale che sembrava non costargli niente, di passare a trovarlo, di prenderci un caffè e fare due chiacchiere lì, alla scuola.

“Passa.” Una parola semplice. Io non pensavo che ci fosse da sbrigarsi. Non pensavo ci fosse così poco tempo.

E così non sono riuscita a salutarlo.

Questa è forse la cosa che più mi dispiace. Non aver saputo che quello era un appuntamento da non rimandare, ma forse gli appuntamenti veri non finiscono necessariamente quando finisce il tempo.

Le onde non sono soltanto per chi vince

Alessio aveva un cuore grande dentro il quale c’era posto per gli animali e per i bambini, non soltanto quelli belli, forti, competitivi, quelli che sul surf potevano diventare bravi e vincenti.

Forse soprattutto gli altri. I bambini che avevano bisogno di qualcuno che credesse nelle loro possibilità prima ancora che potessero dimostrarle.

Per questo il surf, attraverso Alessio e la Banzai Surf School, è arrivato anche a bambini con patologie e bisogni speciali, attraverso progetti come Surf4Children e la collaborazione con il Bambino Gesù.

E questa cosa dice molto di una persona. Perché insegnare a surfare a chi è già forte è una cosa. Mettere una tavola sotto i piedi di un bambino che ha bisogno di sentirsi forte è un’altra.

Alessio questo lo aveva capito.

Forse aveva capito che il senso di uno sport non è soltanto arrivare primi. È scoprire di poter stare in piedi. Anche solo per qualche secondo. Anche quando tutto intorno sembra volerci buttare giù.

Alessio, un pezzo di Santa Marinella

E allora penso a Santa Marinella. A questa bella Perla del Tirreno che nel tempo è diventata uno degli spot più conosciuti per chi ama il surf, una cittadina che perderà una presenza, ma che conserverà un’eredità.

Perché ci sono persone che attraversano i luoghi e persone che, attraversandoli, li rendono un po’ più ricchi. Alessio era una di quelle.

Se ne va un pezzo di Santa Marinella, ma Santa Marinella è stata impreziosita dalla tua persona, dal tuo passaggio, da quello che hai insegnato, da quello che hai costruito e anche dalle battaglie che hai combattuto per il mare che amavi.

Magari tutti i passaggi fossero così arricchenti per le comunità.

E forse è proprio questo che resta di una persona quando non c’è più: non il numero delle cose che ha fatto, ma la quantità di mondo che ha lasciato un po’ migliore dopo essere passata.

Il saluto del CONI Lazio

A ricordare Alessio non siamo soltanto noi che gli abbiamo voluto bene e che abbiamo avuto la fortuna di incontrarlo lungo il cammino.

Il suo valore umano e sportivo è stato riconosciuto anche dalle istituzioni dello sport.

Il presidente del CONI Lazio, Alessandro Cochi, ha voluto esprimere, a nome proprio e dell’intero Comitato Regionale Lazio, il cordoglio per la scomparsa di Alessio, rivolgendosi alla Banzai Surf School & Club, alla sua famiglia, ai suoi allievi e a tutti coloro che ne hanno condiviso il percorso.

Nelle sue parole c’è il ritratto di un uomo che ha saputo essere molto più di un campione e di un maestro di surf:

“Il suo ricordo è profondamente legato alla comunità di Santa Marinella e a tutto il litorale laziale, per i quali Alessio è stato un punto di riferimento per i tantissimi amanti della disciplina e maestro anche di vita di molti giovani che hanno iniziato ad intraprendere questo sport.”

Parole che mi sembrano importanti perché raccontano ciò che accade quando una persona riesce davvero a lasciare un segno: il suo nome non rimane soltanto dentro una biografia, ma dentro una comunità.

E forse è proprio questa, alla fine, la misura più vera di una vita.

Quanto di noi continua a vivere negli altri.

E adesso?

Adesso ci saluteremo in cielo. Perché siamo tutti di passaggio, in fondo.

E magari mi insegnerai finalmente a surfare.

Sulle nuvole.

Tanto i movimenti, credo, siano gli stessi.

Ciao Ale.

E grazie per quella muta.

Alla fine, anche se non ho mai imparato a surfare, mi hai insegnato qualcosa lo stesso.

Forse che non serve sempre riuscire a stare in piedi sull’onda.

A volte basta avere il coraggio di entrarci.

Per continuare a navigare

Un libro – Oceano Mare di Alessandro Baricco

Dopo aver scritto di Alessio, viene voglia di restare ancora un po’ vicino all’acqua. Vi consiglio quindi questa lettura.

Il mare di Baricco è un luogo dove le persone arrivano, si perdono, aspettano, si trasformano. Un luogo fisico ma anche interiore, dove il viaggio conta almeno quanto la destinazione.

È un testo per chi sente che il mare non è soltanto un paesaggio, ma una forma del pensiero. E forse anche per chi, come me, ha comprato una muta da surf senza avere mai imparato davvero a surfare.

Una canzone – La Cura di Franco Battiato

Perché prendersi cura degli altri è una delle forme più silenziose e potenti di lasciare un segno e forse Alessio, con il suo modo di stare accanto ai ragazzi, ai bambini, agli animali e al mare, aveva scelto proprio questa forma di cura.

Un gesto

La prossima volta che sarete davanti al mare, fermatevi. Guardatelo e, se potete, entrate in acqua anche solo per un bagno.

Fatelo pensando a qualcuno che non c’è più, a qualcuno che vi ha insegnato qualcosa. a qualcuno che vi ha fatto sentire più capaci, più vivi, più coraggiosi.

Perché forse il modo più bello di ricordare una persona non è trattenerla nel passato.

È portare qualcosa di lei nel nostro presente.

E tu chi hai incontrato?

Ci sono persone che non diventano famose, non finiscono sui giornali, non ricevono premi.

Eppure cambiano un pezzo del luogo in cui hanno vissuto.

Raccontami una di queste persone nello spazio per i commenti.

Qualcuno che abbia lasciato un segno nella tua città, nel tuo quartiere, nella tua comunità.

Perché forse i nostri luoghi sono fatti anche di questo, di persone che passano, di persone che restano e di quello che decidiamo di fare del loro passaggio.

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