L’intervista di oggi, che continua la mia inchiesta fatta con gli operatori e le operatrici culturali della città di Milano, è dedicata a uno dei due direttori del Teatro dei Filodrammatici di Milano, Tommaso Amadio.

Il Teatro dei Filodrammatici è uno dei più antichi teatri di Milano, costruito alla fine del 1700 e da subito venne fondata l’Accademia dei Filodrammatici (attualmente diretta con grazia e forza da Antonia Chiodi) frequentata, nei suoi primi anni di fondazione, da artisti quali Ugo Foscolo, Carlo Porta, Cesare Beccaria e tra i diplomati più illustri, e più recenti, si ricorda Tino Carraro, Mariangela Melato, Sandra Mondaini e Giorgio Strehler; invece il diploma Honoris Causa viene consegnato, nel tempo, ad Alberto Sordi, bocciato in Accademia per la pessima dizione.

La linea artistica del Teatro dei Filodrammatici, affidata a Bruno Fornasari e Tommaso Amadio, è molto attenta alla drammaturgia contemporanea e ai nuovi linguaggi che vengono dall’estero. Questo gli fa onore, perchè nel pieno antico centro di Milano, c’è la possibilità di avere uno spazio in cui si possono conoscere i frutti di artisti e artiste che parlano europeo.

Tommaso Amadio, cosa significa per una comunità non poter avere un servizio pubblico come il teatro?
Significa non poter riflettere su se stessa. Non poter guardarsi allo specchio e, talvolta con crudeltà, talvolta con indulgenza, accettarsi per quello che è e non per quello che vorremmo fosse. Mancherebbe un atto d’amore verso l’uomo e le sue storture.

Cosa manca in Italia affinchè la cultura venga considerata un bene primario di ogni cittadino/a?
Sono tanti gli aspetti, ma se dovessi individuarne qualcuno in particolare direi: maggiore visibilità dell’offerta culturale su tutti i canali disponibili, istituzionali e non, dalla rete alla televisione, dalla carta stampata alle radio e la presenza di discipline come il teatro, la musica, il cinema, la danza nei programmi scolastici come materie di studio al pari della matematica e della letteratura.

Che cosa è successo al sistema teatro in questa chiusura?
L’acutizzarsi di una fragilità strutturale già presente anche prima del Covid e che la chiusura forzata ha solo accentuato in modo drammatico.

Cosa bisognerebbe fare per far tornare il pubblico in sala?
Da una parte credo abbia a che vedere con una politica culturale che parta dalla scuola per la formazione del pubblico di domani. Dall’altra una maggiore attenzione da parte degli operatori verso un teatro che al pari del cinema e degli audio visivi in genere sappia raccontare l’uomo nel suo presente, non restando appannaggio quasi esclusivo dei grandi classici ma al contrario vada alla ricerca di una drammaturgia contemporanea che sappia intercettare e condividere con la platea le grandi domande del presente.

Cosa vorresti lasciare ai tuoi figli per il loro futuro?
Una grande insaziabile curiosità verso il mondo.

Cosa vorrebbe vedere a teatro lo spettatore Tommaso Amadio adesso che sono stati riaperti?
Una comunità teatrale che metta al centro del suo racconto le grandi sfide di oggi: dall’ambiente al tema sui diritti civili, dalla disuguaglianza sociale alla necessità di un dibattito fatto non di una sterile enunciazione di slogan ma l’approfondita e argomentata contrapposizione di punti di vista diversi. Che questo avvenga tramite la risata o la tragedia poco importa.

Quand’è l’ultima volta che ti sei commosso?
Un mese fa rivedendo un corto dal titolo Lockout che raccontava la prima ondata covid dal punto di vista di una coppia di senza tetto “anomala”, come l’hanno definita, lei transgender, lui uomo biologico. Tema delicato e che rischiava di scivolare nel pietismo e che l’autore ha trattato invece con intelligenza e grande tatto.

Cosa significa per te lottare per il bene comune?
Circondarmi di persone che non la vedano per forza come me ma che abbiano sempre la voglia, la perseveranza e il tatto per discutere con me cercando una soluzione condivisa.

Questo tempo di chiusura ci ha fatto capire che del teatro se ne può fare a meno! Quanto è vera questa affermazione?
Credo ci abbia mostrato come un teatro che guarda solo a se stesso e alla sua comunità di operatori sia percepito altamente inutile per chi nella vita fa altro. Al contrario tutto quel teatro, e non è poco, che prova a raccontare e confrontarsi con la realtà che lo circonda non solo non è percepito superfluo ma è sentito come ossigeno per una comunità, magari non estesa in termini di numeri come quella per esempio del calcio ma coesa e desiderosa di partecipazione e condivisione di idee ed emozioni.

Quand’è che hai sorriso l’ultima volta?
Questa mattina ai miei figli.

Chi dovrebbero essere le persone che gestiranno i teatri di domani?
Persone che coniughino una forte identità artistica ad una capacità imprenditoriale solida. Che non si chiudano in un idea preconcetta di arte ma al contrario si interroghino sempre sul senso di fare teatro oggi.

Per puntare sui giovani artisti, ci vuole più amore o più coraggio?
Direi curiosità e perseveranza…  che nascono da un atto d’amore, non credi?

Sì, ci credo, sempre dovremmo partire da un atto d’amore! A tal proposito, quando hai abbracciato l’ultima volta i tuoi genitori?
Ahimè non lo ricordo più… tanto tempo fa.

Per fare il lavoro che hai fatto in questi anni, hai avuto bisogno di più amore o di coraggio?
Tanta incoscienza, che è figlia di un amore infinito per una passione che ci vuole molto coraggio per trasformare in una professione.

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