Una meteoropatica come me inizia qualsiasi discorso parlando del tempo. Da qualche giorno a Palermo piove e si sono abbassate le temperature. Oggi la massima è 13°C e la minima 8°C.

Mentre scrivo, l’anta della vecchia persiana continua a sbattere contro la portafinestra. Questo vento è detestabile. Grigio, sabbioso e umido. Gli scricchiolii della persiana ancora mentre scrivo, è possibile tradurli? Chissà in quale alfabeto mi parlano. Oppure è solo tutta una coincidenza.

È arrivato l’inverno, dunque. Questa condizione atmosferica mi ha spinta a leggere poesia, così ho letto una raccolta dal titolo Inverni di Andrea Castrovinci Zenna, edita da Terra d’ulivi Edizioni di Emanuele Scarciglia nel 2022.

L’inizio dell’inverno: i gatti sentono il temporale mentre c’è il sole

Prima di raccontare Inverni di Castrovinci Zenna, è necessario fare un piccolo rimando anche all’opera che la precede, ossia l’esordio del poeta: Il nome di mia madre, edito da Ensamble nel 2018.

Circa quattro anni dopo la sua prima pubblicazione, dunque, Castrovinci Zenna riprende il suo originale dialogo con il regno dei morti (o meglio, con il proprio mondo segretissimo e inconscio). Inverni, infatti, comincia esattamente dove finisce il racconto lirico de Il nome di mia madre.

Nella prima opera, il poeta comincia una sorta di diario del lutto, mese dopo mese, stagione dopo stagione. Una sezione de Il nome di mia madre, non a caso, s’intitola Maggio e Giugno a cui segue Giunta l’estate, finché la raccolta non si conclude con la poesia dal titolo Il giorno dei morti, ossia il 2 novembre. È l’inizio dell’inverno, del temporale.

Se il gatto si stende a pancia in su, sta per arrivare un temporale.

Credenza popolare

Laddove Il nome di mia madre era l’inizio del dialogo febbricitante e disperato del poeta con la figura materna scomparsa, Inverni ne è la continuazione fisiologica. Il nome di mia madre si conclude non a caso con questi versi:

(…)

“vana illusione d’una primavera

vano sognare quel tempo che c’era”

E poi più avanti

“Novembre sei gelido come

A chi resta dei morti non resta

Nient’altro che un nome…”

L’avvento di questo gelido inverno preannunciato arriva quindi in questa seconda opera di Castrovinci Zenna. Inverni, infatti, si apre proprio con questi versi: “Nacqui in inverno, il ventitré gennaio.”.

Da qui comincia il lungo inverno dell’anima del poeta, che non può essere al singolare. Gli inverni sono tanti, uno dietro l’altro, e misurano la distanza tra l’io lirico appartenente al mondo dei vivi e il suo soggetto perduto, la madre, appartenente al mondo dei morti.

I gatti percepiscono le anime dei defunti?

Ricerche collegate, Google

La lingua personale di Castrovinci Zenna
per comunicare con il regno dei morti

Nella postfazione di Inverni a firma della poetessa Franca Alaimo viene discusso un importante aspetto della raccolta, ossia quello della lingua. In modo molto puntuale e acuto, Alaimo spiega subito come Castrovinci Zenna non sia un emulatore nonostante il suo stile faccia eco ai grandi poeti del passato.

I continui richiami a Leopardi, Pascoli, Gozzano, Corazzini, per dirne alcuni, sono evidenti nei versi di Inverni. Si tratta di una lingua personale, automatica, che secondo Alaimo “aderisce perfettamente allo stesso sistema nervoso di Castrovinci Zenna”.

La scelta del verso chiuso, di una metrica classica, piuttosto che un verso libero o prosastico (apparentemente più contemporaneo e in uso fra i giovani poeti under 35), abbinata alla scelta di un lessico che si rifà alle grandi liriche del passato insieme all’inserimento di guizzi neologistici e a vocaboli di uso quotidiano rendono lo stile di Castrovinci Zenna originale, dinamico, nonché in grado di dischiudere nuove prospettive e suggestioni grazie a questi contrasti lessicali.

Il poeta ha scelto proprio questa lingua, la lingua dei grandi poeti del passato, perché è l’unica possibile per comunicare con la madre scomparsa attraverso i due mondi. Per comunicare con i defunti, infatti, non è possibile continuare a utilizzare i mezzi verbali dei vivi, bisogna crearsi un vocabolario privato e diverso.

Alcune persone comunicano con il regno dei morti tramite la dimensione onirica, altri tramite sensazioni, allucinazioni percettive minime (un odore nell’aria all’improvviso, un rumore – la persiana continua a scricchiolare al vento mentre scrivo, devo chiuderla per fermare quelle parole – un suono, una coincidenza). Il mezzo di Castrovinci Zenna è la poesia, questo tipo di poesia nello specifico, perché era quella amata e conosciuta dalla madre.

Questa ipotesi viene confermata in una poesia in particolare del primo libro ancora, Il nome di mia madre, intitolata Una premessa sola:

I versi – sarò un po’ pedante –

Saran quasi sempre consueti,

di sillabe e accenti usuali,

per fingerli alteri alle insidie

del tempo, da illuderli eterei

così da raggiungerla:

son versi a un’insegnante

da un deficiente scritti

da uno che in fondo non sapeva cosa fare (…)

La madre lirica dei libri di Castrovinci Zenna coincide con la madre biografica dell’autore. Una madre che era una insegnante di lettere. Il poeta affida all’eternità di una certa poesia (quella dei grandi classici del novecento in maggior parte) il messaggio d’amore e di dolore per la madre.

Il mondo dei vivi e il mondo dei morti comunicano attraverso la parola eterna, quella del verso poetico.

Il giallo, l’inverno come lungamente brucia e il prezzo da pagare

Inverni è l’annotazione emotiva di un percorso funebre, una confessione. Spesso il poeta descrive a colori molto vividi il paesaggio entro cui si muove il ricordo della madre, come a voler contrastare il gelo dell’inverno, che è anche quello dell’anima. Soprattutto il giallo è il colore predominante.

Nei versi si possono trovare l’ombrello giallo della mimosa florescente; la gialla nube marzolina, e la madre che ingiallisce… Fra queste pagine il giallo ha una doppia valenza: per la semiotica dei colori è possibile associarlo a valenze positive come quelle della gioia, dell’allegria, della luce, del sole, dell’estate; dall’altra parte, invece, il giallo ha un risvolto funesto.

Il giallo, infatti, (una particolare tonalità di giallo) è anche il colore del viso dei morti e dei vestiti, degli oggetti e ancora delle foto che ingialliscono quando attraversano il tempo. Più una cosa è vecchia, trascorsa, e più è gialla.

Così, in Inverni c’è questo cromatismo che accompagna i versi, perché se da una parte il poeta dialoga con la figura iper-presente della madre (nella sua assenza); dall’altra c’è una descrizione ancora più vivida dell’altra madre (nella sua presenza), ossia quella del corpo fisico in decomposizione che Castrovinci Zenna descrive nel suo “biologico equilibrio destinato al crollo”.

L’inverno del lutto non è sereno (ma quale può dirsi?), non congela nulla ma anzi accende tutto attorno al poeta. Leggiamo “un inverno che lungamente brucia”; un prato che emette un grido; un mare fatto di brace (e viceversa).

Questo dolore, il gelo, la solitudine, il grigiore, non è un paesaggio e un tempo che consolano ma anzi sferzano continuamente colpi al poeta con la sua vivacità funesta. Così i versi di Castrovinci Zenna sfavillano, accendono gli inverni; l’unico grande inverno ripetuto come i giorni, fino all’ultimo.

Tutto questo è il prezzo che i vivi devono pagare ai morti, il loro debito, ma come scrive perfettamente Castronvinci Zenna: “Come rimettere i miei debiti se morto è il creditore?”, il “debito eterno contro il prezzo madre”. La pena inconsolabile dei vivi, il loro debito a vita con i morti.

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