Il caso di Adriana Smith, tenuta in vita solo perché incinta, ci dimostra che non siamo mai libere di decidere cosa fare con il nostro corpo. In questo caso, la famiglia di Adriana non può decidere il destino di lei per la legge dello stato, Georgia, molto restrittiva sull’aborto.

La vicenda di Adriana Smith

In Georgia, negli Stati Uniti d’America, il corpo di Adriana Smith giace in un ospedale: è stata dichiarata la morte celebrale, una condizione irreversibile e dopo la quale viene dichiarato il decesso. Ma Adriana era incinta di due mesi al momento della morte e, data la dura legge riguardo l’aborto in Georgia, la donna è tenuta in vita con sostegno medico artificiale per “salvare” il bambino.

La donna, un’infermiera 30enne con a carico già un figlio di 7 anni, si era recata in ospedale per dei forti mal di testa e, secondo la famiglia, le avevano solo somministrato degli antidolorifici, senza aver sostenuto esami per accertamenti medici. Il 19 gennaio, ha accusato dolori più forti ed è stata ricoverata. Una TAC ha evidenziato la presenza di coaguli di sangue nel cervello e il giorno dopo fu dichiarata la morte celebrale.

Adriana e suo figlio

Ma la donna è ancora mantenuta in vita: è stato scoperto un feto di 9 settimane nell’utero di Adriana e questo impone ai medici di mantenerla in vita artificialmente finché non si potrà effettuare un parto prematuro, cosa che avverrà alla 32esima settimana, agli inizi di luglio.

La famiglia non ha avuto scelta

La madre di Adriana, April Newkirk, ha descritto la situazione come una “tortura“: il bambino è voluto dalla famiglia, ma non hanno potuto sceglierlo loro: “la decisione sarebbe dovuta spettare a noi, non allo stato” ha dichiarato la donna. Inoltre, secondo Steven Ralston, direttore della divisione di medicina materno-fetale all’Università di George Washington, “Le probabilità di avere un neonato in salute alla fine di questa situazione sono molto, molto basse“, e il bambino sembra avere già delle complicazioni: “potrebbe essere cieco, non essere in grado di camminare e potrebbe non sopravvivere una volta nato” ha detto Newkirk.

Adriana e la sua famiglia

La famiglia ha già deciso il nome del bambino: Chance, possibilità. “In qualunque condizione Dio gli permetterà di venire qui, noi lo ameremo allo stesso modo” ha dichiarato Newkirk.

Non saremo mai libere

Questo caso ha aperto numerosi dibattiti etici e giudiziari. Ma mentre le associazioni pro-life dicono che è giusto salvare la vita di quel bambino, il corpo di Adriana si è trasformato in un incubatore, come se lei non fosse umana.

Adriana Smith dovrebbe poter riposare in pace, invece la stiamo tenendo in vita per una piccola possibilità che il bambino sopravviva: ma con che diritto abbiamo deciso per lei? con che diritto stiamo usando il suo corpo come vogliamo noi?

Il diritto all’aborto è ancora al centro di un dibattito mondiale, come se non potessimo decidere noi per i nostri corpi: ce lo racconta Simona De Ciero in Il diritto di scegliere. Sull’aborto. Storie e riflessioni oltre la retorica, affrontando l’aborto “con uno sguardo laico partendo dalla voce stessa delle donne, dalle loro storie che diventano preziose testimonianze, ma anche chi ne ha fatto una battaglia personale.

Il diritto di scegliere nasce per il bisogno di raccontare e insieme concedersi il tempo necessario a spiegare. Ma soprattutto nasce per il bisogno di capire come ci si debba muovere per difendere il primo elemento che sta alla base della parità di genere: l’autodeterminazione del corpo femminile“.

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