Percorrere l’Alta via del Brenta è stata una esperienza incredibile; luoghi belli da togliere il fiato. Si cammina in fila, in silenzio, col fiato corto per il dislivello da affrontare; il silenzio permette di ascoltare la natura: lo scroscio di una cascata il richiamo delle marmotte, il ronzio degli insetti, il muggito dei bovini con i loro campanacci.

Camminare giorno dopo giorno, affrontando le difficoltà che si incontrano per arrivare alla meta: un cambio meteo improvviso, la lunghezza di una tappa che mette alla prova la nostra resistenza, il caldo, la sete e la fame…mi domanderete: ma che vacanza è?

Vi risponderò che durante questo tipo di vacanze ci si sente vivi ; si “percepisce “il proprio corpo, ogni muscolo che si sforza… il proprio respiro. Accettare ciò che il giorno ha in serbo per noi. Godere delle meraviglie della natura, del silenzio, della trasparenza del cielo, delle differenti e fantasiose forme delle nuvole… non ci si sente mai soli in compagnia degli alberi, delle migliaia di animali che abitano questi luoghi e persino dei minuscoli insetti.

Negli ultimi anni sempre più turisti frequentano la montagna e qualche volta ho sofferto per la moltitudine di gente che approccia in modo aggressivo e invadente: tutti in fila nelle aree di parcheggio, smangiucchiando, lasciando tracce del loro passaggio, parlando ad alta voce e qualche volta anche fumando. Incomprensibile modo di vivere la montagna, ignari del suo valore.

Percorrere l’Alta via del Brenta, una vacanza all’insegna dell’ecosostenibilità

Si arriva al punto di partenza del cammino con il proprio zaino, completo di ciò che essenzialmente ci può servire per 7-8 giorni: nulla di superfluo. Bisogna portare quello che serve: non solo il vestiario, l’acqua e cibo, ma anche ciò da cui non possiamo separarci: un libro, un taccuino e la matita, le carte da gioco… Ognuno con qualcosa da condividere nei momenti di comunione del gruppo.

Così inizia l’avvincente avventura; ogni giorno si sale per chilometri e si arriva al rifugio stanchi e affamati. Ci si sistema nelle stanze tutti insieme; si usa con rispetto e parsimonia l’acqua e lo spazio.

L’acqua in alta montagna è preziosa e chi gestisce i rifugi lo sa: la conservano gelosamente e la distribuiscono a pagamento, per evitare sprechi, perché quando si esaurisce il rifugio è costretto a chiudere. L’acqua che è erogata dai rubinetti non è potabile e quella da bere deve essere acquistata. Noi diamo per scontato di averla a disposizione ma quando non è possibile, ci si rende conto di quanto sia preziosa. I rifugi sono testimonianza dell’ecosostenibilità anche per la produzione di energia solare o idroelettrica.

Diversi rifugi sono disseminati sul percorso; alcuni sono dei bivacchi dove non c’è quasi nulla, se non un riparo. Altri invece ti accolgono calorosamente, offrendo quanto di più autentico posseggano, fra cui cibi prelibati come il formaggio di malga e il burro.

La tradizione dei rifugi risale al passato. Erano dei ripari di fortuna per i pastori che portavano il bestiame in montagna o per i cacciatori. Con l’aumentare degli amanti della montagna, sulle Dolomiti, già dai primi del novecento, sia gli austriaci che gli italiani iniziarono a costruire delle autentiche strutture attrezzate per pionieri e sciatori. Durante la prima guerra mondiale si trasformarono in dei veri e propri avamposti militari.  Sulla Marmolada, teatro di battaglie sanguinose, c’è il rifugio Serauta che ospita il Museo della Grande Guerra, a 3000 metri di altezza.

Fra i più belli e accoglienti sicuramente il Rifugio Casinei a 1850 m SLM, dove ho mangiato le specialità locali, cucinate in modo divino dalla Signora Pia.

Un altro rifugio degno di nota è il Rifugio Peller a 2022 mSLM, che risale al 1966, costruito sull’omonimo monte. Durante la nostra permanenza si svolgeva una lotteria per premiare la migliore scultura fatta da artisti locali che usano il legno di larice. E’una tradizione molto apprezzata anche all’estero. 

Mentre ci si arrampica su queste meravigliose montagne la natura generosa offre ribes, mirtilli, lamponi, fragoline di bosco in quantità inesauribile. Una vera prelibatezza.

Queste montagne ospitano molti orsi bruni che purtroppo non sono ben visti dalla popolazione locale. Dopo l’incidente che ha visto coinvolto un giovane runner nel 2023 , ucciso dall’orsa JJ4, c’è molta intolleranza da parte degli abitanti della zona, che sono ostili ai plantigradi: pensate che non esistono neanche souvenir a forma di orso! Tutta la zona è disseminata da cartelloni che chiedono giustizia per il giovane runner…

Cosa è accaduto all’orso? L’orsa JJ4, dopo essere stata riconosciuta colpevole, ha scontato 2 anni di prigione in un centro faunistico; ora è in Germania, si chiama Luna e vive una vita libera. Purtroppo questa è la testimonianza della gestione fallimentare della nostra fauna selvatica. Ovunque cartelli su norme di comportamento da tenere in montagna, non uscire dai sentieri ed evitare rumori molesti per l’orso bruno, ma l’equilibrio è fragile perché l’uomo si pensa sempre di avere più diritti degli animali.

Camminando per queste montagne si incontra il Lago di Tovel, un  meraviglioso e limpido specchio d’acqua che nel passato, per la presenza di una particolare alga, si colorava di rosso. Un fenomeno durato fino agli anni sessanta. Da allora l’alga non cresce più per alcuni cambiamenti della composizione chimica nell’acqua. Di frequente si vedono orsi che si avvicinano per bere e rinfrescarsi. Per questo è anche chiamato “il lago dell’orso”.

Questo cammino è stato organizzato egregiamente da StarTrekk che insieme alla sua fantastica guida Alpina , ci ha condotti ( per 92 chilometri 4200 m d+ e 5200 m d- ), vicino al Paradiso.

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