Francesco Guccini. Un altro giorno è andato. Non pensavo sarebbe mai successo. Per questo è molto difficile scrivere queste parole.

Il vocione di quell’uomo grande e grosso ha accompagnato gran parte della mia gioventù, ha guidato i miei sogni, ha scandito istanti belli e momenti davvero complessi.

Ma ecco che tra quelle osterie fuori porta, in quei portici infiniti che erano di Padova o di Treviso, non di Bologna, mi ci sono trovata spesso. A far mattino, a ordinare un altro bicchiere di vino.

E poi c’era lui, padre di tutte noi, anime perse, che a vent’anni, quando tutto è ancora concesso, cercavamo una strada, un posto in questo mondo.

E allora ricordo le tavole imbandite di vino, quegli sguardi colpevoli verso quella donna che vorresti, che avrai ma non puoi ancora avere, ricordo le fughe nella notte, i baci rubati.

Ricordo il tempo che crudele scorre e non riporta mai indietro nulla, che cambia le cose, i sentimenti, le persone, ma ciò che esso lascia sempre intatto è quella solitudine sul fondo dello stomaco.

Ricordo gli amici, le risate, i discorsi seri, il credere davvero che un eroe giovane e bello avrebbe cambiato il nostro mondo. E invece Francesco abbiamo avuto solo invasori, politici rampanti, ruffiani, mezze calze. Ma come facciamo ora, senza te, ad avere ancora ali, ad amare sapendo di aver già perduto in partenza?

Io e te

Sei stato sempre con me, io poco più che ventenne cercavo di capire quel non siamo non siamo non siamo mentre studiavo Aristotele e la teoria dell’essere, la Metafisica in mano e Guccini, il maestro, nelle orecchie.

E poi la sera si apriva un altro mondo fatto di maglioni larghi su un paio di jeans, di strade osterie, vino e malinconie fatto di amici, di canzoni nella notte in cui impari che ogniuno vive dentro i suoi egoismi vestiti di sofismi e ogniuno costruisce il suo sistema di piccoli rancori irrazionali di cosmi personali, scordando che poi infine tutti avremo tre metri di terreno.

È quell’arroganza, quel leggero fastidio per tutto, quel tuo guardare tutti dall’alto verso il basso tipico dell’adolescenza, di coloro che non hanno ancora il cuore chiuso da morali di altri, di quella pecora nera che mai si vestirà da parata ma preferirà sempre una rumorosa risata.

E ci avevi visto giusto anche quando hai detto che siamo gente che finisce male, galera od ospedale, e Keaton… quante volte mi sono sentita Keaton.

Ed ecco perché Francesco in quell’osteria di Treviso con gli amici, con una in particolare, Lisa, c’eri anche tu con noi, eri uno di noi perché eri tu che ci avevi insegnato che essere pecore nere è una forma di resistenza, che la diversità è coraggio e che la vita va vissuta, come le battaglie vanno combattute.

Tu e noi

Hai messo e ci hai fatto mettere noi tutti in discussione, i nostri fragili cliché obbligandoci a stare accanto a Silvia in una prigione federale, a sentirci parte di quel fumo di Auschwitz ma anche come la tua Madame Bovary: semplici clown della notte.

Ci hai spiegato fino all’ultimo che la canzone è fatta di cultura, di lettura e che essa ha un senso se riesce a codificare in qualche modo il linguaggio, la vita della parola.

Una parola capace di trasformarsi in vita. Così sono nati il tuo Odysseus, Il tuo Don Chiesotte, Bisanzio e tanti brani intrisi di quel sapere ormai raro e direi del tutto estraneo alla generazione attuale.

Francesco Guccini

E poi… e poi la bambina portoghese, il suo primo bichini amaranto, la gioia del caldo alla pelle e una consapevolezza a lei ancora completamente estranea: e capirai che la vera ambiguità è la vita che viviamo […] e poi e poi che quel vizio che ti ucciderà non sarà fumare e bere ma una cosa che ti porti dentro cioè vivere.  

Ti immagino sopra quella ferrovia, pronto a strappare velluti ed ori a chi abusa dei più fragili, una ferrovia che passa per Venezia e ne comprende l’imbroglio, una ferrovia che passa per la grassa Bologna, che viaggia tra la via Emilia e il West. Hai una sigaretta in bocca, sei vestito in blu perché odi il nero, i capelli ancora scuri, lunghi e ci dici a tutti di sederci perché il concerto sta per cominciare, e poi solo l’Avvelenata e la Locomotiva potranno farci scoppiare come una bomba umana in piedi per gridare insieme gli eroi son tutti giovani e belli, gli eroi sono tutti giovani e belli.

Rileggo la tua Lettera e capisco ora: ma il tempo chi me lo rende, chi mi da indietro le belle stagioni? Nessuno. Perché per quanto faccia male la vita, per quanto i vuoti siano più dei pieni a questo circo ormai ci siamo appassionati: essa va vissuta con ogni millimetro della nostra pelle per non cadere nell’ansia volgare del giorno dopo, la fine triste di una partita. Il lento scorrere senza uno scopo di questa cosa che chiami VITA.

Il vuoto pieno

Francesco è così, te ne sei andato, non è un vuoto per me ma un pieno. Pieno di ricordi, di idee, di belle canzoni, di un passato che mi lascia il sorriso sulle labbra e di un presente nel quale non ci hai lasciato soli: ci sei tu, le tue canzoni e i tuoi libri.

Ciao Maestro, vedo la locomotiva che ti porta da Amerigo e che si allontana sempre più: gli eroi son tutti giovani e belli, gli eroi son tutti giovani e belli.   

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