Sono sempre lì i duellanti, ancora una volta uno di fronte all’altro gli amici/nemici delle istituzioni europee in singolar tenzone si scrutano, si annusano, si stuzzicano, si girano intorno. Si avvicinano, si riallontanano. Il tempo passa. Ma stavolta pian pianino, passo dopo passo, hanno trovato il coraggio di guardarsi negli occhi e i due sfidanti si sono venuti incontro. Così Consiglio dell’Ue e Parlamento europeo hanno trovato un primo accordo. Su cosa?

La faccenda è seria. In gioco c’è la torta veramente ghiotta da dividere dei fondi del Next Generation EU (meglio e imprecisamente noto come Recovery Fund, che da noi in Italia ce ne fosse uno che lo pronunci in modo degno, letteralmente: fund, o fond, o found, insomma non ci si mette d’accordo su come dirlo però abbiamo capito cos’è). Altro che panna montata e ciliegie candite! 750 miliardi di euro da distribuire con la speranza di risollevarci un po’ tutti quanti in Europa da quest’incubo della pandemia.

E la domanda è questa? È giusto fare una pagella dei buoni e dei cattivi per assaggiare una fetta saporita della torta? O i cattivi vanno messi in punizione? E chi sono allora i cattivi?
Consiglio e Parlamento stanno già da tempo dibattendo sulla questione che finora era stata sempre rinviata.

Ma l’articolo 7 del Trattato sull’Unione europea parla chiaro: è possibile sospendere i diritti di adesione all’Unione Europea in caso di violazione grave e persistente da parte di un paese membro dei principi sui quali poggia l’Unione: libertà, democrazia, rispetto dei diritti dell’uomo, delle libertà fondamentali e dello Stato di diritto.

E l’articolo 2 del Trattato recita che l’Unione europea si fonda sul rispetto della democrazia, dell’uguaglianza, dei diritti, delle libertà, della Rule of Law, così come viene richiamata tra i valori fondanti nel Trattato di Lisbona.

Quindi i cattivi non sono questa volta quelli che non rispettano una percentuale, un numero freddo e incomprensibile che poco dice di cosa ci sta dietro. Stavolta dal cappello vengono tirate fuori le paroline magiche, quelle che profumano di Europa: libertà, democrazia, uguaglianza, rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle minoranze, i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, ma anche minacce all’indipendenza della magistratura, mancata correzione di decisioni arbitrarie o illegali, ecc.

Parole che si sintetizzano in una espressione soltanto: STATO DI DIRITTO.

In Europa vige quindi la cosiddetta Rule of law, il principio di legalità in base al quale ogni cittadino ha il diritto incomprimibile e irrinunciabile di pretendere che tutti i soggetti pubblici e privati rispettino determinate norme giuridiche nonché, di fronte alla legge, godano di un pari trattamento e pari dignità.

Così giovedì 5 novembre il Consiglio dell’Unione europea e il Parlamento europeo hanno trovato una prima intesa su un nuovo meccanismo che permette all’Ue di negare i fondi comunitari agli Stati membri che si trovano in una situazione di comprovata violazione dei principi dello Stato di diritto. L’accordo deve ancora superare alcuni passaggi per diventare definitivo, ma si inserisce nel programma dei fondi di contrasto alle conseguenze del Covid-19 concordato fra i leader dell’Ue. Rappresenta un bel passo avanti sulla conferma di identità dell’Unione europea.

Se la decisione verrà confermata gli Stati che non rispetteranno i principi democratici della Rule of law non potranno accedere ai finanziamenti.
Inutile descrivere il disappunto (è un eufemismo) di paesi come Polonia e Ungheria che ultimamente si sono lasciati decisamente troppo andare sulla questione dei diritti, con scivoloni imperdonabili.

Portare avanti la proposta non sarà una passeggiata semplice. I problemi collegati sono tanti: l’approvazione di una maggioranza qualificata sulla decisione di tagliare i fondi, il sistema di valutazione dei diritti, sulla base di parametri sociali che sono difficili da quantificare, i limiti temporali della decisione, il rischio di colpire cittadini che hanno bisogno dei finanziamenti, la possibilità che gli Stati membri penalizzati si avvicinino nelle relazioni internazionali a paesi extraeuropei ancora meno democratici.

Ma non importa che sia tutto così difficile. Perché la condizionalità dello Stato di diritto proprio in questa fase storica è indispensabile a ricostruire anche la credibilità dell’immagine europea.
Essere europei significa rispettare un’identità storica e valoriale che non può essere messa in discussione. O si è europei o non lo si è. Non si può essere europei a metà.