Non è solo una notizia di carattere commerciale. É – soprattutto – la dimostrazione pratica di come la programmazione industriale e la chiara individuazione delle priorità strategiche e tecnologiche permettono alla Cina di conquistare il primato in un settore fondamentale per il mondo sviluppato, come quello del trasporto.

La scorsa settimana abbiamo raccontato di come Pechino abbia raggiunto la prima posizione in 57 dei 64 settori tecnologici considerati strategici dall’Aspi, l’Australian Strategic Policy Institute, superando gli Stati Uniti. Questa settimana la teoria si cala nella vita comune. BYD, la fabbrica cinese di autovetture, ha annunciato un nuovo sistema di ricarica per i veicoli elettrici, che permetterà di rifornire di corrente le batterie dei suoi modelli in un tempo molto inferiore a quello dei concorrenti.

Con soli 5 minuti di sosta nella colonnina, lo stesso tempo che si impiega per un normale rifornimento di combustibile tradizionale, si potranno percorrere fino a 400 chilometri. É il doppio di quanto può fare una Tesla. Il che significa che, partite ad esempio due auto rivali entrambe da Roma e dirette al Nord, mentre la Tesla deve fermarsi a Firenze per fare il pieno di elettricità, la BYD può proseguire fino a Modena per ricaricarsi. La “Super e – Platform” di BYD è in grado di raggiungere fino a 1000 kwh di potenza, anche qui il doppio rispetto ai super charger di Tesla.

Tesla invecchia velocemente

Da un punto di vista commerciale è un successo, perchè unisce all’economicità dei modelli cinesi anche le prestazioni e il sollievo procurato agli automobilisti ansiosi, quelli che sono preoccupati di restare senza ricarica o scettici sui tempi complessivi di viaggio, appesantiti dal tempo di ricarica.

Da un punto di vista tecnico fa invecchiare di colpo la Tesla, aggiungendo altri problemi a quelli che la casa americana sta incontrando nel mondo, tra cali di vendite e sempre più frequenti episodi di vandalismi. Da un punto di vista politico fa appannare l’immagine di inarrivabile genio creativo di Elon Musk e la sua pretesa di rappresentare in terra e nello spazio la superiorità americana. Ed è il secondo colpo inferto da Pechino agli Usa, dopo quello assestato da DeepSeek sull’Intelligenza artificiale. La Cina ha dimostrato che sa fare le stesse cose; e le sue, oltretutto, costano meno.

La Cina corre, Gli Usa rincorrono. E l’Europa?

E’ in grande affanno sul fronte della mobilità elettrica. Audi ha annunciato una profonda ristrutturazione, legata in gran parte ai pessimi risultati del suo comparto elettrico. Nel 2024 ha registrato una sensibile diminuzione delle vendite (-12%) e non tiene il passo della concorrenza. Siemens è nei guai nel business delle ricariche, e ha annunciato tagli nei posti di lavoro. Peggio di loro sta però la svedese Northvolt, che rappresentava il sogno europeo di essere leader nel comparto delle batterie elettriche.

Fondata nel 2016 da un italiano, aveva raccolto sul mercato 13 miliardi di dollari per realizzare un megaimpianto nei pressi del circolo polare artico dove produrre i “motori” delle principali case automobilistiche mondiali, che avevano inizialmente creduto nell’iniziativa, fornendo i capitali necessari per realizzare le fabbriche, assieme a giganti finanziari eome BlackRock e Goldman Sachs. Northvolt ha dichiarato fallimento la scorsa settimana, facendo calare il sipario sul progetto, che nel frattempo si era allargato sino a iniziare la costruzione di due nuovi impianti produttivi in Canada e Germania.

La crisi del mercato elettrico è stata fatale, e forse il colpo decisivo lo ha dato la Bmw, che ha cancellato un contratto del valore di oltre 2 miliardi di dollari per le batterie destinate alle sue vetture. Ma sul mercato Northvolt era troppo dipendente dai macchinari cinesi e non è riuscita a superare la concorrenza asiatica che sul fronte delle batterie è rappresentata da due giganti dominanti come i cinesi di Catl e i coreani di Samsung e Lg. La morale della storia è chiaro e triste. Sul fronte elettrico l’Europa si è mossa in ritardo, lasciando ad altri l’iniziativa, ed ora ne paga il conto. Senza una politica industriale che guardi al futuro è un’impresa perdente l’idea di rincorrere settori maturi e inserirsi in un mercato che ha giù trovato un equilibrio e non accetta intrusi.

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