“Di fulmini e di cenere” di Elisa Bazzani è dedicato a chi resta
Il nuovo romanzo di Elisa Bazzani ci invita a comprendere la vita attraverso le emozioni che rendono l’umanità vera. L'intervista

Il nuovo romanzo di Elisa Bazzani ci invita a comprendere la vita attraverso le emozioni che rendono l’umanità vera. L'intervista

Ho desiderato incontrare Elisa Bazzani per proporvi, con un’intervista, la sua nuova pubblicazione: Di fulmini e di cenere, edito da Affiori un marchio di Giulio Perrone Editore S. r. l. Roma 2024.
Dopo l’incidente in motorino del figlio, Teresa e Mario devono far fronte alla ferita che fatica a rimarginarsi: una crepa si è insinuata lentamente nella loro quotidianità, aprendo nuove profonde distanze. Mario farà appello alla scienza, mentre Teresa cercherà il riscatto nell’insegnamento, che la porterà a contatto con uno studente speciale, in un continuo gioco di specchi e rimandi simbolici alla mitologia. Il passato però non si può riscrivere. La vita pretende la vita, obbliga a guardare avanti facendo tesoro di ogni istante: gioie, dolore, fughe, inseguimenti nel fluire inesorabile del tempo.

Mi ha messo in contatto con Elisa una comune amica di Mantova, Giorgia; anche lei sempre attorniata dalle scartoffie. Ognuna di noi affonda quotidianamente nelle proprie, che a volte si mischiano perché trattano temi che accomunano, come è accaduto con questo romanzo. Nella prefazione, Claudio Ardigò scrive di un testo meritevole d’attenzione per la particolare scrittura che pone lo sguardo oltre i confini di chi legge, e di ciò che sta leggendo. Una storia trascinante nel suo cuore ma che al contempo permetta di osservare ciò che accade dall’esterno, per cercare di comprendere la sua storia attraverso la gioia, la bellezza, l’amore, il dolore.

Un romanzo che invita ad allontanarsi da chi non apprezza il fare dell’altro e a scoprire quale sia il valore di ogni essere vivente, accogliendo le emozioni che rendono le persone vive: umane. L’autrice sprona a fare ciò che renda felici, perché afferma che la felicità dipenda da noi ed: «è valorizzare ciò che hai, da ciò che senti». L’espressione della sofferenza mette a nudo il cuore e la vera forza della vita, quello che proteggiamo e quello per cui proviamo dolore: «se senti un dolore sei vivo, ma se senti il dolore degli altri sei umano». La scrittura, quando il pensiero è ottenebrato dal dolore per la perdita di un figlio, può essere l’opportunità per continuare a percepire se stessi, poter riconoscere l’esistenza delle emozioni in una vita che si continua ad accettare malgrado sia vissuta lungo i margini.

Le parole aiutano a non arrendersi e a non smettere di reagire pur nella consapevolezza che l’improvvisa trasformazione dell’esistenza abbia reso la vita «più vulnerabile, meno vivibile, meno sensata» e comunque sempre troppo dolorosa da affrontare. Di fulmini e di cenere è un inno alla vita, per sradicarsi dalla sofferenza, imparando ad amare in un processo di ritorno all’equilibrio e all’armonia, in una continua configurazione di se stessi.

Elisa, il romanzo inizia con un Se, catapultando il lettore in medias res: siamo con Teresa e Mario, mentre ricevono la telefonata che nessun genitore vorrebbe mai ricevere. Perché questa scelta?
Il se è un grandissimo tarlo: parlo a livello intimo, non solo di ingranaggio narrativo. Personalmente, questo “se” tiene in pugno le domande a cui non posso rispondere: cosa sarebbe successo se avessi fatto o non fatto, detto o non detto? Oltre a mettere in campo il tema della responsabilità delle proprie azioni; quello della volontà e dell’ineluttabile con il quale dobbiamo fare i conti. E’ l’interrogativo gigante sul ruolo che giochiamo nella vita: è una lunga storia, che parte dalla tragedia greca, fino ad arrivare a noi.

Nel tuo primo libro invece la narrazione era strutturata in quadri, come delle fotografie che accostate una all’altra, ci permettevano di ricostruire le relazioni e le vicende.
E’ vero, nel primo libro avevo come dire, presentato i personaggi in una sorta di album di famiglia, che il lettore sfogliava, vedendo come delle istantanee, dei momenti catturati della famiglia di Medea, la protagonista, per poi innescare la narrazione e smuovere gli equilibri. Direi che c’è un punto esatto, in cui scatta. In modi diversi, in entrambe le storie, ho come allineato dei sassolini sul bordo e dato loro un cricco. E sono rimasta a guardare.

Il primo grande cricco, per rimanere in metafora, è l’incidente: l’evento che segna il destino dei personaggi
L’incidente è proprio la pietra che spacca gli animi, l’evento spartiacque dal quale iniziare a contare i giorni. C’è un prima e un dopo, un po’ come la nascita di Cristo. Nel romanzo l’inizio è un evento luttuoso; ma tutti nella vita abbiamo a che fare con un evento davanti al quale il cammino si biforca; davanti al quale nulla è come prima, che sia una relazione, o un cambio di lavoro, un trasferirsi altrove.
Perché questo tema?
L’idea della storia è nata – mi fa strano parlare di nascita, ma è così, perché bisogna un po’ morire, scendere negli abissi, per riemerge, e rinascere; dicevo, è nata ad un corso di scrittura più di dieci anni fa. Ero attratta dall’idea di raccontare il tentativo goffo di una donna di replicare il passato come soluzione di fronte alla perdita. Ecco, credo che all’epoca mi stessi interrogando sull’assenza, sul vuoto, e sul modo di riempirlo.

Il romanzo sembra dirci che non esistono strade preconfezionate e vincenti. I due coniugi infatti reagiscono diversamente.
Provano e replicano quello che conoscono; ciò in cui credono. L’incidente del figlio è una crepa che si insinua nella loro quotidianità, facendo affiorare le credenze, i linguaggi nel senso più ampio del termine, perché i loro gesti afferiscono ad aree semantiche diverse, che non dialogano. Che non si capiscono: lui cucina, cammina, è un uomo pratico, di scienze. Lei parla, parla, si rifugia nella letteratura, nell’insegnamento.Hanno gesti di cura diversi, con aspettative che rimangono reciprocamente disattese.
Mi ha stupito come le piccole cose alla fine sembrino ostacoli insormontabili.
Paradossalmente è così: tra Mario e Teresa il dolore è come un’infiltrazione di acqua che allarga le crepe, che sgretola lentamente il materiale con cui avevano cementato il matrimonio e che noi guardiamo, entrando in quella casa in punta di piedi, senza accontentarci dell’immagine pubblica, imbiancata, che loro invece consegnano al mondo fuori.

Tante voci, tante storie.
Credo che ognuno viva questo scollamento, piccolo o grande che sia, tra la versione che confezioniamo per gli altri, la nostra immagine pubblica, e quello che accade dentro.
La copertina del libro sembra proprio suggerire questo sforzo di accendere la luce sull’intimità delle case. Mi ha ricordato L’impero della luce di Magritte
Ora che me lo fai notare, anche là ci sono finestre chiuse e finestre sbarrate, avvolte nel buio, in pieno contrasto con la luce del cielo. Là Magritte rende l’azzurro inquietante e la notte ancora più enigmatica, accostandole così.

Tornando al tuo romanzo, all’appartamento dove vivono Teresa e Mario: cosa è più perturbante? La finestra con la luce accesa, dove vediamo?
Quella chiusa, dove possiamo immaginare. L’incertezza, il dubbio, personalmente mi fanno più paura, perché potenzialmente tutto è possibile.
E soprattutto nulla è come sembra…
Esattamente. Ognuno dei personaggi ha un’immagine e una spiegazione della realtà che non coincide perfettamente con la realtà stessa: ci sono silenzi, piccole e grandi bugie. Gesti taciuti, parole sbagliate o dette nel modo che subito dopo si vuole rinnegare. Ma alla fine la verità appare, nuda, e luminosa.
E deflagrante? Immagino derivi da qui i fulmini del titolo?
Proprio così. La verità squarcia il velo delle cose e si abbatte sui personaggi, che rovinano come i giganti travolti dalla furia di Giove a Palazzo Te, dove si consuma il climax fino allo svelamento finale e di cui il titolo è un omaggio. Non sono dietrologica, ma credo non sia un caso che io abbia ripreso in mano, qualche giorno fa, mentre mettevo ordine nella libreria, i “Dialoghi con Leucò.” E’ una lettura ormai datata, hai presente i libri con le pagine ingiallite dal sole? Eppure mi sono stupita dell’attualità delle frasi che avevo sottolineato.

Fotografia – Commandokraken
Pavese lì ci mostra gli eroi della Grecia classica mentre discutono sull’immanenza, il destino, la morte stessa che non conoscono. Anche tu prendi a piene mani dalla mitologia, nel tuo romanzo.
Forse per superare un vecchio complesso da liceo scientifico nei confronti della classicità. Ho riletto alcuni passi in cui Pavese smonta il mito stesso e paradossalmente lo fa cadere in contraddizione, pur mostrandocene la necessità. Ci sono dei passaggi, sull’eroicità dell’essere mortale, in contrapposizione all’immortalità asettica degli dei, che mi hanno colpito molto, come allora. Come se nella caduta, per il fatto steso di poter cadere, ci fosse grandezza. All’inizio il libro si sarebbe dovuto chiamare I giganti. Ma chi sono davvero? I protagonisti che cercano di resistere alla vita? O sono le paure, le prove che devono superare? Non so quale sia la risposta giusta, o se ce ne sia una. Da allora ho mantenuto il titoolo di ogni capitolo, con un rimando al mito, ma per preservarne la dimensione selvaggia, simbolica, potente, come per dire: “attenzione”, stiamo maneggiando qualcosa di sacro e sconosciuto, che altro non è che la ricerca di senso.

Mentre la cenere?
È la materia con cui ogni giorno ci sporchiamo le mani; con cui giochiamo la partita della vita. E’, se vogliamo, anche quello che rimane dopo che il fulmine è caduto a terra. Mi piaceva avere questo dualismo nel titolo.

C’è un richiamo religioso?
Sì, a più livelli. Può evocare il memento mori quaresimale; ma poi la cenere è una materia sacra in senso lato, perché appartiene al culto dei morti in maniera trasversale, antropologico, ecco. Esattamente come al mito della creazione, però. Vita e morte vanno a braccetto e anche Teresa, nelle ultime pagine è diversa, non è la stessa che abbiamo conosciuto all’inizio.

E tu? Che rapporto hai con la morte?
Ci penso poco, adesso. Forse perché ho ancora le spalle coperte, nel senso che sto vivendo nella stagione di mezzo, dove sono protetta dai miei genitori, che vengono prima di me, e dai miei figli, che mi camminano davanti. Però ci ho pensato. A volte consciamente, altre no: ma sicuramente un alluce lo devo avere immerso in uno dei fiumi dell’Ade, se il tema ha trovato così spazio nella mia scrittura.
Questo libro ti ha aiutato a maturare delle consapevolezze nuove? Sei arrivata a qualche conclusione?
Ho scoperto che non si sbagliava chi diceva “Panta Rei”.

Elisa Bazzani. Laureata con una tesi sperimentale in Filosofia del Linguaggio, realizza come volontaria progetti di promozione della lettura a scuola e sul territorio. Nel 2012 la sua raccolta di racconti Il giardino dei frutti rossi ha vinto il concorso letterario “Elsa Morante” indetto da Ars Gratia Artis. Ha pubblicato i racconti “Tre biglie” nell’antologia Le realtà in gioco. Storie straordinarie per vite ordinarie edita da Multiplayer Edizioni (2013), “Marylin” nella selezione Racconti nella rete con Castelvecchi Editore (2020) e “Atala” all’interno della selezione 2023 del concorso letterario “Velletri Libris”. Nel 2021 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio Il nocciolo Selvatico per Melville Edizioni, scelto come finalista per il premio Salsomaggiore nel 2023.
Immagine in evidenza di Pietro Mori.
Le immagini fotografiche pubblicate in questo articolo scritto per la testata giornalistica digitale ReWriters sono state autorizzate da: Violetta Mari, Pietro Mori, Barbara Pece, Laura Villani.
