In un’Italia che immagina spesso il romanzo di migrazione come storia di arrivo, conforto o successo, Tangerinn sceglie invece il pendolo lento del ritorno e della resa dei conti. È questo l’asse narrativo su cui Emanuela Anechoum costruisce il suo esordio, un’opera che appare già matura nella struttura e coraggiosa per i temi che affronta.

Mina

Tangerinn, vincitore del premio Selezione Bancarella 2024, è un’eco, un canto che unisce la città (a cui fa riferimento il titolo) al suo spirito, e che si fa metafora dell’identità, molteplice, inafferrabile, meticcia qual è la protagonista.
Mina è una trentenne di oggi, divisa tra la terra d’origine e il desiderio di scoperta di sé nell’altrove: cresciuta in un paesino calabrese con madre italiana e padre marocchino, vive infatti a Londra, alla continua ricerca di un’immagine diversa dal sé, lontana da quella in cui si rispecchia nel suo passato. Ma un’improvvisa notizia la costringe a tornare in Calabria e ad affrontare situazioni irrisolte.

Com’è, davvero, andarsene? … Quando ero qui sapevo esattamente chi ero, perché vedevo la differenza negli altri e non mi sentivo capita. Non mi accettavo, non mi amavo, non mi potevo vedere, ma sapevo chi ero. Poi sono andata lì ed è stato come… ricominciare come una persona completamente diversa, una versione più vera del vero. Mi sentivo persa ma lo avevo scelto, e mi piaceva la mia sofferenza, perché ero viva ed ero sola e potevo decidere di buttarmi via e nessuno mi avrebbe fermata

Un viaggio dentro e fuori di sé

La protagonista, come l’autrice, attraversa i confini della memoria. Ogni pagina è una soglia: da una parte il Marocco in Italia, quello dei profumi e delle voci, dall’altra l’Europa della ricerca e della nostalgia. Ma il vero viaggio non è geografico, è quello del riconoscersi.
C’è in Tangerinn un continuo oscillare tra due mondi: l’appartenenza e lo sradicamento, la lingua madre e quella adottiva, la casa e l’altrove. È una danza dolce e malinconica, un mosaico di frammenti che insieme compongono il volto di Mina, ma anche di chi si è sempre sentito in mezzo.

Mina, infatti, è figlia di una madre italiana e di un padre marocchino. Cresce con due lingue, due odori, due silenzi. Quella doppiezza non è mai un privilegio per lei, ma un peso da portare: il sentirsi straniera ovunque, proprio come l’autrice.
Londra le offre l’anonimato, la Calabria la riporta alla memoria; ma nessuno dei due luoghi la accoglie davvero.

Anechoum racconta con precisione la solitudine delle seconde generazioni, quel vivere in bilico tra le radici e il desiderio di sradicarsi. Eppure, dentro quella distanza, si nasconde anche una forza: la capacità di guardare il mondo da due prospettive, di “tradurre” le proprie ferite in visione. Il romanzo non cerca risposte. Al contrario, accetta la complessità.
In un tempo in cui tutto deve essere dichiarato, Anechoum scrive con il coraggio del non-detto: lascia che i personaggi respirino nella zona grigia del sentire, che la verità emerga dai gesti quotidiani, dagli sguardi, dai ricordi incompleti.

La scrittura come ponte

La prosa di Emanuela Anechoum sembra cercare un ritmo, un suono che appartiene tanto alla poesia quanto alla musica del racconto orale. Non c’è artificio: solo la verità di chi scrive per capire da dove viene — e dove sta andando.

Tangerinn, soglia del mondo

In fondo, Tangerinn non è solo un romanzo: è una preghiera per le radici e per l’acqua che le bagna. È la storia di uno spazio che trasforma, di una lingua che si intreccia a un’altra, di un’identità che non vuole essere definita ma cantata.
Emanuela Anechoum ci regala un libro che profuma di tè alla menta e di mare, che parla di ritorni e partenze, e che ci ricorda una verità antica: non si appartiene mai a un solo luogo, ma a tutti quelli che ci hanno attraversato.

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