Ripensando a quel progetto di cinema e fotografia realizzato qualche anno fa sulla costa adriatica: un’esperienza in cui l’obiettivo è diventato lo strumento per restituire voce, dignità e un nome a chi viveva ai margini. Immagine. Il film che consiglio Io Capitano di Garrone.

Viviamo in un’epoca in cui i migranti sono ridotti a bersagli mobili, tacciati di ogni male da un’Europa che ha paura della propria ombra e da istituzioni che sdoganano l’intolleranza senza pudore. C’è un dogma duro a morire, nutrito ad arte, che li vuole qui solo per delinquere e portare problemi a un Paese già in ginocchio. Ci si dimentica colpevolmente — o forse si sceglie cinicamente di non vedere — da quale baratro provengono.

Immagine. Il film “Io capitano”

Ce lo ha sbattuto in faccia Matteo Garrone con Io capitano, scegliendo la via del realismo magico, forse l’unica chiave possibile per rendere dicibile un’odissea fatta di deserto, trafficanti e brutalità umane difficili da sostenere. Un’opera fondamentale, a cui si affianca una narrazione documentaristica che restituisce spessore a un dramma troppo spesso appiattito sul formato ridotto del talk show televisivo e delle polemiche populiste più becere.

Qualche anno fa ho vissuto un’esperienza che ricordo tutt’oggi con profondo affetto e gratitudine. Mi trovavo a Playa Paleo, la spiaggia inclusiva di Pescara, per un progetto europeo denominato CO.PE, interamente votato all’inclusione sociale. Il mio compito era insegnare cinema a un gruppo di ragazzi arrivati da lontano: dal Niger, dalla Costa d’Avorio, dal Bangladesh e da altri territori lacerati da guerre, povertà e da un irrefrenabile, disperato bisogno di riscatto. Sin dal primo giorno ho capito che sarebbe stato un incontro umano e prezioso con degli adolescenti speciali, segnati a fuoco da un viaggio estremo. Molti di loro non parlavano una parola d’italiano e le barriere linguistiche sembravano insormontabili. Eppure, bastava un pallone che rotolava sulla sabbia, un cellulare impugnato per gioco o un disegno abbozzato durante le pause per rompere ogni distanza tra di noi.

Le lezioni di cinema

Le lezioni di cinema sono state una rivelazione spiazzante. Sono rimasto folgorato dalla loro straordinaria intuitività, dalla prontezza con cui metabolizzavano le regole principali del linguaggio cinematografico. Alcuni possedevano un talento naturale per l’inquadratura e la composizione, come se custodissero dentro di sé una grammatica visiva innata che a certi professionisti manca. Con pochissimi mezzi, ma con una curiosità contagiosa, abbiamo realizzato piccoli lavori video incentrati sulle loro storie e sui loro sogni ma anche certe volte sulle loro ferite. Ferite che non ho mai cercato di sondare morbosamente, per un elementare e profondo rispetto: sono lì, aperte e indelebili, perché certi orrori non si cancellano dalla memoria. Ho preferito dunque non chiedere mai di cosa hanno vissuto nel mediterraneo, di chi hanno visto morire, di come è stato farcela ed essere oggi qui. Del dolore ho sempre avuto rispetto e mai voyerismo da occidentale bisognoso di darsi un tono da progressista empatico.

Da quell’esperienza comunque ho ricavato un reportage fotografico — di cui condivido qui alcuni scatti — che cercavo da tempo di affidare a uno spazio libero e indipendente. La scelta di fare questa foto è nata per gioco. Ogni mattina immortalavo i miei ragazzi mentre partecipavano alle attività con gli altri educatori, mentre scherzavano o mentre si prendevano cura dei ragazzi con neuro divergenze presenti nel gruppo, accudendoli con una dolcezza e un rispetto spontanei e amorevoli, esattamente come farebbero dei fratelli maggiori che si prendono cura di chi devono proteggere.

Oggi, a distanza di anni, non so dove siano finiti tutti quei miei nuovi amici con cui trascorsi quell’estate lontano da Roma e dai miei sogni di cineasta di belle speranze. Qualcuno, di tanto in tanto, si fa vivo con un messaggio su facebook. La maggior parte ha preso strade diverse, credo che alcuni non siano neanche più in Italia. Spero solo che stiano bene. Vederli soli in un Paese straniero, farsi forza a vicenda come in una trincea lontana da casa, mi stringeva lo stomaco. E fa male, fa malissimo assistere oggi a questo clima politico ostile e gelido, a una caccia al capro espiatorio che calpesta persone prima di tutto vittime di una tratta disumana. Lungi da me fare retorica buonista. Parlo da osservatore che rifiuta ogni forma di discriminazione e prevaricazione. E in questi ragazzi ho visto una vitalità, una fame di futuro e una speranza feroce: un bisogno vitale di esserci e di conquistarsi il proprio posto nel mondo.

Quando ripenso a quei giorni — al sole che tramontava sul mare di Pescara, alle chiacchiere coi colleghi, ai sorrisi timidi tramutati in abbracci — mi commuovo. Cerco quell’autenticità nuda, e spero di ritrovarla un giorno nei miei simili così incarogniti dal clima sociale e politico attuale, esattamente come è successo su quella spiaggia magica, lontano dall’orrore quotidiano e dalla miserie che sporcano gli esseri umani.

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