Ci sono mostre che si visitano perché sono sulla mappa ufficiale del La Biennale di Venezia. E poi ci sono quelle che si scoprono quasi per deviazione: attraversando la Giudecca in barca, entrando in un’ex chiesa industriale, perdendosi in un palazzo poco distante dai percorsi più battuti.

Quest’anno alcune delle esperienze più interessanti che ho visto a Venezia hanno tutte un elemento in comune: parlano di ecosistemi, acqua, foreste, materia e trasformazione. Alcune fanno parte della Biennale, altre sono eventi collaterali, altre ancora vivono completamente ai margini del circuito ufficiale. Ma insieme costruiscono una specie di mappa alternativa della città.

Una Biennale laterale, più silenziosa, dove la sostenibilità non diventa slogan curatoriale ma immaginario visivo.

Prima tappa alla Biennale: la Giudecca e gli ecosistemi invisibili

La prima tappa non può che essere la Giudecca. Basta allontanarsi dal flusso continuo dei Giardini e dell’Arsenale per ritrovare una Venezia diversa, più rarefatta, quasi sospesa. Ed è proprio qui che il rapporto tra arte e ambiente sembra assumere una dimensione più autentica.

Nell’ex Chiesa dei Santi Cosma e Damiano, oggi Fabbrica H3, il progetto As Above, So Below trasforma lo spazio in un ambiente immersivo dedicato agli ecosistemi marini e alle connessioni tra arte, scienza e tecnologia.

Tra le opere presenti, una delle più evocative è Thetis di Andrea Crespi: una medusa olografica sospesa tra mito e biologia che attraversa gli affreschi dell’ex chiesa come una presenza liquida e quasi ipnotica. L’opera prende il nome dalla ninfa marina Teti e lavora sull’idea del mare come memoria ancestrale, organismo vivente e spazio invisibile da proteggere.

Più che raccontare il cambiamento climatico in modo diretto, il progetto prova a costruire una percezione diversa della fragilità degli ecosistemi. Venezia, in questo senso, non è soltanto la città che ospita la mostra: è parte stessa del discorso.

Seconda tappa: l’acqua come rito e trasformazione

Restando in dialogo con l’elemento acquatico, il percorso continua a Ca’ Pesaro, dove il Museo d’Arte Orientale ospita From Water To Form dell’artista giapponese Keita Miyazaki.

Qui l’acqua diventa simbolo di trasformazione continua: distrugge, modella, rigenera. Una presenza che appartiene tanto alla cultura giapponese quanto all’identità stessa di Venezia.

La cosa più interessante è il dialogo che le opere instaurano con la collezione permanente del museo. Lavori contemporanei e manufatti antichi convivono senza attrito, creando una riflessione molto sottile sul tempo, sulla materia e sull’artigianato come pratica di conoscenza.

In una Biennale spesso dominata da installazioni spettacolari, il lavoro di Miyazaki sceglie invece una dimensione più meditativa. La sostenibilità qui non passa dall’urgenza dichiarata, ma dal recupero del gesto, della trasformazione lenta, del rapporto fisico con i materiali.

La mostra prosegue anche alla Giudecca, negli spazi di CREA Cantieri del Contemporaneo, dove l’artista presenta una scultura modulare site specific pensata come omaggio al lavoro artigianale e alla cultura del fare.

Terza tappa: schermi rigenerati e climate change

Tra i lavori che affrontano più direttamente il tema del cambiamento climatico c’è Ciclica di Jacopo Di Cera, presentato nel Padiglione della Sierra Leone al Liceo Guggenheim ai Carmini.

L’installazione è costruita con 36 schermi upcycled che circondano la figura di Gea, interpretata dalla performer Lidia Carew, in un percorso che attraversa nascita, vita e dissoluzione.

Sugli schermi scorrono immagini legate alla crisi climatica, alla perdita degli ecosistemi, agli eventi atmosferici estremi. Ma il punto più interessante dell’opera è probabilmente proprio il supporto stesso: schermi recuperati, riconvertiti, reinseriti in un nuovo ciclo vitale.

La tecnologia — normalmente associata a consumo rapido e obsolescenza — qui diventa materia narrativa. E l’opera funziona proprio perché evita il tono didascalico: il cambiamento climatico emerge come interferenza continua dentro il corpo della natura, come una frattura ormai impossibile da ignorare.

Quarta tappa: una foresta simbolica nel cuore di Venezia

L’ultima tappa porta a Palazzo Donà dalle Rose, dove debutta per la prima volta alla Biennale il Padiglione della Guinea Equatoriale.

All’interno del progetto The Forest: The Undergrowth, l’artista paraguayana Ingrid Seall presenta Manar, grande installazione verticale costruita con cellulosa, carta, ferro, manioca, argilla, cera d’api e residui organici.

Qui tutto sembra riportare alla materia primordiale: elementi organici, superfici imperfette, strutture che ricordano radici, tronchi, crescita vegetale. L’opera non rappresenta semplicemente una foresta, ma prova a ricostruirne la dimensione simbolica e spirituale.

In un’edizione della Biennale dove molta arte sembra guardare all’intelligenza artificiale e ai linguaggi digitali, Manar colpisce proprio per il suo carattere fisico, tattile, quasi arcaico.

Una Biennale parallela

Queste mostre, pur diversissime tra loro, sembrano costruire una geografia alternativa della Biennale 2026. Una mappa laterale disseminata tra padiglioni nazionali, eventi collaterali e progetti indipendenti, dove il tema ambientale non viene trattato soltanto come emergenza ma come linguaggio culturale.

Acqua, foreste, schermi recuperati, materiali organici, architetture industriali riconvertite: ogni progetto prova a immaginare nuove forme di relazione tra essere umano, tecnologia e ambiente.

E forse il modo migliore per attraversare questa Biennale è proprio quello più veneziano possibile: lentamente, lasciandosi portare da una riva all’altra, seguendo deviazioni inattese più che itinerari ufficiali.

Per continuare il percorso

Questo itinerario nasce anche da un percorso più ampio che sto costruendo attorno alla Biennale di Venezia, fatto di tappe, deviazioni e sguardi laterali sulla città.

In questo senso, nei giorni scorsi ho raccontato anche un’altra tappa di questo viaggio: il Padiglione dell’India alla Biennale Arte 2026, tra memoria, identità e narrazione contemporanea.

Questo itinerario nasce anche da un percorso più ampio che sto costruendo attorno alla Biennale di Venezia, fatto di tappe, deviazioni e sguardi laterali sulla città.

In questo senso, nei giorni scorsi ho raccontato anche un’altra tappa di questo viaggio: il Padiglione dell’India alla Biennale Arte 2026, tra memoria, identità e narrazione contemporanea.

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