Han Kang: perché fa così bene leggere l’autrice Premio Nobel
Paradigmi e suggestioni della scrittrice sudcoreana Han Kang, vincitrice del Man Booker Prize nel 2016 e del Premio Nobel nel 2024.

Paradigmi e suggestioni della scrittrice sudcoreana Han Kang, vincitrice del Man Booker Prize nel 2016 e del Premio Nobel nel 2024.

Che ci sia, ormai, un Han Kang mania è più che accertato. Certo, avrà influito l’aver vinto il Premio Nobel per la letteratura, ma ciò che contribuisce a far conoscere non sempre corrisponde a ciò che spinge a far leggere. A suggerire, allora, qualcosa in più in questa direzione sono le motivazioni stesse dell’Accademia di Svezia:
“Per la sua intensa prosa poetica che affronta i traumi storici ed espone la fragilità della vita umana”.
Una sintesi cristallina di tutto il suo lavoro. E se con La vegetariana, libro rivelazione del Man Booker Prize nel 2016, si tocca da vicino la sua profonda liricità, è possibile conoscere appieno la vera essenza della sua scrittura solo addentrandosi maggiormente nelle sue opere.
Per chi voglia, ad esempio, approfondire pagine poco note della storia coreana bisogna partire da Atti umani e Non dico addio, legati a doppio filo tra loro per ammissione stessa dell’autrice. Il primo racconta del massacro di Gwangju, avvenuto nel maggio 1980, attraverso un coro di voci che, di capitolo in capitolo, si fa prima famiglia e poi comunità. Una galleria di personaggi in cui si alternano ritratti e punti di vista, in alcuni casi quelli di ombre, fantasmi che lottano disperatamente contro l’oblio.
«Gwangju» era diventato un modo per definire tutto ciò che è isolato con la forza, oppresso e brutalizzato, tutto ciò che è stato irreparabilmente mutilato.
“Atti umani”
Non dico addio, a suo modo più simbolico e meno violento, è, invece, l’incubo costantemente riproposto di ciò che accadde sull’isola di Jeju tra la fine del 1948 e l’inizio del 1949. Una candela accesa negli abissi dell’anima umana, come l’ha definito Han Kang.
In Convalescenza, una raccolta di racconti, c’è già in germe un nucleo tematico che verrà ripreso in maniera più estesa con La vegetariana. In Il frutto della mia donna – secondo racconto della raccolta – assistiamo al progressivo annientamento di una vita così come è stata vissuta fino a quel momento per, poi, poter rinascere sotto altre spoglie. Che, non a caso, è quello che accadrà a Yeong-hye, protagonista de La vegetariana, che, dopo aver fatto un sogno, deciderà prima di smettere di mangiare carne e, poi, di trasformarsi in una pianta.
Un grumo formato da urla e gemiti aggrovigliati, intrecciati fra loro uno strato dopo l’altro. È per la carne. Ho mangiato troppa carne. Le vite degli animali che ho divorato si sono tutte piantate li. Il sangue e la carne, tutti quei corpi macellati sono sparpagliati in ogni angolo del mio organismo, e anche se i resti fisici sono stati espulsi, quelle vite sono ancora cocciutamente abbarbicate alle mie viscere. Vorrei tanto gridare, una volta sola, almeno una. Vorrei lanciarmi da quella finestra nera come la pece. Forse questo scaccerebbe finalmente questa massa dal mio corpo. Sì, forse potrebbe funzionare. Nessuno può aiutarmi. Nessuno può salvarmi. Nessuno può farmi respirare.
“La vegetariana”
Più onirico e meno cruento L’ora di greco in cui si incontrano due solitudini. Lei ha perso la parola e lui sta gradualmente perdendo la vista. Anche in questo caso, l’autrice forza i confini per portarci al cuore delle cose, per farci intravedere quell’inestricabile groviglio di ansia e insoddisfazione con cui inevitabilmente dobbiamo fare i conti. In definitiva, leggere Han Kang significa liberarsi dalle consuetudini, sfuggire a ciò che rischia di soffocarci, percepire tutta l’angoscia e il disagio che il vivere in società spesso comportano. Se si ha voglia di mettersi in discussione è proprio il caso di non lasciarsela sfuggire.
