Questo articolo è la storia di Be my Voice, un progetto di illustrazioni e pensieri. È il racconto di un libro Hassan e il genocidio. È l’impegno di Al Hassan Semi, reporter palestinese, di Marcella Brancaforte, illustratrice italiana e del giornalista Raffaele Oriani alla narrazione di quello che sta succedendo nel territorio palestinese che, coraggiosamente, qualcuno sta iniziando a chiamare genocidio.

Perché quello di Gaza è un genocidio?

Secondo la definizione dell’ONU, per genocidio si intendono “gli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”.


Nonostante la maggior parte dei governi occidentali fatica a definire quello di Gaza un genocidio, la morte di oltre 55mila palestinesi (per la maggior parte donne e bambini), gli attacchi sulle abitazioni civili, i bombardamenti su ospedali (su 36 nosocomi 16 risultano ancora parzialmente funzionanti), il ridurre la gente alla fame e alla sete, ci possono far dire senza ombra di dubbio che da parte del governo israeliano c’è un intento genocidario.


Già il 13 ottobre 2023 Raz Segal, professore israeliano di Studi su olocausto e genocidio alla Stockton University in New Jersey, scrive un articolo sulla rivista Jewish Currents dal titolo chiaro “Un caso da manuale di genocidio”.

“Un caso da manuale di Genocidio”
https://jewishcurrents.org/a-textbook-case-of-genocide


Da metà maggio con l’operazione “Carri di Gedeone”, l’operazione israeliana su vasta scala per il controllo totale della Striscia, la situazione è ancora più grave e oggi sono sempre di più gli studiosi che definiscono genocidio quello che Israele sta perpetrando a Gaza.


Ora che la fondazione israelo-americana Ghf ha cominciato le sue operazioni di distribuzione di generi alimentari, estromettendo Nazioni unite e organizzazioni umanitarie internazionali, leggiamo spesso di spari sulla folla accalcata per prendere il cibo. Leggiamo e vediamo foto di stragi di affamati.

Uccidere i giornalisti

“In questo anno e mezzo di conflitto, quasi 200 giornalisti palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano, di cui almeno 43 uccisi mentre svolgevano il loro lavoro. Si tratta di uno dei più grandi massacri di giornalisti di questo secolo”, si legge sul sito di Reporters without borders, organizzazione che monitora lo stato dell’informazione nel mondo.


È genocidio, quindi, anche e perché è una strage di giornalisti, fotoreporter, videomaker. Mettere a tacere l’informazione vuol dire non far trapelare le notizie all’esterno, non avere testimonianze di stragi. Per lo stesso motivo Israele ha vietato, già dall’inizio del conflitto, l’entrata di giornalisti internazionali nella Striscia di Gaza.


Il 25 marzo Hassan da Gaza riporta: “Sono giorni terribili, ci sono stragi ovunque. Non siamo rimasti in molti, noi giornalisti. Sentiamo di essere un target, il target principale dell’esercito israeliano. Chi oggi rende onore a un collega, domani sarà il martire cui gli altri rendono onore. Non sappiamo chi sarà vivo domani”.

Ma chi è Hassan? E Marcella e Raffaele?

Al Hassan Semi è un “reporter sul campo nella regione più pericolosa del mondo” che collabora con diversi canali esteri. È un videomaker, un editor e, come mi dice Marcella al telefono, “uno che sa far tutto, perché in quella situazione si deve far tutto. Riprendere, montare, fare un testo. In emergenza è così”. Hassan era uno studente del master di Comunicazione all’Università Al-Asqsa, uno studente che non ha potuto discutere la tesi perché gli hanno ucciso i relatori e bombardato l’Università.


Marcella Brancaforte è un’illustratrice, professoressa a un liceo artistico, all’Accademia di Belle Arti di Frosinone, freelance professor di Illustrazione a Milano. Dal 2010 cura il festival Librimmaginari e dal 1988 collabora con riviste e case editrici. Raffaele Oriani è un giornalista italiano, ha scritto reportage da diversi Paesi, è stato caporedattore di Reset, redattore di Io Donna e collaboratore del Venerdì di Repubblica.


Se per Hassan si intuisce facilmente il nesso con il genocidio di Gaza, per Marcella e Raffaele non è così.

“Ricordo lo sgomento perché il nostro dolore incontrava il silenzio del mondo”: Be my voice

Così scrive il reporter palestinese nel libro Hassan e il genocidio e continua “piangevo per la mia gente, oppressa ed esposta a una vita sempre più dura. Continuavo a pensare a cosa avrei potuto fare per comunicare meglio la nostra voce dall’esterno”. Poco dopo Hassan riceve il messaggio di una sconosciuta italiana: era Marcella.


Marcella aveva avuto il numero di Hassan da Chiara Avesani, regista del documentario Erasmus in Gaza perché voleva fare qualcosa per Gaza. “Come posso darvi una mano?”, scrive Marcella a Hassan.


La risposta del giornalista gazawi è semplice: continuare a parlare di Gaza!


“Questo impegno di resistenza è nato con me e Hassan, per Gaza e va avanti da oltre un anno. Tutti i giorni”, mi scrive Marcella in chat.
Si sentono ogni sera e quotidianamente Marcella disegna su e per Gaza e Hassan scrive un pensiero. Ne sono nati dei diari, poi la mostra Be My voice che i due, Marcella in presenza e Hassan in video (collegandosi quando può), portano in giro per l’Italia. I diari adesso sono 7.

Illustrazione di Marcella Brancaforte, parole di Al Hassan Selmi

Hassan e il genocidio, il libro sul giornalista di Gaza e i disegni che l’hanno salvato

Da questi diari è nato il libro Hassan e il genocidio, curato da Raffaele Oriani e pubblicato dalla casa editrice People. Oltre ai disegni di Marcella e le cronache sul campo di Hassan, Raffaele tratteggia la situazione internazionale, analizza il racconto dei media italiani e getta luce sui crimini perpetrati. Ne esce un racconto preciso, puntuale e corroborato da diverse fonti autorevoli.


Compro il libro e lo leggo tutto d’un fiato, con commozione e rabbia.
Mi sento come Marcella e Raffaele, impotente di fronte all’orrore, e come loro mi chiedo: cosa posso fare io? Raffaele, dopo l’inizio della guerra, smette la collaborazione con Repubblica e scrive Gaza, la scorta mediatica, vincitore del Premio Stefano Chiarini. Il volume racconta come i giornali e le televisioni italiane hanno raccontato l’assedio di Gaza e anche e soprattutto di come non l’hanno riportato.


Come loro, quindi, tento di fare qualcosa. Contatto Hassan per chiedere un’intervista. Da qui posso solo questo. Mi risponde con garbo e cortesia ma la sua voce è flebile, spesso interrotta da bombe che si sentono in lontananza. Non mangia da giorni, il suo volto è emaciato, mi ricorda le foto di persone liberate dal campo di sterminio di Aushwitz. Mi dice di raccontare di Be my voice, del libro, di contattare i suoi amici italiani. Questo articolo è quindi un “continuare a parlare di Gaza”, come aveva chiesto Hassan a Marcella la prima volta, come è ancora più necessario oggi dopo che l’attenzione mediatica si sta spostando sulla guerra tra Iran e Israele, mentre a Gaza il massacro non si ferma.

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