Il nuovo cartellone di Teatrosophia a Roma inizia con una serie di scelte coraggiose e controcorrente, ce le racconta il suo direttore artistico, Guido Lomoro.

La nuova stagione Teatrosophia restituisce centralità al concetto di tempo: in che termini? 
Per anni ci siamo abituati a un teatro che corre: uno spettacolo dopo l’altro, due o tre repliche e poi via, subito la novità successiva. È un ritmo che somiglia molto a quello del mondo fuori, dove tutto si consuma in fretta e niente ha il tempo di sedimentare. Noi abbiamo cominciato a opporre una certa resistenza a questa “corsa”.Restituire tempo al teatro significa innanzitutto lasciare gli spettacoli in scena più a lungo. Uno spettacolo non nasce la sera del debutto: cresce replica dopo replica, si assesta, trova il suo respiro nell’incontro con il pubblico. Se lo togli dal cartellone troppo presto, non gli dai modo di diventare davvero se stesso. E non dai modo al pubblico di scoprirlo, di consigliarlo, di tornare a vederlo. Ma il tempo per noi è anche continuità. Vuol dire costruire rapporti che durano con gli artisti, seguire i loro percorsi da una stagione all’altra, far incontrare persone che vengono da linguaggi diversi e dare a quegli incontri il tempo di produrre qualcosa. Le cose migliori, in teatro, nascono così: non da un’occasione isolata, ma da una fiducia che si costruisce piano piano.

In fondo è una scelta semplice, quasi controcorrente: rallentare per approfondire. Perché quello che nasce insieme, e ha il tempo di crescere, dura di più.

Il vostro spazio, che ogni anno consolida il suo status di riferimento solido a Roma, mantiene una forte importanza al tema della relazione umana: in che termini?Teatrosophia è nato come un luogo di incontro prima ancora che come una sala. È uno spazio raccolto, dove chi è in scena e chi è in platea si trovano a pochi metri di distanza, si guardano, si ascoltano. Questa vicinanza non è solo fisica: è il modo in cui intendiamo il teatro. Per noi uno spettacolo non si esaurisce in quello che accade sul palco, ma in quello che succede tra le persone che lo condividono.

Per questo teniamo molto a quello che avviene dopo il sipario. L’aperitivo che offriamo al pubblico alla fine di ogni spettacolo è diventato quasi un rito: è il momento in cui gli spettatori restano, commentano, incontrano gli attori, a volte discutono. È lì che si capisce se uno spettacolo ha lasciato qualcosa. 

Il nostro desiderio è che, stagione dopo stagione, intorno a Teatrosophia prenda forma una vera comunità: persone che tornano, che si fidano delle nostre proposte e ci seguono anche quando rischiamo. È un rapporto che cerchiamo di coltivare con piccoli gesti, come l’estrazione di biglietti omaggio ogni sera o il premio fedeltà che introduciamo quest’anno per chi ci segue con costanza. Sono dettagli, certo, ma dicono una cosa precisa: che per noi il pubblico non è un numero, sono persone. E la relazione vale anche per chi il teatro lo fa. Ci piace far dialogare artisti di linguaggi diversi, creare occasioni in cui si conoscono e magari decidono di lavorare insieme. In un tempo in cui ci si incontra sempre più attraverso uno schermo, il teatro resta uno dei pochi luoghi dove si sta davvero l’uno di fronte all’altro. Ci sembra un privilegio da difendere.

Un vostro asso nella manica sembra quello di fidelizzare un pubblico di appassionati: a chi vi rivolgete in particolare?
Più che a una categoria precisa, ci rivolgiamo a un atteggiamento: la curiosità. Il nostro spettatore ideale non è necessariamente chi va a teatro tutte le settimane, ma chi ha voglia di lasciarsi sorprendere, di scoprire un testo che non conosce, un autore nuovo, un modo diverso di stare in scena. Chi entra in sala senza sapere esattamente cosa troverà, e proprio per questo ci entra.

Naturalmente ci sono gli appassionati, quelli che il teatro lo amano da sempre e che cercano proposte fuori dai circuiti più battuti. Per loro vogliamo essere un punto di riferimento affidabile: un luogo dove sanno che troveranno una scelta fatta con cura, anche quando il titolo non è famoso. Ma ci interessa molto anche chi a teatro ci viene poco, o magari ci arriva per la prima volta perché un amico l’ha portato. Spesso sono proprio loro a sorprendersi di più, e a tornare.

Fidelizzare, per noi, non vuol dire trattenere qualcuno con una formula commerciale. Vuol dire guadagnarsi la sua fiducia, sera dopo sera, fino a che scegliere Teatrosophia diventi quasi naturale, come si torna in un posto dove ci si è trovati bene. Le iniziative per i soci servono a dire grazie a chi ci segue, ma la vera ragione per cui qualcuno torna resta sempre la stessa: uno spettacolo che gli è rimasto dentro.

Quale vibrazione ha il vostro nuovo cartellone? 
Il nostro cartellone non nasce da nuclei tematici prestabiliti, e questa è una scelta precisa. Non partiamo da un tema per poi cercare gli spettacoli che lo illustrino: partiamo dagli spettacoli, dagli artisti, dai progetti che ci convincono, e lasciamo che siano loro a disegnare il percorso della stagione. Il risultato è un cartellone di diciannove spettacoli, da ottobre a maggio, molto vario per linguaggi e atmosfere. Si passa dalla commedia al dramma, dal testo di parola a lavori in cui il corpo e il movimento hanno un ruolo centrale, da riletture di grandi classici a drammaturgie originali. Chi ci segue per tutta la stagione attraversa mondi molto diversi tra loro, ed è proprio questo che ci piace: che ogni spettacolo abbia la sua identità, senza doversi piegare a un’etichetta.

Se un filo c’è, allora, non è tematico ma di relazioni. Ci piace pensare alla stagione come a una trama, la Trama 26/27, fatta di capitoli che si richiamano l’uno con l’altro. A legarli sono gli artisti che tornano in più capitoli, le collaborazioni nate proprio mentre la trama prendeva forma, le produzioni che si incrociano e si contaminano. Ci sono spettacoli che tornano in scena sulla scia di una trasformazione, cresciuti e cambiati rispetto a come li avevamo conosciuti. E ci sono i nuovi ingressi, artisti e compagnie che arrivano per la prima volta e si intrecciano con naturalezza a questo tessuto. È lo spirito del manifesto che ha ispirato la stagione: dare tempo agli spettacoli, con repliche più lunghe, e costruire relazioni durature con gli artisti e con il pubblico. La “vibrazione” cambia, certo, da un capitolo all’altro. Ma la cura con cui ogni proposta è scelta resta la stessa.

Quali qualità consigliereste di sviluppare a giovani che volessero aprire un teatro?
La prima, senza dubbio, è la pazienza. Aprire un teatro non è un gesto che si compie in un giorno: è un percorso lungo, fatto di stagioni che vanno bene e di altre più difficili, di serate piene e di sale mezze vuote. Chi cerca risultati immediati rischia di scoraggiarsi presto. Serve la capacità di guardare lontano e di credere in un progetto anche quando i frutti tardano ad arrivare. Poi la tenacia, che è la sorella concreta della pazienza. Gestire uno spazio significa occuparsi di tutto: della programmazione artistica, ma anche dei conti, della burocrazia, della comunicazione, della manutenzione. Nei primi anni capita di essere direttore artistico la mattina e tecnico, cassiere o addetto alle pulizie la sera. Bisogna amare anche questa parte meno romantica del lavoro, perché è quella che tiene in piedi tutto il resto. Consiglierei anche di coltivare l’ascolto. Ascoltare gli artisti, capire cosa hanno da dire e di cosa hanno bisogno per dirlo al meglio. E ascoltare il pubblico, che non va né inseguito né ignorato, ma conosciuto. Un teatro vive di relazioni, e le relazioni si costruiscono solo se si è disposti a mettersi in gioco davvero con gli altri.

Infine, il coraggio delle proprie scelte. Ci sarà sempre la tentazione di programmare solo ciò che è sicuro, che funziona, che riempie la sala. A volte è necessario, ma un teatro che non rischia mai finisce per somigliare a tutti gli altri. Serve avere un’idea chiara di cosa si vuole essere, e la forza di difenderla con coerenza, anche quando costa fatica.

E poi, sopra ogni cosa, bisogna amare il teatro. Profondamente. Perché è quell’amore a dare senso a tutto il resto, anche nei momenti in cui sembra che niente torni.

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