Immagina di entrare in una sala e vedere la tua fotografia accanto ai fiori. Amici e parenti sono lì per ricordare episodi della tua vita, raccontare quanto sei stato importante per loro e pronunciare parole che normalmente ascolterebbero tutti tranne te. Solo che questa volta tu sei presente. Al tuo funerale.

Puoi ascoltare. Puoi ridere. Puoi commuoverti. Puoi persino rispondere. È questa, in sostanza, l’idea alla base dei cosiddetti living funerals: funerali o cerimonie di commiato organizzati quando la persona celebrata è ancora in vita.

A prima vista può sembrare un rituale macabro. In realtà, osservando ciò che accade in Giappone, Corea del Sud e più recentemente anche in altri Paesi, emerge quasi il contrario: il funerale da vivi può diventare un’occasione per parlare della morte e, proprio per questo, riflettere sul valore della vita.

Il seizensō giapponese
(funerale durante la vita”)

In Giappone viene utilizzato il termine seizensō (生前葬), traducibile come “funerale durante la vita”.

Uno degli episodi che contribuirono maggiormente a far conoscere questa pratica avvenne nel febbraio del 1993. La protagonista fu Takiko Mizunoe, celebre attrice e artista giapponese. Il 19 febbraio, alla vigilia del suo 78° compleanno, organizzò il proprio seizensō in un hotel di Tokyo, davanti a centinaia di invitati.[1]

La scena aveva qualcosa di surreale.

C’erano la sua fotografia funebre, i fiori e persone riunite per celebrarla. Ma Mizunoe era lì, viva e presente.

La motivazione alla base della cerimonia era semplice e, allo stesso tempo, profondamente umana: voleva ringraziare personalmente le persone che avevano fatto parte della sua vita, invece di lasciare che quelle parole fossero pronunciate soltanto dopo la sua morte.[1]

Il suo non fu necessariamente il primo funerale da vivi della storia giapponese, ma la notorietà di Mizunoe contribuì a portare il fenomeno all’attenzione del grande pubblico.

Ed è proprio questo uno degli aspetti centrali del seizensō: partecipare consapevolmente al proprio commiato.

La persona può scegliere chi invitare, che cosa dire, quale atmosfera creare e soprattutto può essere presente nel momento in cui gli altri raccontano ciò che ha rappresentato per loro.

In Corea del Sud si entra persino nella propria bara

In Corea del Sud il concetto ha assunto una forma ancora più particolare.

Qui non sono necessariamente persone anziane o malate a sperimentare simbolicamente il proprio funerale. Alle esperienze hanno partecipato persone di età e condizioni molto diverse.

Uno degli esempi più conosciuti è quello dell’Hyowon Healing Center, dove dal 2012 migliaia di persone hanno partecipato a simulazioni del proprio funerale.[2]

La procedura è volutamente impressionante.

I partecipanti possono indossare abiti funebri, farsi scattare una fotografia commemorativa e scrivere una sorta di ultimo testamento.

Poi arriva il momento più insolito: entrano in una bara.

Il coperchio viene chiuso e rimangono al suo interno, nel buio e nel silenzio, per alcuni minuti.

Secondo quanto riportato dal portale ufficiale del governo sudcoreano, oltre 25.000 persone avevano partecipato a queste esperienze organizzate dal centro.[2] Anche Reuters ha documentato direttamente il fenomeno e raccolto le testimonianze dei partecipanti.[3]

Ma lo scopo dichiarato non è esercitarsi a morire.

È, paradossalmente, quello di tornare simbolicamente alla vita.

L’idea è che confrontarsi per qualche minuto con la propria scomparsa possa modificare la prospettiva con cui osserviamo problemi, ambizioni e relazioni.

In altre parole, la bara diventa una specie di gigantesco promemoria:

prima o poi il tempo finisce. Che cosa vogliamo farne prima che accada?

Quando il funerale diventa una festa

Esiste poi una versione molto diversa dei living funerals.

Non prevede necessariamente bare, fotografie funebri o simulazioni della morte.

Può assomigliare piuttosto a una festa.

È ciò che può accadere quando una persona affetta da una malattia terminale decide di riunire amici e familiari mentre è ancora abbastanza in forze per godersi la loro presenza.

Un caso documentato a Singapore è quello di Michelle “Mike” Ng, affetta da un tumore terminale, che organizzò il proprio living funeral nel dicembre 2023 con il sostegno dell’équipe di cure palliative che la seguiva.[4]

Alla celebrazione parteciparono più di trenta persone.

Non fu una giornata fatta soltanto di lacrime.

Ci furono musica, karaoke, cibo, fotografie, lettere, abbracci e conversazioni. Michelle poté ascoltare ciò che amici e persone care volevano dirle e lasciare loro, a sua volta, ricordi e messaggi.[4][5]

Morì pochi giorni dopo, il 2 gennaio 2024.[4]

Il suo funerale da viva aveva però permesso qualcosa che un funerale tradizionale non avrebbe potuto offrirle: essere presente al proprio saluto.

Cosa dice la ricerca

Al di là delle testimonianze individuali, la ricerca scientifica sui living funerals è ancora limitata.

Un case report pubblicato nel 2025 sulla rivista scientifica Palliative Care and Social Practice ha analizzato l’esperienza di una paziente con carcinoma ovarico terminale che aveva scelto di organizzare un funerale da viva.[6]

Secondo gli autori, l’esperienza fu associata, nel caso descritto, a benefici psicologici e a un maggiore senso di completezza e chiusura. La cerimonia permise inoltre alla paziente di esprimere gratitudine e di rafforzare alcuni legami con le persone che le erano vicine.[6]

È importante però non trasformare un singolo caso in una conclusione generale.

Gli stessi ricercatori sottolineano la necessità di ulteriori studi. Non possiamo quindi affermare che un funerale da vivi produca gli stessi effetti psicologici per chiunque.

Per alcune persone potrebbe essere un’esperienza liberatoria; per altre potrebbe risultare dolorosa, angosciante o semplicemente estranea alla propria sensibilità.

Il funerale che la persona può finalmente ascoltare

Ed è forse qui che il fenomeno diventa meno strano di quanto sembri.

Pensiamo a un funerale tradizionale.

Le persone si riuniscono e raccontano quanto amavano chi è morto. Ricordano episodi dimenticati, ringraziano, chiedono perdono, raccontano quanto quella persona abbia cambiato la loro vita.

Sono spesso parole estremamente importanti.

Ma vengono pronunciate quando il destinatario non può più sentirle.

Il living funeral capovolge questa logica.

Se quelle parole hanno davvero valore, perché aspettare la morte per pronunciarle?

Non significa necessariamente sostituire il funerale tradizionale. Una persona può organizzare una celebrazione mentre è viva e lasciare comunque che, dopo la morte, familiari e amici seguano i propri riti religiosi o culturali.

Il significato delle due cerimonie è diverso.

Una serve soprattutto a chi rimane.

L’altra permette anche a chi sta andando via di partecipare al proprio saluto.

Un fenomeno che non riguarda soltanto l’Asia

L’espressione living funeral è ormai utilizzata anche nel mondo occidentale per indicare cerimonie nelle quali una persona ancora in vita riunisce amici e familiari per celebrare la propria esistenza.

Nel 2025 persino il British Medical Journal ha ospitato una riflessione dedicata ai living funerals, mettendo il fenomeno in relazione con il nostro modo di affrontare la morte e ricordando anche il celebre caso giapponese di Takiko Mizunoe.[7]

Le forme possono essere molto diverse.

C’è chi organizza una cena con pochi amici, chi una grande festa, chi desidera ascoltare il proprio elogio funebre e chi preferisce evitare completamente la parola “funerale”.

Non esiste, insomma, un unico rituale.

Ciò che accomuna queste esperienze è soprattutto la possibilità di anticipare qualcosa che normalmente avviene dopo la morte: il momento del commiato.

Macabro oppure profondamente umano?

Naturalmente un funerale da vivi non è qualcosa che potrebbe piacere a tutti.

Per alcune persone simulare la propria morte sarebbe angosciante. Per altre trasformare l’avvicinarsi della morte in un evento sociale potrebbe risultare artificiale o persino insopportabile.

Cultura, religione, personalità e circostanze personali cambiano completamente il modo in cui affrontiamo la fine della vita.

E forse non è nemmeno necessario arrivare a organizzare il proprio funerale per comprendere il messaggio che queste cerimonie portano con sé.

Perché la domanda che pongono riguarda anche chi è giovane, sano e non ha alcuna intenzione di entrare in una bara per sperimentare cosa si prova.

Quante cose importanti rimandiamo pensando che avremo sempre tempo per dirle?

Ti voglio bene.

Grazie.

Mi dispiace.

Sono orgoglioso di te.

Mi hai cambiato la vita.

Sono esattamente il genere di parole che spesso riempiono i funerali.

Forse la parte più sorprendente dei funerali da vivi non è che alcune persone decidano di assistere alla propria cerimonia funebre.

È che ci ricordano quanto spesso aspettiamo che qualcuno non ci sia più per dire ad alta voce ciò che avremmo potuto dirgli quando era ancora davanti a noi.

E allora la domanda finale potrebbe non essere:

“Avresti il coraggio di partecipare al tuo funerale?”

Ma piuttosto:

“Se domani fosse il funerale di qualcuno che ami, c’è qualcosa che vorresti avergli detto oggi?”

Fonti e approfondimenti

Fonti e approfondimenti

[1] Takiko Mizunoe e il seizensō in Giappone
President Online — approfondimento sul funerale da viva di Takiko Mizunoe, celebrato a Tokyo nel 1993.
Leggi l’articolo su President Online

[2] I “funerali da vivi” in Corea del Sud
Korea.net – sito ufficiale della Repubblica di Corea, “Free Funerals for the Living”. Documenta l’Hyowon Healing Center, le bare, le fotografie funebri e gli oltre 25.000 partecipanti. Korea.net
Free Funerals for the Living – Korea.net

[3] Il reportage sui funerali simulati sudcoreani
Reuters, “‘Dying’ for a better life: South Koreans fake their funerals for life lessons”, 2019. Reuters Screenocean
Leggi il reportage Reuters

[4] Il living funeral di Michelle “Mike” Ng
HCA Hospice, “Mike’s Living Funeral – The Last Act of Love”, 24 gennaio 2024. La fonte racconta la cerimonia del 23 dicembre 2023, alla quale parteciparono oltre 30 persone. hca.org.sg
Mike’s Living Funeral – HCA Hospice

[5] Cure palliative e living funeral a Singapore
Singapore Hospice Council, “The Final Journey: What Really Matters in the End”, 27 marzo 2024. Singapore Hospice Council
The Final Journey – Singapore Hospice Council

[6] Studio scientifico sui possibili effetti psicologici
Sim, Shannon; Sim, Jonathan, “The experiences on how living funerals impact the psychological well-being and sense of closure for terminally ill patients – Case report”, Palliative Care and Social Practice, vol. 19, 2025. DOI: 10.1177/26323524251364277. PubMed Central (PMC)
Leggi lo studio completo su PubMed Central
Scheda bibliografica su PubMed

[7] Una riflessione sui living funerals pubblicata dal BMJ
Morgan, Matt, “A living funeral with my friends”, The BMJ, 388:q2884, 7 gennaio 2025. DOI: 10.1136/bmj.q2884. BMJ
A living funeral with my friends – The BMJ

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