Siete mai sopravvissuti a una sagra estiva? Cosa ricordate con più piacere e cosa, invece, vi ha fatto scoppiare un’orticaria fulminante? Certo, tra lucine colorate economiche e tavoloni di plastica appiccicaticci, file chilometriche e odore di fritto, il buon gusto sembra andare ufficialmente in vacanza. Eppure, liquidare le sagre come il tempio indiscusso del kitsch estivo è snobismo da quattro soldi. Un vero e proprio provincialismo del pensiero.

La sagra non è forse il cuore pulsante di una comunità che resiste? Quante volte, proprio tra una salamella e un bicchiere di rosso, abbiamo scoperto o riscoperto tradizioni del nostro paese e ascoltato musicisti pazzeschi dal vivo?

L’estetica del brutto (fatto con amore)

Certo è che, se le stiamo liquidando come tempio del kitsch, le locandine meritano un capitolo a parte. Molto spesso, più che lasciare a desiderare, fanno letteralmente piegare in due dalle risate.

Fotografie sgranate, WordArt dai colori fluo e font fuori controllo. Sono diventate un vero e proprio oggetto di studio dell’estetica kitsch, un vero è proprio caos visivo.

E se vi dicessi che questo articolo nasce proprio da un cortocircuito inaspettato? Quando ci confrontiamo sul tema dell’estetica algoritmica, il dibattito si concentra quasi sempre sul rapporto tra intelligenza artificiale, ricerca della perfezione e creatività. Ci si interroga costantemente sull’algoritmo che prova a codificare e generare la “bellezza”.

La community di Sagre Brutte

Eppure, la scintilla per questo pezzo è scoccata imbattendomi in un fenomeno particolarissimo, un’anomalia che va a intaccare un’estetica a me molto cara: il kitsch. L’ispirazione mi è arrivata osservando il prezioso lavoro di analisi e catalogazione visiva portato avanti da @sagrebrutte, il progetto della graphic designer toscana Lucrezia Cortopassi, diventato ormai l’archivio digitale definitivo dell’Italia delle Pro Loco.

Fermatevi a osservare le locandine storiche della sagra della ranocchia o del cinghiale raccolte in questo progetto. Un trionfo assoluto di fotografie sgranate all’inverosimile, WordArt fluorescenti e clip art piazzate a caso. In un’epoca intossicata da feed patinati, questi manifesti ci sbattono in faccia una verità liberatoria: dietro quegli accostamenti cromatici criminali e quelle grafiche improvvisate, pulsa un’anima fieramente artigianale e comunitaria. Un kitsch autentico e fatto con amore, che oggi l’algoritmo sta silenziosamente spazzando via.

L’Estate Algoritmica e la mutazione del kitsch

Ma cosa succede in questa estate algoritmica 2026? L’Intelligenza Artificiale non sta forse hackerando ogni cosa, compresa l’estetica kitsch? A denunciare la mutazione genetica è stata proprio la community di Sagre Brutte.

Abbiamo dato in pasto ai software prompt neutri come:

“Locandina per una sagra di paese italiana, festival estivo di cibo locale, design pulito, moderna, grafica vettoriale accattivante”.

Il risultato? L’algoritmo non crea perfezione, ma genera un nuovo, inquietante kitsch sintetico.

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